Puglia: una vittoria annunciata, una sconfitta spiegata, un centrodestra in cerca del suo cavallo di Troia

La vittoria di Decaro in Puglia non è stata semplicemente larga: è stata talmente espansa, dilatata, onnipresente da rendere la celebre “maggioranza bulgara” un concetto quasi timoroso, la definizione di chi per pudore non osa esagerare. Per comprendere la scena pugliese non servivano sondaggi, analisi demoscopiche o veggenti in prestito: era tutto talmente prevedibile che pareva una rievocazione scolastica.

Uno di quei momenti in cui gli studenti guardano il professore con lo sguardo di chi sa perfettamente che Atene perderà la Guerra del Peloponneso, ma l’insegnante insiste a narrare ogni fase, ogni assedio, ogni declino, per rispetto della forma più che della sorpresa.

Eppure, basterebbe sfogliare certi commenti pre-elettorali – sì, proprio quelli che molti fingono ora di non aver mai letto – per rendersi conto che la direzione del vento era chiara da settimane. La differenza è che alcuni osservavano la bussola, mentre altri insistevano a consultare l’oroscopo.

Ma è sul fronte del centrodestra che si è consumata la parte più teatralmente affascinante, degna delle tragedie antiche e delle commedie moderne.
Appena archiviato il risultato è partito il rito ancestrale, quello che la politica conserva con cura da millenni: la ricerca del capro espiatorio. Questa volta l’onere tocca a Lobuono, che ha un unico, imperdonabile torto: aver accettato la candidatura che loro stessi gli avevano consegnato con sorrisi, pacche sulle spalle e proclami sull’unità.

Adesso, come nel teatro di Eschilo, si susseguono accuse che sembrano cori:
– “Non era la figura giusta” (e allora perché l’hanno scelta?)
– “Ha sbagliato campagna” (dopo averla approvata in ogni conferenza)
– “L’astensionismo ci ha puniti” (sempre lui, il colpevole universale)

Poi arriva il grande evergreen, l’everest della logica post-sconfitta:
“Volevo vedere come finiva se avessero votato anche gli astensionisti!”.
Il che è come dire: volevo vedere come sarebbe andata Troia se non avessero portato dentro quel cavallo.
La storia – lo sanno persino i liceali distratti – non contempla le ipotesi retroattive.

Per questo verrebbe da suggerire, con sincero rispetto, che Lobuono torni a fare l’imprenditore. Non come fuga, ma come contributo al Paese: in un’Italia dove la serietà produttiva è diventata rara come un manoscritto antico rimasto intatto, serve più una persona concreta in azienda che un’altra voce sommersa dai cori e dai contrasti di certi palcoscenici.

E parlando di cori, resta memorabile il momento in cui nei comizi baresi è esploso lo slogan “chi non salta comunista è”: un ritrovato di ricercatezza politica tale da meritare una collocazione tra Locke, Rousseau e un karaoke fallito sulla spiaggia il 15 agosto.
Quando la riflessione latita, si salta: è una legge della fisica dei corpi, più che della politica delle idee.
La scena, raccontata così, sembra uscita da una gita scolastica anni ’90: mancavano solo i quaderni dei Pokémon o le merendine distribuite a fine coro.

Ma il meglio – o il peggio – arriva dalle dichiarazioni dei vertici. Un vicepremier afferma che “il diritto vale fino a un certo punto”. Un concetto che, in mano a chi dovrebbe tutelare la legalità, suona come il chirurgo che confessa: “La sterilità degli strumenti è essenziale… ma senza esagerare”.
Dall’altro lato, l’immaginifico progetto del Ponte sullo Stretto offerto al Paese come via di fuga in caso di invasioni barbariche. Un’immagine epica, certo, ma non nel senso nobile del termine: al confronto, l’Eneide di Virgilio sembra un manuale delle Giovani Marmotte con qualche citazione latina aggiunta per far scena.

Ed eccoci alla domanda cruciale: che credibilità può avere una classe dirigente che oscilla tra il comizio anni ’50, il fantasy di bassa lega e la pantomima da oratorio estivo?
Slogan branditi come spade di cartone, gesti teatrali scambiati per leadership, volume delle urla usato come sostituto della solidità delle idee.

Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, e lo aveva capito già Tucidide: quando la politica abbandona la ragione e si trasforma in rumore, i cittadini scelgono chi quel rumore almeno tenta di abbassarlo.
Non serve tifare per il vincitore né simpatizzare per lo sconfitto per comprenderlo: basta aver attraversato una campagna elettorale in cui una parte parlava e l’altra alzava la voce, nella speranza che bastasse.

E così, in Puglia, la differenza è apparsa chiara da subito. Un distacco netto, evidente, quasi imbarazzante nella sua linearità: una vittoria 5–0 al primo tempo, con il pubblico che, già a metà gara, aveva smesso di guardare un lato del campo e aveva cominciato ad applaudire dall’altro.
Il resto è silenzio o, meglio, rumore che piano piano si spegne.

Cadetto di Guascogna

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