La tradizione della gioia come atto sovversivo vive in “Some dances on dickfaces” di Kinkaleri, andato in scena per il BiG – Bari International Gender Festival 2025 alla Biblioteca di Parco Rossani

Si possono scrivere fiumi di parole, su quanto l’allegria sia stata vista come sovversiva, da parte del potere.

In ordine sparso: (spoiler alert) il libro sulla Commedia aristoteliana, ne “Il nome della rosa”, protetto con il veleno; “Joy as an act of resistance”, l’album forse più celebre degli Idles; tutta una dottrina cristiana, basata sulla rinunciabilità dei piaceri dello spirito.

E più di recente, le manifestazioni contro i governi sovranisti, in varie parti del mondo, per ridicolizzare il potere, e straniare le cariche della polizia e lo stigma che addita chi manifesta come un delinquente, sono comparsi nei cortei costumi di Pikachu, clown, gonfiabili vari.

Sì, la gioia può essere un atto di resistenza. Di tutti i caos possibili, la gioia è quello meno controllabile, più limpido, e pertanto più pericoloso. Al BiG, non a caso, il tema prescelto per questa edizione è proprio il Chaos.

Il BiG – Bari International Gender Festival è il festival transfemminista di cinema e arti performative co-diretto da Tita Tummillo e Miki Gorizia, che porta a Bari performance che mirano a far riflettere la collettività sulla propria condizione, e su quanto l’erosione progressiva dei diritti e delle libertà ci renda innanzitutto più infelici, ma anche meno governabili.

Proprio su questa riflessione si basa la performance “Some dances on dickfaces”, di Kinkaleri. A interpretare il progetto, di cui il BiG è la terza tappa di un percorso che si concluderà nel 2026, Samira Cogliandro, Marco Fichera, Matteo Marongiu e Stefano Roveda. La produzione è Klm, con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Toscana.

Some dances on dickfaces, letteralmente “un po’ di danze sulle facce di ca**o”, dipartendo la sua costruzione da Il Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, lancia la performance in una danza ampia e giocosa, in cui gli arti si intrecciano, si mordono. Delle bottiglie d’acqua, parte della scenografia, diventano un modo per amplificare il gesto performativo, e, manco a dirlo, fluidificare la performance, scomporre la luce, sberleffare la realtà. Ci si sorride, si balla, su chi, non avendo di meglio da fare, appunto, si comporta da faccia di ca**o. Giocando a nascondino o ad acchiapparello con la realtà, si può anche combattere l’oppressione.

Una risata seppellirà l’odio: questa sì che è una frase seria.

Beatrice Zippo
Foto di Fabiano Lauciello

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