Argante e la diserzione dall’Esistere: quando l’ossessione diventa l’unica via di fuga. E’ tornato in scena a grande richiesta al Teatro Kismet di Bari “Il malato immaginario” di Molière nella versione di Teresa Ludovico

Il Teatro Kismet di Bari ha ospitato il ritorno in scena di una delle sue produzioni più acclamate: l’intensa rilettura de “Il malato immaginario ovvero Le Molière imaginaire”. La regia e l’adattamento di Teresa Ludovico, con i costumi di Luigi Spezzacatene e le scene e luci di Vincent Longuemare, ci proietta direttamente alla quarta rappresentazione dell’opera, quella fatale del 1673 in cui Molière, già gravemente malato, morì poco dopo aver lasciato la scena.

Questa tragica coincidenza, avvenuta nel pieno del periodo carnascialesco, innalza il significato dell’opera: la morte reale irrompe nel contesto della massima frenesia grottesca, creando un cortocircuito drammatico tra vita e finzione. La regista utilizza la paura finta di Argante per commentare, attraverso il grottesco, la morte vera del suo creatore Molière. L’allestimento scenico è la prova visiva della condizione isolata del protagonista.

L’ambiente evoca una Napoli seicentesca popolare e l’atmosfera è quella di un presepe napoletano – con dettagli concreti come i fili per stendere la biancheria e la cesta di ortaggi- ma il fulcro è la grande struttura gradinata a due piani che ricorda una ziggurat mesopotamica. L’ingegno risiede nel fatto che questa costruzione semplice permette il movimento degli attori che entrano ed escono, rimanendo sempre a vista del pubblico mentre si cambiano d’abito.

Questa pratica registica è un elemento di puro metateatro ed è un richiamo diretto allo stile dello stesso Molière, che per ragioni drammaturgiche e di economia, utilizzava lo stesso attore per più ruoli. La forma a gradoni, fungendo da palcoscenico verticale, configura la struttura come una torre di culto eretta sull’ossessione: Argante siede fisso in cima, su un trono isolato nella sua nevrosi. Ai lati, due grandi pannelli bianchi agiscono da schermi per proiezioni, trasformando medici e tutti i personaggi che lo circondano in inquietanti fantasmi grotteschi le cui ombre perseguitano il protagonista, materializzando la sua paranoia agli occhi del pubblico.

L’analogia è profonda: Argante e Molière condividono una condizione di isolamento. La finta malattia di Argante è messa in tragico parallelo con la malattia reale e l’isolamento subito da Molière.

Il vero motore dello spettacolo risiede nella straordinaria performance del cast con la colonna sonora di Nino Rota a fare da ponte tra grottesco e profondità del tema. L’interpretazione di Marco Manchisi (Pulcinella, serva Tonietta, Aldo) è straordinaria e centrale: egli è il vero commentatore e coscienza critica della commedia. La sua prova è magistrale, caratterizzata dalla straordinaria versatilità attoriale con cui compie tre trasformazioni, alternando ruoli distinti e caratterizzanti. Pulcinella è la maschera della Commedia dell’Arte che Manchisi incarna pienamente, rompe la quarta parete con monologhi da coscienza critica e dona al personaggio la sua tipica gestualità sferzante e vivace, unita ad un dialetto che sembra una lingua antica e specifica della tradizione pulcinellesca. Esegue un complesso ruolo femminile da uomo nella serva Tonietta: vestita in un tipico abito del Seicento con la cuffietta, è lei che incarna la saggezza popolare ed è lei che suggerisce lo stratagemma di fingersi morto ad Argante. Ricopre infine il ruolo maschile del fratello Aldo, che funge da voce della ragionevolezza.

La prova di Augusto Masiello (Argante) è di memorabile impatto: è la figura centrale e abile nel rendere il nevrotico e ipocondriaco protagonista, un brontolone autocommiserante che, con una perfetta padronanza scenica, appare intrappolato nella sua torre di malattia e auto-illusione.

La bravissima Sara Bevilacqua (Donna Checchina) delinea con maestria la falsità e la natura ingannatrice del personaggio, mossa da una chiara avidità. La sua prova la rende magistrale nel rendere la spietatezza della matrigna e la sua crudele mancanza di sentimento, nascondendole dietro un sorriso che la rende abilissima nell’inganno. La sua perfidia è sottolineata dal suo ruolo di amante del notaio, un legame essenziale per i suoi piani sull’eredità di Argante. Fisicamente la sua caratterizzazione è grottesca, enfatizzata dal costume, con il finto sedere e i seni posticci: è la sua abilità attoriale a rendere questa provocazione fisica strumento chiave ed efficace della sua manipolazione erotica.  

Le figure mediche sono il vero bersaglio della satira. I due personaggi, interpretati con vivace comicità, il padre Dottor Professor Caccamolle (Paolo Summaria pungente nella sua doppia veste di dottore e notaio) e il figlio Tommasino (Michele Cipriani, la cui prova è irresistibilmente comica e divertente), l’aspirante dottore goffo, incarnano la cieca ignoranza della medicina. I due indossano abiti quasi identitici – cappelli alti e colli alla Pierrot. La loro dinamica, che evoca l’incisivo duo del Gatto e la Volpe di Comencini, è palese nella costante necessità del padre di suggerire le battute al figlio ottuso, agendo entrambi per proprio tornaconto e non certo per un bene altrui.  La dinamica comica è accentuata dal corteggiamento macabro di Tommasino, che offre un teschio ad Angelica (Lucia Raffaella Mariani, convincente nella sua purezza), rivelando appieno la sua inettitudine. Molière attraverso queste figure caricaturali, denuncia l’arroganza di una casta che anteponeva l’autorità formale alla competenza: “gli uomini muoiono più per le loro cure che per le loro malattie”.

Il duo degli innamorati, Angelica e Santino (Savino Italiano, altrettanto efficace), è la nota di sincera virtù. Il corteggiamento di Santino culmina in un bellissimo elemento di metateatro: indossa un naso posticcio che stabilisce un chiaro paragone con Cyrano de Bergerac, simbolo di eroismo e poesia. Quando Tommasino tenta un approccio sgradevole ad Angelica, Santino la difende e sfida Tommasino a duello, rievocando con l’azione l’eroismo di Cyrano.

L’opera culmina con Argante che, incoraggiato, accetta di abbracciare la finta professione medica. Il conferimento di una finta laurea honoris causa è il geniale espediente per risolvere l’ossessione non eliminandola, ma trasformandola in una carica. Diventando medico di sé stesso, Argante ottiene l’autorità formale per continuare la sua illusione all’infinito. Questo epilogo si rivela un potentissimo testamento sulla condizione umana e assume un significato straziante: l’ossessione anche quando smascherata, non viene mai davvero abbandonata.

Tra la vita e la paura Argante scelse la finzione. E così divenne immortale nella sua nevrosi.

Cecilia Ranieri
Foto dal sito del Teatro

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.