
“Per un uomo, l’ostacolo più grande è se stesso. L’uomo deve imparare a osservare se stesso non per cambiare immediatamente, ma per comprendere la propria natura. Il più grande errore è credere che l’uomo abbia un’unità permanente. Un uomo non è mai uno. Continuamente egli cambia. Raramente rimane identico, anche per una sola mezz’ora.” [George Ivanovitch Gurdjieff]
“Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea, sulle cose, sulla gente: over and over again.” [Franco Battiato]

La mente è una montagna, un macigno di ciclopiche proporzioni. E i pensieri sono i suoi detriti, pietre che spesso non possiamo sfuggire, da cui siamo inevitabilmente colpiti, percossi, bersagliati, investiti persino. Ci si scagliano addosso con una violenza tale da irrompere nella nostra vita e nella nostra coscienza sino a tramortirci emotivamente. E possono uccidere i pensieri, non solo fisicamente ma soprattutto nell’anima, mutandoci con una lenta ma inesorabile opera di lapidazione perpetuata ai danni di noi stessi, autoinfliggendoci una pubblica rinuncia, un’espiazione, il sacrificio della parte migliore di noi per soggiacere alle leggi di una società rigidamente strutturata ed uniformata che, pur di operare una sistematica etichettatura degli esseri degni di appartenere alla razza umana, si sente legittimata a colpire – e non solo concettualmente – il “diverso”, l’emarginato, il reietto che ognuno nasconde dentro sé, costringendoci ad una ostentata distruzione della parte di noi non ritenuta utile alla sopravvivenza.
Ma i pensieri non si cancellano, anche quando crediamo di averlo fatto, e tra quelli che hanno maggior potenza distruttiva, detenendo la capacità di far implodere intere esistenze, vi sono quelli taciuti, quelli soffocati, quelli non detti o non più detti, quelli affacciatisi una volta e poi creduti persi, ma che, quando meno ce lo aspettiamo, affiorano da un silenzio assordante, rifugiatisi negli angoli più segreti della nostra mente per così tanto tempo che, alla fine, non sappiamo più dove cominci la realtà e termini il sogno o l’incubo, incapaci di distinguerli e finanche di comprenderli.
Tutti, tranne qualche essere così ‘fortunato’ da non essere dotato d’anima propria, siamo stati costretti, prima o poi, ad alloggiare in questo limbo maledetto, in questa terra di nessuno non segnata sulle mappe della formazione di un uomo, in questo brandello di (non) vita che lascia solchi sul terreno fertile di una giovane esistenza, procurando ferite così profonde da essere sicuri di non poterne trovare mai, nemmeno negli anni a venire, la cura, se non in un immediato gesto di estremo rifiuto, di eclatante rivoluzione, di terminale soluzione, di definitiva scelta tra un gaberiano ‘far finta di essere sani’, delimitato e limitato, definito e finito, ed una – più o meno lucida – liberatoria follia.
È questa la conclusione a cui pare giungere “Schegge di memoria disordinata a inchiostro policromo”, la pièce nata dall’incontro tra il regista Fausto Cabra e il drammaturgo Gianni Forte andata in scena in un affollatissimo quanto osannante Teatro Kismet di Bari prima di partire per un acclamatissimo tour in giro per l’Italia.

Chiunque si sia accostato al caso giudiziario dell’americano William Stanley ‘Billy’ Milligan, magari a seguito della lettura dell’ottimo “Una stanza piena di gente (The minds of Billy Milligan)”, il libro scritto da Daniel Keyes nel 1981 che ha ispirato la serie tv “The Crowded Room” e soprattutto, in realtà molto più liberamente, “Split”, il film del 2016 del geniale M. Night Shyamalan che ha come protagonista James McAvoy, non può aver dimenticato che si tratta dell’uomo che, sottoposto a processo dopo aver rapito, derubato e violentato tre studentesse universitarie, fu, per la prima volta negli Stati Uniti, assolto per infermità mentale essendogli stato riconosciuto il disturbo di personalità multipla, determinato anche e soprattutto dalle indicibile angherie e violenze fisiche e psicologiche perpetuate ai suoi danni da un patrigno senza alcuna morale; dopo un’incessante lavoro di psicanalisi, si appurò che nella sua mente convivevano ben ventiquattro personalità, con aspetti completamente differenti l’una dall’altra: bambini dai quattro agli otto anni, donne, poliglotti padroni di lingue diverse tra cui l’arabo, soldati, combattenti, amanti delle armi, ma anche artisti e pittori, che si manifestavano affiorando una alla volta, ognuna con un quoziente intellettivo diverso.
Oggi la storia di Billy approda in teatro grazie alla penna illuminata di Gianni Forte che lo descrive in modo sublime, di fatto rendendo giustizia a un caso clinico che possiamo a tutti gli effetti definire una insoluta sciarada della natura che si può tentare di decifrare solo accettando di inerpicarsi per uno di quegli imperscrutabili sentieri tracciati dalla mente che l’essere umano crede di poter solcare, prima di scoprirsi all’interno di un labirinto inestricabile. Il caso dello statunitense – sembra dirci Forte – non va guardato con stupore e distacco, come qualcosa di assolutamente lontano da noi, bensì con la coscienza della nostra acclarata parentela ed affinità con quella (dis)umanità; se solo fossimo più onesti con noi stessi, senza trincerarci dietro la nostra quotidiana capacità amnesica, comprenderemmo e ci confesseremmo di essere anche noi separati interiormente, spesso finanche irrisolti, in preda a capricciosi desideri, conflitti d’animo che generano confusione, inquietudine e, talvolta, insormontabili ossessioni e invincibili mostri. La storia di Billy diviene così un mezzo, uno strumento per raccontare la celata storia di ognuno di noi, ma anche un pre-testo, un prologo, un’introduzione, una sollecitazione, un segnale che sta al pubblico ricevere, decodificare ed amplificare; in una analisi gurdjieffiana della nostra psiche, Forte, con un grande senso di impegno civile e politico, ci mette di fronte ad uno specchio tanto luminoso quanto disturbante, costringendoci a dare una lettura diversa alle nostre stesse azioni, specialmente le peggiori, quelle che ormai siamo ripetutamente avvezzi a definire determinate da eventi e fattori esterni, insinuandoci il dubbio che le situazioni che viviamo si risolvano grazie ad un primordiale istintivo richiamo della personalità più adeguata nell’affrontare quel momento.

