La settimana sportiva: l’analisi di Juve Stabia – Bari

Il punto conquistato a Castellammare di Stabia è uno di quei segni sottili che fanno tremare l’ago dell’elettrocardiogramma quando tutti ormai credevano in una linea piatta. Non è un punto luminoso, non è un punto epico. E’ un fremito, un sussulto improvviso che dice almeno: siamo vivi.

Il Bari arrivava dalla disfatta di Empoli e, realisticamente, il rischio era quello di presentarsi al “Menti” con la stessa sorte di Plinio il Vecchio. Nel 79 d.C., lo scienziato romano volle osservare l’eruzione del Vesuvio da vicino, spingendosi fino alla spiaggia stabiese per comprendere ciò che stava accadendo. Non fece in tempo: la nube piroclastica lo avvolse, lasciandolo immobilizzato nella cenere. Il Bari avrebbe potuto finire allo stesso modo: inerte davanti alla prima scossa avversaria, destinato a essere travolto. Invece, pur barcollando, non è stato sepolto.

La partita si è consumata quasi tutta nell’area biancorossa. Gabrielloni ha svettato cinque volte di testa senza incontrare ostacoli veri; Maistro ha sfiorato la rete su punizione al 95′ graziando Partipilo che aveva innescato l’azione con un’ingenuità imperdonabile, un tiro sempre di Maistro sul quale Cerofolini ha respinto in stile pallavolo e, giusto per non farci mancare nulla, due gol annullati che senza Var e senza l’attenzione di Abisso sarebbero stati convalidati. La Juve Stabia ha colpito un palo con Monti, ha costretto Cerofolini a una parata complicata su tiro dalla distanza, ha fatto registrare almeno tre tiri pericolosi e ha sfiorato il gol in più occasioni. Il Bari? Un solo calcio piazzato di Verreth, che non ha lasciato traccia.

Eppure, la squadra non è crollata. È rimasta dentro la partita, anche quando sembrava che potesse dissolversi al primo assalto, come cera al calore sotterraneo del Vesuvio che ribolle da secoli. Merito soprattutto dello spirito e del lavoro sporco. Braunoder e Verreth non hanno illuminato, ma hanno schermato, cucito, tappato falle. Davanti a una difesa ancora incerta, il loro sacrificio è stato non ornamentale, ma di sopravvivenza.

Non si parli di progresso difensivo: Candellone, Gabrielloni, Piscopo e Maistro hanno fatto quel che hanno voluto tra le linee, e sui calci piazzati la Juve Stabia ha preso quasi sempre l’impatto. Ma il Bari, dopo una settimana che odorava di resa anticipata, ha scelto la via della resistenza. Ha rinunciato al frac che indossava fino a Empoli, e ha indossato la tuta. Non è diventato operaio per scelta estetica: lo è diventato per necessità, e forse questo basterà a salvarlo.

Vivarini, da capo cantiere più che da condottiero, ha costruito una partita di contenimento assoluto, senza inganni: trattenere, reggere, aspettare. Non c’è estetica in questo, e nessuno dovrebbe cercarla. La classifica dice che il Bari oggi giocherebbe i playout e non sarebbe retrocesso: è poco, ma al momento è tutto.

Il paragone con la storia non è fuori luogo. Così come Plinio si spinse avanti per capire il senso del mondo che crollava, questo Bari ha dovuto osservare da vicino il proprio cratere. Ha visto la nube arrivare, ne ha respirato la polvere, ha tremato, ma non è caduto. Ha evitato il collasso. Ha resistito.

Non è una svolta, non è la pagina girata. È un seme, forse minuscolo, ma gettato nel terreno più ostile. Per trasformarlo in germoglio servirà ben altro contro il Pescara: un gioco riconoscibile, un frammento di coraggio offensivo, una corsa che non sia solo difensiva.

Giovedì il Bari non ha dato spettacolo. Ha dato un segnale. Sussurrato, quasi impercettibile, come un battito lontano. Ma quando la vita sembra in bilico, anche un battito vale molto. E oggi questo punto, ottenuto sul campo più ribollente della categoria, è un piccolo frammento di ossigeno. Non basta, ma si respira.

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari

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