
Con I 12 giurati, andato in scena nell’ambito della Stagione teatrale del Teatro Angioino di Mola di Bari curata da Francesco Capotorto, Ernesto Marletta e la Compagnia Artemisia Teatro hanno messo in scena un lavoro che si muove in bilico tra drammaturgia classica e riflessione contemporanea. L’opera, ispirata ad “Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie, non tenta di replicarne la struttura investigativa, ma prova a scomporla e a ricomporla all’interno di una dinamica corale: quella di dodici giurati costretti a confrontarsi con un delitto per affermare il proprio senso di giustizia.

L’impianto drammaturgico non cerca il giallo tradizionale; è vero, un terribile crimine è stato compiuto a bordo del treno e il colpevole non poteva prevedere che a bordo viaggiasse il più grande investigatore della letteratura mondiale, ma il mistero dell’omicidio funziona piuttosto come detonatore morale, come un prisma attraverso cui osservare il comportamento umano quando è messo di fronte all’obbligo del giudizio. Marletta sottrae l’evento delittuoso alla dimensione avventurosa dell’Orient Express e lo trasferisce in un luogo quasi claustrofobico, la scena diventa una stanza chiusa in cui convivono coscienza e responsabilità, dubbio e pregiudizio, dove i silenzi, le esitazioni, gli sguardi hanno lo stesso peso delle parole e ciò che importa non è tanto scoprire “chi” ha ucciso, ma comprendere “perché” l’atto umano della condanna è sempre imperfetto. La regia costruisce una tensione continua attraverso la coralità: i personaggi (Ernesto Marletta –Poirot- Mariella Lippo -Signora Hubbard- Maria Pina Guerra -signorina Debenham- Pino Matera –Bouc- Maria Passaro -signorina Ohlson- Franca Pastore -Fraulein Schmidt- Enrico Milanesi Amendoni -colonnello Arbuthnot- Riccardo Palamà -Pierre / Hector McQueen- Dante Dell’Anna –Masterman-) si fronteggiano in un equilibrio sempre instabile, davanti ad una bilancia che oscilla e non trova mai una posizione definitiva, più facile trovare due uova perfettamente identiche. L’impianto a dodici voci permette un ritmo serrato, alternato a momenti di sospensione in cui la parola diventa analisi, incrinatura, presa di coscienza. Ogni intervento dei giurati è costruito come una piccola tessera di una scacchiera psicologica più grande, dove la logica stringente dell’indagine incontra la fragilità del pregiudizio. Piano piano, con la sua indagine, Poirot scopre, a sue spese, che la giustizia è una bilancia impossibile da omologare.

Se la Christie poneva al centro la brillantezza deduttiva dell’investigatore, I 12 giurati pongono invece lo sguardo sulle zone grigie dove la verità si frantuma. L’Orient Express evocato da Marletta non è più un treno lussuoso bloccato nella neve, ma una condizione esistenziale: un luogo in cui il tempo si ferma e costringe i personaggi a guardare dentro le proprie colpe, le proprie paure, le proprie ferite.
La giustizia appare come un’operazione fallibile, incapace di azzerare davvero le responsabilità. Non c’è assoluzione possibile, perché ogni verdetto trascina con sé una quota di errore, di umanissimo squilibrio. È qui che l’opera trova il suo nucleo poetico: nella consapevolezza che giudicare è un atto inevitabilmente contaminato da ciò che siamo. La “spaccatura dell’animo umano” non viene enunciata, ma lasciata emergere nei dettagli: un’incrinatura nella voce, un silenzio troppo lungo, una bugia detta credendo che nessuno la noterà.
In questo senso, il regista costruisce un lavoro che non parla solo del caso giudiziario, ma del lutto privato, collettivo, nascosto. Come se ogni omicidio nascesse da una ferita non rimarginata, da una coscienza “seppellita” simbolicamente con ciò che si è amato e perduto ( Daisy Armstrong ).

“I 12 giurati” è, dunque, un’opera che mette in scena non tanto un delitto, quanto la difficoltà di decidere ciò che è giusto “Ci sono cose giuste, cose sbagliate, e poi ci siete voi”, noi direi, io. E siamo tutti guidati in un viaggio introspettivo dentro la fragilità del giudizio umano, dove il verdetto non libera, non pacifica, non chiude, ma rivela.
È il teatro che, ancora una volta rimane fedele alla sua funzione primitiva, interroga, incrina, lascia un’eco.
Non una soluzione, ma una domanda: cosa resta della giustizia quando nessuna verità è davvero intera?
Vicky Berardinetti
Foto dalla pagina Facebook del Teatro