Ma allora siamo tutti condannati? Il centro di gravità permanente di battiatiana memoria esiste davvero o è solo il tema di un geniale accattivante ritornello? Riusciremo mai a far convogliare tutte le nostre anime in un’unica personalità, in quell’io che Gurdjieff chiamava “il Maggiordomo interinale” e Billy Milligan “il Maestro” che finalmente possa ristabilire l’ordine all’interno del blob della nostra mente e che sia in grado di cambiare volontariamente e scientemente il proprio stato di coscienza? Forte e Cabra non sembrano volerci rispondere. O forse si: se vogliamo dar credito alla riproposizione a tutto volume, nell’appendice dello scioccante tremendo finale, di quel capolavoro di Frank Zappa che risponde al titolo di “Watermelon in easter hay”, che, nella profetica introduzione, prima che si sviluppi in uno dei più straordinari assoli di chitarra che la storia della musica ricordi, ripete “Questo è l’osservatore centrale. Joe si è appena lasciato trasportare da una frenesia immaginaria durante la dissolvenza della sua canzone immaginaria. Ora inizia a sentirsi depresso, sa che la fine è vicina. Ha finalmente capito che note di chitarra immaginarie e voci immaginarie esistono solo nell’immaginazione di chi le immagina e, in definitiva, chi se ne frega comunque. Così torna nella sua orribile stanzetta e sogna in silenzio il suo ultimo assolo di chitarra immaginario”, allora possiamo ipotizzare che i due autori ci stiano suggerendo che l’unica via di salvezza si possa trovare nella consapevolezza della nostra povera, comune e, al tempo stesso, solitaria multiprocessualità e nell’incessante, paziente e perseverante lavoro che ci aspetta per dominarla giungendo ad un io stabile.

L’esistenza di Milligan, nelle sapienti mani di Forte e nella geniale regia di Cabra, diventa, dunque, un’icona, un simbolo, una atroce riflessione sulla nostra umanità che ha già in sé una forza imponente che viene impreziosita dall’ottima resa scenica del Teatro Franco Parenti che riesce a costruire uno spettacolo di rara bellezza, che non tarderemo a definire essenziale, imprescindibile, indispensabile, unico nel suo genere e di devastante impatto, potendo contare su eccezionali punti di forza quali le scarne ma sostanziali scene di Stefano Zullo, con il fondamentale apporto delle luci di Martino Minzoni e della grafica e produzione video di Francesco Marro, e, ça va sans dire, la mastodontica bravura dei “soli” tre attori impegnati, Raffaele Esposito, Anna Gualdo e Sara Putignano, che, bardati nei costumi di Eleonora Rossi, sono sublimi nella loro interazione come nei monologhi disseminati tra le pagine, assoluti padroni di una recitazione che va oltre la perfezione, che cattura indissolubilmente con un ritmo serrato in cui, però, anche i silenzi hanno il loro peso, che riesce ad entrare nel dramma con una saggezza ed un tempismo davvero singolari nel panorama teatrale nostrano, accelerando in curva per poi rallentare sul rettilineo, gettando il pubblico in una voragine senza fine, in un impetuoso vortice da cui è impossibile riemergere se non dopo aver scandagliato le viscere più buie e putride dell’umanità; Esposito in particolare, come è naturale che sia per esigenze di copione, è davvero memorabile, sin dal prologo che pare rubato al film “Joker” che, a sua volta, lo ha rubato a “Re per una notte”, altre due meravigliose storie di follia: ogni urlo, ogni scatto d’ira, ogni pianto, ogni pausa, ogni beffardo sorriso appena accennato, ogni verità sibilata, sembrano il frutto non solo di una maniacale preparazione, ma addirittura di una cospirazione con il pubblico, un modo di mostrare un’umanità travestita, di gran lunga più interessante del male stesso, che lo candida ad essere l’Adamo di un nuovo mondo al di là del bene e del male ove reale ed apparente si mescolino, vale a dire il mondo di Billy Milligan. E nostro con lui. “Date parole al vostro dolore, altrimenti il vostro cuore si spezza”, dichiarava il divino Bardo, e qui di parole ce ne sono tantissime, ma talmente dure, aspre, aride, spigolose, da frantumarlo il cuore, da far affiorare decine, se non centinaia, di interrogativi che scavano nell’anima procurandole solchi tanto profondi quanto indelebili da cui potrebbero riaffiorare reminiscenze inconfessabili o, perfino, accecante luce, magari con Zappa in dissolvenza per sempre.
Pasquale Attolico