“Questa cosa non porterà nulla di buono”: con ‘Pierre e Jean’ di Guy de Maupassant, la Compagnia Diaghilev mette in scena all’Auditorium Vallisa di Bari il conflitto tra due fratelli da sempre sospesi tra affetto e tacita rivalità

Ci sono spettacoli così belli che l’applauso finale è un gesto pieno di gratitudine e malinconia. Da un lato sentiamo distintamente che un frammento di bellezza ci è entrato nel cuore per sempre, dall’altro vorremmo che le luci si spegnessero e si ricominciasse daccapo. Come qualche sera fa all’Auditorium Vallisa dove, per la rassegna Teatro Studio25/26 della Compagnia Diaghilev, Paolo Panaro e Roberto Petruzzelli hanno portato in scena Pierre e Jean (in replica fino al 30 novembre).

Si parte da un testo che è un piccolo capolavoro, sul quale si innesta una drammaturgia sapiente, che lo rilegge in modo assolutamente originale. La regia ricca ma essenziale è completamente al servizio della storia e degli attori, che sono impeccabili.

Tutto parte dall’omonimo romanzo di Guy de Maupassant (1888), che indaga l’equilibrio sottile (un misto di affetto e gelosia) tra i fratelli Roland, il cui rapporto è sempre stato intriso di una tacita rivalità. Il conflitto esplode, senza preavviso, con l’arrivo di una eredità che porterà un inaspettato benessere economico ad uno solo dei due. C’è un mistero dietro questa eredità “unidirezionale”, sul quale nessuno sembra interrogarsi, ma che agita sempre più Pierre, anima tormentata e irrisolta. Il giovane comincia a scavare nei ricordi, a fare congetture, per giungere infine ad una verità dolorosa, che sgretolerà l’amore per la madre e il legame con la sua famiglia piccolo borghese, piccolo nucleo conchiuso che non si fa domande, continuando a vivere in una ipocrisia che permette di godere di privilegi, piccole certezze, riconoscimento sociale.

Gli eventi si susseguono, e una fitta nebbia prende il posto del cielo sereno a Le Havre, luogo in cui si svolge la vicenda, in un buio reale e figurato, che tormenta. Le parole non dette sono in realtà pesanti macigni, e le accuse tacite ed espresse feriscono chi le lancia e chi le riceve.

Massimiliano Palmese, che ho conosciuto e amato con “Il caso Braibanti” (sul palco della Vallisa nel 2023), firma la drammaturgia, conservando il realismo descrittivo dello scrittore francese e la sua capacità di analizzare la mente e il cuore dei personaggi. Sul palcoscenico si ritrovano gli stessi colori dei paesaggi normanni, i sentimenti e il racconto di una società piccolo borghese che Guy de Maupassant aveva descritto come dipingendo un quadro, con pennellate rapide ma accurate.

La sfida di Palmese qui è piuttosto audace, e il risultato è eccezionale: riduce i personaggi ai due fratelli, e affida loro anche i ruoli delle donne del racconto, la giovane vedova madame Rosémilly, e soprattutto madame Roland, madre dei due giovani, figura chiave del testo di Maupassant.

Palmese introduce lo spettatore nella vicenda con un breve prologo affidato ai due protagonisti, e poi dipana avvenimenti e descrive sentimenti, in un susseguirsi di brevi quadri. Usa dialoghi veloci, densi, silenziosamente carichi di pulsioni meschine, di mediocrità quotidiane e sottili ipocrisie. Riesce ad essere incisivo e sognante nel descrivere il duello continuo tra Pierre e Jean, una guerra che solo a tratti si manifesta apertamente e che più spesso è rancore sottaciuto, fendente doloroso.

Un gesto rapido, un cambio di luci o di postura: gli attori in scena si trasformano nelle donne della loro vita, senza mai generare confusione o dubbio nello spettatore.

Quadri brevi e ben definiti, che seguono un percorso logico ed estremamente fluido. Definiti e separati, e tuttavia sempre in qualche modo legati e senza cesure.

La regia di Rosario Sparno è lineare, asciutta ma non scabra. Le luci, i gesti, i corpi parlano in ogni istante di un duello raffinato e spietato, ma anche dell’ apparente soavità di un’esistenza ottusa. Tutto sembra concorrere a mettere in primo piano la capacità interpretativa degli attori.

Già, gli attori.

Roberto Petruzzelli e Paolo Panaro ci regalano due interpretazioni ambiziose, affascinanti, coinvolgenti, con un ritmo sempre sostenuto e cambi di registro immediati ed efficaci. Petruzzelli è un Pierre inquieto, a partire da quel piccolo gesto che la sua mano compie quando entra in scena (e che ci fa dire “è lui Pierre” prima ancora che parli). Il suo corpo racconta l’inquietudine, la vita irrisolta, il tormento del personaggio. La sua parola è come un torrente, e descrive l’accavallarsi e l’aggrovigliarsi dei sentimenti.

Panaro è Jean, adagiato (senza farsi troppe domande) in una condizione di improvvisa agiatezza, foriera di un benessere materiale che infine gli darà anche la forza di alzare la voce di fronte a suo fratello, pilotando silenziosamente, ma spietatamente (in un mirabile dialogo) la sua uscita di scena. Un cambiamento impercettibile ma profondo, un crescendo che Panaro racconta con gesto misurato. Anche per lui la voce e la gestualità compiono un percorso che è una progressione lenta ma decisa.

Dunque una drammaturgia che rilegge e riscrive un bellissimo testo in modo assolutamente audace, unico, e nello stesso tempo fedele al senso dell’opera. Una regia originale e decisa, dalla personalità forte e decisa. E una prova attoriale davvero notevole. Pierre e Jean è uno spettacolo da vedere, una piccola perla, una di quelle occasioni in cui si svela e si rivela la bellezza e la magia del Teatro.

Imma Covino
Foto dalla pagina Facebook della Compagnia

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