Guillermo del Toro realizza il suo sogno ed incubo più recondito dirigendo e riscrivendo per Netflix il ‘suo’ “Frankenstein”

Un pomeriggio di fine novembre, al calduccio di casa con la curiosità di vedere un “classicone “della letteratura, adattato in più versioni a cinema: “Frankenstein tratto dal romanzo di Mary Shelley.

In questa lettura, in concorso alla Biennale di Venezia 2025, diretta e riscritta per Netflix dal prode e pacioso Guillermo del Toro, viene messo in evidenza il punto di vista del mostro (qui interpretato da un sorprendente Jacob Elordi); da qui verranno rovesciati un po’ i ruoli, trascinando il malsano “padre” Victor Frankenstein, interpretato da Oscar Isaac, in una sorta di viaggio eroico.

Ciò che risalta subito agli occhi e animi più attenti è la poetica estetica del regista messicano che si rifà molto alle suggestioni messe nero su bianco dalla Shelley, come la dimensione orrorifica gotica che ben si allinea alla sua idea di cinema.

Tutto ha inizio con un ottimo impatto visivo (da sottolineare la fotografia e la colonna sonora di Alexander Desplat) della nave incagliata nel ghiaccio, minacciata dall’arrivo della figura mostruosa con una rabbia cieca e folle. Ma è proprio questo su cui punta il regista: i sentimenti, così maltrattati e attraverso i quali ogni personaggio vive un suo personale viaggio interiore all’interno del film, partendo proprio dal rapporto padre e figlio che  Victor aveva da bambino, da subito considerato un folle dal genitore perché giocava ad essere onnipotente come un Dio, portandolo ad avere una scintilla ribelle, una rabbia incontenibile da adulto, risultato del non essere accettati e capiti.

Così anche la sua Creatura è destinata a soffrire e a non essere capita e amata, perché Victor l’ha creata diversa dagli altri e soprattutto immortale, costringendola ad una sofferenza continua in solitudine.

L’unica cosa da preservare e proteggere è la gentilezza e la comprensione e infatti entrambi i protagonisti hanno bisogno solo di colmare una parte di se stessi con l’Amore che non hanno mai ricevuto: per Victor avviene con sua madre e per la Creatura con la dolcissima Elisabeth, interpretata da Mia Goth, la nuova regina dell’horror americano.

Ma è tutto il cast a meritare un elogio, da Oscar Isaac a Christoph Waltz, che qui veste i panni di Harlander, un trafficante d’armi che vuole finanziare la ricerca di Victor, mentre ma una menzione particolare va rivolta al “mostro che mostro non è”, a quel Jacob Elordi che si rivela una vera sorpresa perché nell’interpretazione offre diverse sfaccettature del personaggio, utilizzando la sua voce con svariate sfumature (da quella rabbiosa a quella sofferente) e soprattutto i suoi occhi pieni di dolore, a quanto pare il vero motivo per cui è stato scelto dal regista.

Chiunque conosca la filmografia e la storia personale del regista Premio Oscar sa che questo adattamento è più di un semplice film, bensì la realizzazione di un sogno (o forse incubo) che maturava da quando aveva solo sette anni, tanto da fargli dichiarare che i personaggi di questa storia fanno parte della sua stessa esistenza.

Voto alto!

Samantha Pinto

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