
Eppure, ogni volta che pensiamo di aver toccato il fondo, il Bari riesce a scavare ancora. Perdere una partita è fisiologico, perderla in casa brucia ma rientra nelle leggi dello sport; perderla venendo travolti da 28 tiri nello specchio, nel terzo stadio d’Italia, è invece qualcosa che supera il confine del tollerabile. Al San Nicola, sabato sera, è andata in scena non una partita, ma la rappresentazione plastica di una squadra allo sbando, con una difesa che si apriva come acqua tra le mani e una mentalità incapace di reggere l’urto del minimo livello competitivo.
I limiti di questa rosa – costruita male e guidata peggio – sono emersi in tutta la loro crudezza. Il miracolo delle strane vittorie interne, maturate con tre tiri in porta e un assedio costante degli avversari, era destinato a spezzarsi. E si è spezzato nel modo più inequivocabile: il Bari sabato non è mai stato squadra, ma un insieme di maglie scure sparse sul campo, senza marcature, senza reazioni, senza dignità sportiva. Un cantiere improvvisamente fermatosi per fallimento della ditta specializzata, come tanti ne capitano in Italia, o per le solite lungaggini dovute all’attesa perenne di materiali dalla Cina, dalla Russia, dall’America, la scusa di dazi, la guerra, il Papa nuovo, insomma le solite scuse, “I soliti accordi” parafrasando una canzone degli anni 90 di Enzo Iannacci e Paolo Rossi. Un calvario per tutti. Come scriveva Italo Calvino, “la leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto”: qui, purtroppo, si plana per mancanza di peso specifico.
Il Frosinone ha giocato una partita lineare, dinamica, sfruttando gli esterni e controllando il centrocampo. Non ha avuto bisogno di indossare la tuta da operaio: gli è bastato fare il proprio calcio, semplice e diretto, per scardinare una retroguardia che permetteva persino ai difensori centrali avversari di entrare in area come in un allenamento. Eppure, in mezzo al naufragio, il Bari è riuscito – inspiegabilmente – a restare in partita fino all’ultimo, come quei personaggi di Camus che resistono non per speranza, ma per ostinazione cieca. Una resistenza più simbolica che concreta, priva di reale capacità di incidere.
La scelta di Caserta di affidare la marcatura di Ghedjemis ad Antonucci è stata emblematica: un esterno offensivo costretto a ricoprire un ruolo improprio. Il risultato è stato disastroso. Inutile invocare “impressioni positive in allenamento”: se bastasse impegnarsi in settimana, a questo punto giocherebbe mezza rosa fuori ruolo, marfella a terzino incluso. E intanto Pucino resta inspiegabilmente ai margini, mentre la squadra affonda nei suoi stessi errori.
La responsabilità è condivisa, e il tempo delle scuse è scaduto. Se Caserta non è in grado di incidere, deve farsi da parte. Se il problema non è lui, allora è la società – Magalini, Di Cesare – a dover rispondere di una costruzione tecnica inadeguata. Si vedono errori che non appartengono neppure ai tornei parrocchiali. Tutti vengono a Bari per fare la partita della vita: non perché siano tutti Real Madrid, ma perché questo Bari permette loro di sembrarlo.
Continuare così significa mancare di rispetto alla piazza, a una città che vive di calcio e pretende quantomeno una squadra competitiva, non un gruppo allo sbando che sopravvive con tredici punti di cui non si conosce l’origine. Qui siamo a Bari, non in periferia. E con questa squadra, inutile girarci attorno, si retrocede.
E mentre le luci del San Nicola si spegnevano, tornava alla mente una frase della compianta Ornella Vanoni che sembra parlare proprio di questo Bari:
“È uno di quei giorni che
ti prende la malinconia
che fino a sera
non ti lascia più.
La mia fede è troppo scossa ormai
ma prego e penso tra di me
proviamo anche con Dio,
non si sa mai.”
E si, proviamo anche con Dio. Non si sa mai.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari