Quando la perfezione diventa un’ossessione: trionfa all’AncheCinema di Bari “Femina”, la pièce della Compagnia Abbondanza/Bertoni

Applausi convinti e acclamazioni allo spettacolo “Femina” della celebre compagnia Abbondanza/Bertoni, andato in scena in prima regionale presso l’AncheCinema di Bari.

L’evento di rilievo nazionale è stato promosso dal Centro Nazionale di Produzione della Danza ResExtensa – Porta d’Oriente diretto da Elisa Barucchieri che conferma la sua vocazione a distinguersi nel panorama culturale portando in scena produzioni di alta qualità.

Femina” già acclamato dalla critica e finalista al prestigioso Premio Ubu 2023 come “Miglior spettacolo di danza” ha saputo conquistare il pubblico pugliese con la sua intensa esplorazione del mondo femminile, suscitando grande emozione.

L’evento celebra l’avvio di una importante sinergia tra ResExtensa – Porta d’Oriente e il Network Internazionale Danza Puglia. Questa collaborazione mira a rafforzare la crescita artistica del territorio.

Un elemento chiave è la presenza di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni in veste di docenti e coreografi ospiti. L’obiettivo è creare un circuito completo nel campo della danza con l’ambizione di rendere la Puglia a punto di riferimento cruciale per la danza contemporanea italiana.

“Femina” non racconta una storia ma mette in scena la disciplina e il rigore imposti all’identità femminile. La scenografia è quasi assente. Lo spazio spoglio e sterile in cui le danzatrici si muovono, una come tutte, è privo di dettagli specifici, assumendo così una valenza universale.

L’essenzialità della scenografia non è un limite, perché azzerando ogni distrazione visiva, l’occhio dello spettatore è costretto a focalizzarsi solo sui corpi.

In questo ambiente essenziale quattro corpi identici si presentano avvolti da più strati di lingerie color carne e con i volti incorniciati da finte parrucche bionde.

Queste figure si muovono meccanicamente come in un loop scandite da una musica che è elemento centrale e disturbante. La partitura è priva di armonia, ripetitiva e insistente, quasi monotona, ma paradossalmente ipnotica e magnetica.

Il movimento perfettamente sincronizzato non celebra l’unione, ma evidenzia l’omologazione e la conseguente perdita della propria irripetibile individualità.

Le danzatrici non sono più individui, ma esemplari in serie. La loro precisione chirurgica le trasforma in prodotti replicabili, quasi cloni in cui è stata cancellata ogni traccia di singolarità. Il loro movimento è robotico e metronomico: una critica diretta alla perfezione imposta.

Le interpreti simulano l’atto di vestirsi e di truccarsi con una freddezza e un distacco inquietante, come fosse una vuota esibizione di facciata. Perfino i baci che mandano arrivano come segnali vuoti, il mero risultato di comunicazione forzata.

La conclusione è amara: più sei omologata e standardizzata più applausi ricevi.

Le danzatrici in scena replicano gli stessi gesti in maniera ossessiva, in perfetta sincronia. Ogni minimo movimento è controllato e nessuna può improvvisare. La loro maniacale coordinazione è cruciale poiché basterebbe un solo gesto sbagliato a mandare in pezzi l’intero sistema di omologazione che le tiene prigioniere.

La continuità ossessiva dello spettacolo è un elemento narrativo potentissimo. L’assenza di pausa e il ritmo incessante simboleggiano la condizione della donna contemporanea perennemente in corsa e sotto pressione in cui non è concesso un attimo di respiro per la costante paura di fallire, di essere giudicata, di finire emarginata dal sistema.

Nel corso dello spettacolo, in un momento di particolare intensità, l’Odissea nevrotica arriva al culmine con un gesto dirompente: senza alcuna seduzione, si sfilano lo slip e lo infilano in bocca, come un tappo che auto-silenzia il proprio grido. Dopo qualche istante lo sfilano lasciandolo cadere brutalmente in terra come a rigettare l’oggetto che le ha zittite.

Le danzatrici simulano una nascita, mentre un profondo taglio verticale squarcia il fondale bianco. Ma la liberazione è un’illusione: lo spettacolo si conclude con un amaro ritorno al punto di partenza. La prigione è ormai interiorizzata e negata ogni possibilità di emancipazione.

La bravura delle danzatrici emerge in tutto il suo splendore.

Nonostante la coreografia sia estremamente difficile, i volti di Sara Cavalieri, Eleonora Chiocchini, Valentina Dal Mas e Ludovica Messina Poerio non mostrano mai la fatica: questa capacità di controllare le emozioni è la prova della loro eccellenza.

I volti non sono vuoti, ma neutri: funzionano come una maschera potentissima che amplifica il linguaggio del corpo. Anche quando cambiano espressione, lo fanno in modo velocissimo e perfetto, dimostrando totale controllo sulla scena. Sono straordinarie interpreti che usano l’espressione come un’arte silenziosa e profonda.

Il magistrale lavoro della coreografa Antonella Bertoni non è solo danza, ma una costruzione di movimenti perfetta e intensa che trasforma i gesti in messaggio potente e chiaro.

 “Il vero rivoluzionario è colui che rompe il proprio loop interiore”

Cecilia Ranieri

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