Un pazzo caleidoscopio che si chiama amore: “Temporale {a lesbian tragedy}” di e con Silvia Calderoni e Ilenia Caleo tuona sul Teatro Abeliano per il BiG – Bari International Gender Festival

Ci sono spettacoli che iniziano già prima di iniziare. La serata promette pioggia, le nubi basse si illuminano di lampi potenti e diffusi, finanche i lampioni di un impianto sportivo a bordo statale sembrano illuminare un pezzo della coltre che sta per scaricare muri d’acqua sulla città.

È la sera ideale per “Temporale {a lesbian tragedy}”, un dramma di un atto di e con Silvia Calderoni e Ilena Caleo. Con loro, sul palco, Ondina Quadri e Francesca Turrini, con la drammaturgia sonora e musica di Martina Ruggeri. Lo spettacolo è una produzione  VIELNURVIEL (Gent), Motus Vague, ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione, con il sostegno di Passo Nord, Atelier Sì, Lavanderia a Vapore, Istituto Italiano di Cultura, Parigi, Comune di Pesaro e AMAT/RAM.

Lo spettacolo riluce nel cartellone del BiG – Bari International Gender Festival. Il BiG è il festival transfemminista di cinema e arti performative co-diretto da Tita Tummillo e Miki Gorizia, alla sua undicesima edizione. La visione queer e transfemminista che il BiG porta avanti il contrasto a ogni tipo di discriminazione, piccola e grande, e accoglie una narrazione molto diversa da quella medicalizzata, nel parlare di salute mentale e relazioni umane e sentimentali. Non stupisce dunque la corrispondenza di amorosi sensi con la strepitosa Calderoni, che con MOTUS ci educa a questa visione da sempre.

Ed ecco dunque il Temporale, con le parole tratte dai Sonetti della Disperazione proprio di Ilenia Caleo, ispirati alla raccolta di scritti saggistici La forma delle nuvole di Goethe. Proprio le nuvole rappresentano l’altalena dei sentimenti delle varie fasi di una relazione. I viluppi di denso fumo bianco, sparato nell’aere e nei capelli, ci ipnotizzano come l’innamoramento, come fossero ventuno grammi di anima che lasciano il nostro corpo, uccidono ogni forma di salvaguardia dal dolore e vengono restituiti al cielo. E una volta dispersi, l’unica sicurezza è che non li vedremo mai più tornare. Vivremo il nostro amore, se va bene per sempre, altrimenti quelle nuvole torneranno, ingombranti come sacchi di ovatta, in un’anima in cui sarà bene non mettere le mani, per evitare di proromperci, a dirotto, in un temporale di lacrime, magari mentre, con la nostra divisa da cameriere di fast food, cerchiamo invano di rimettere insieme un puzzle che altro non è che la nostra vita a pezzi.

I costumi color sorbetto, le luci caleidoscopiche e le quinte mobili che sembrano materassi foderati di un parato anni Sessanta esaltano i quadri della tragedia, agita ora con movimenti al ralenti, ora come convulsioni: sono momenti realmente accaduti? Sono fotogrammi di un sogno? Sono frutto della riscrittura di un estraneo passato? Sono il ricamo di ricordi immaginati? Sono allucinazioni casuali?

La musica, che guida questo viaggio e sottolinea le declamazioni dei sonetti, decreta anche la catarsi: l’immarcescibile “Believe” di Cher rarefà l’aria, si poggia come balsamo sulle lacrime, sulle gioie, ci insegna che anche il dolore può incepparsi, che anche il temporale può cessare, che le nuvole che ci escono dalla testa sono nostre amiche, e non potranno farci del male.

Impossibile non continuare a canticchiare Believe per strada, contemplando le nuvole che non si accendono più. Crediamo nella vita dopo l’amore, l’unica pioggia sotto cui valga la pena danzare. Proprio in quel momento, le prime gocce di un lungo temporale cominciano a cadere.

Beatrice Zippo
Foto di Fabiano Lauciello

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.