Leggere una storia a un bambino è un gesto semplice, ma porta in sé amore e attenzione: Gianni Rodari ci ha insegnato a cambiare prospettiva, a rendere i bambini soggetto e non oggetto dell’attività educativa. Al Teatro Abeliano di Bari Luca Pizzurro ci ha ricordato la sua lezione con “Rodari. L’arte di inventare storie”

“Signor Rodari, preferisce le storie che finiscono bene o che finiscono male?”
“Preferisco che non finiscano, preferisco che quelli che leggono le finiscano come vogliono loro. Preferisco le storie con un punto interrogativo, così che i bambini possano inventarsi qualche cosa. Tocca a loro finirle”.

Il baule della fantasia della mia infanzia era pieno di fate, principi, streghe e lupi cattivi, che balzavano fuori dalle pagine delle Fiabe sonore (A mille ce n’è… e lo so che inevitabilmente leggerete questa breve frase cantandola).

Ma lui… Lui lo ricordo perfettamente, e tanti ex bambini della mia età saprebbero ancora evocarne la copertina. Qualcuno potrebbe anche andare a prenderlo nella stanza dei propri figli o, perchè no, nella propria libreria. Favole al telefono lo abbiamo letto tutti, o magari ce lo hanno letto i nostri genitori. Era un modo completamente diverso di raccontare: partendo da situazioni semplici, nelle quali fosse possibile riconoscersi, Rodari ci lanciava in un mondo fantastico in cui ci sentivamo protagonisti, stimolandoci a continuare a sognare anche quando chiudevamo il libro.

Sì, tutti quelli della mia generazione (e tanti di quelle successive) hanno letto almeno uno dei suoi libri, ma in quel momento forse non ci siamo accorti di avere tra le mani un testo in qualche modo rivoluzionario. Non solo un linguaggio aderente alla realtà e ai tempi, ma un radicale cambio di prospettiva e il coinvolgimento nelle storie dei piccoli lettori che ne diventavano protagonisti: da oggetto a soggetto della narrazione.

Ma si sa: quando si fa una rivoluzione, le cose non sono mai facili.
Il cambiamento smarrisce, spaventa, crea divisioni e opposizioni.
È la storia di un cambiamento, quella portata in scena al Teatro Abeliano con “Rodari. L’arte di inventare storie”, una produzione di EllegipìTeatro20, che si inserisce nella rassegna Actor insieme ad altri due appuntamenti: “Alice in my mind” e “Il piccolo principe”. Lo spettacolo era stato scritto nel 2020 da Luca Pizzurro (autore e regista, tra l’altro, dell’intenso Alluccamm), nel centenario della nascita di Rodari e a cinquant’anni dal conferimento del premio Andersen (considerato il Nobel della letteratura per l’infanzia).
Oggi viene ripreso con una nuova compagnia di attori: prima di tutti Gianni Poliziani nel ruolo di Rodari, mirabile nel ricrearne il piglio effervescente e vulcanico. E poi Eleonora Casoli nel ruolo di Adua, Guido Sandelli in quello di Palmiro, e infine Marta Dobrovich nella doppia veste della preside e di Lucia. Tutti brillanti ed estremamente efficaci, raccontano grazie ad un testo snello, ma anche profondo e acuto, un’epoca di grandi  cambiamenti nella propria storia personale e in quella della società degli anni che vanno dal 1964 al 1970.

Le vicende si svolgono in due luoghi e in due tempi: a Milano, a metà degli anni ‘60, e a Roma, nel 1970, nel giorno in cui Rodari sta per partire per Bologna, dove gli sarà conferito il prestigioso Premio.
Sul palcoscenico, il travaglio della vita di Adua e Palmiro, due fratelli milanesi che si trovano loro malgrado a vivere un cambiamento doloroso all’inizio, ma fecondo e catartico nel tempo, si intreccia con le riflessioni di un Rodari che racconta con pennellate veloci la sua infanzia, il suo percorso di educatore, e quella grammatica della fantasia che ha portato ad  una nuova attenzione alla creatività infantile e alla sua autodeterminazione (attenzione che si estende per esempio ai giocattoli, che devono favorire l’interazione, e persino all’architettura delle scuole, spesso costruite come conventi o prigioni).

Adua è una giovane insegnante che ha sposato la lezione rodariana sull’apprendimento attraverso il gioco, la curiosità e l’invenzione fantastica, e per questo nuovo approccio si scontrerà ben presto con la sua direttrice e con i genitori dei bambini, profondamente legati alla riforma Gentile. Pagherà la fedeltà alle sue idee con il licenziamento, ma riemergerà dalla crisi scrivendo a Rodari, trasferendosi a Roma e diventandone stretta collaboratrice. La ritroveremo alla vigilia della partenza per Bologna, di nuovo carica, entusiasta, consapevole che si sta scrivendo una pagina importante della pedagogia e della didattica.

Anche suo fratello Palmiro deve rivedere le priorità della sua vita. Un incidente sul lavoro (non ancora tutelato da norme efficaci in tema di sicurezza) e la rottura del fidanzamento con Lucia a pochi mesi dalle nozze lo gettano in un profondo stato di smarrimento e depressione. Non vorrebbe, ma dovrà necessariamente affrontare un percorso di consapevolezza e acquisire un nuovo sguardo sulle cose e sulla sua stessa vita.

La loro piccola storia si inserisce e si mescola con la storia del cambiamento che anima la società intorno alla metà degli anni ‘60.
Con la colonna sonora dei Beatles e dei cantautori, di Ornella Vanoni e di Simon & Garfunkel, si raccontano il boom economico, la vita nelle fabbriche del nord e gli incidenti sul lavoro, le prime rivendicazioni femministe, i funerali di Togliatti, i cortei e gli scioperi per difendere i principi di libertà e giustizia sociale.
Ma più di tutto si racconta il fermento, il desiderio profondo di infrangere uno schema consolidato, per sollecitare l’intelligenza e la creatività dei bambini sì, ma anche degli adulti, genitori ed educatori.
E non c’è tramite più efficace della curiosità, del piacere, del divertimento, per apprendere.
E non c’é arma più potente della fantasia per rendere la loro mente aperta, critica, flessibile.

Al bambino non possiamo consegnare l’oceano un secchiello alla volta, però gli possiamo insegnare a nuotare nell’oceano, e allora andrà fin dove le sue forze lo porteranno. Poi inventerà una barca e navigherà con la barca, e poi con la nave. Dobbiamo cioè consegnare degli strumenti culturali.
Questo scriveva Rodari sulla conoscenza, e questa è forse la lezione fondamentale che ci ha lasciato: la convinzione profonda che deve esistere una comunità educante, capace di un atteggiamento di ascolto profondo, di stupore e meraviglia davanti all’unicità di ciascun bambino. 
Per niente facile. Anzi, estremamente faticoso e impegnativo.

Questo spettacolo non è destinato a loro, ai bambini, ma piuttosto agli adulti chiamati a superare la stanchezza, a trovare il tempo (il tempo!) per parlare, ma soprattutto per ascoltare, per tornare al bambino che si nasconde da qualche parte, nelle pieghe della memoria.
Solo quel bambino può fare rivivere il sogno e la fantasia, solo lui può superare l’artrosi (fisica e mentale) che irrigidisce le ginocchia e che ci impedisce di accoccolarci  accanto ad un figlio, un nipote, un alunno, per trasformare insieme a lui la parola scritta di una favola in un’astronave, lanciata verso un mondo fantastico e nello stesso tempo al centro del proprio unico, palpitante e irripetibile cuore.

Imma Covino

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