La seconda settimana del BIG – Bari International Gender Festival ha decostruito le nostre idee su disabilità, colonialismo e personalità, con le performance “I versi delle mani”, “Back/bridge” e “Infinitamente mutabile”

Chi frequenta concerti e teatri sa bene, che, prim’ancora che un problema di presenza, l’arte sta attraversando un problema di accessibilità alle sue forme. Innanzitutto, l’accessibilità economica: le famiglie stanno vedendo erodere il proprio potere d’acquisto e sono costrette a scegliere tra il cibo, l’affitto e i trasporti e un film o uno spettacolo teatrale. Non solo: molto spesso, è precluso l’accesso a persone con disabilità, sia motoria che sensoriale, o con neurodivergenza. Infine, ed è l’accessibilità più problematica, trent’anni di berlusconismo ci hanno consegnato una società ossessionata con l’intrattenimento, con le mani sempre pronte ad applaudire, a ridere, a distrarsi. Chiaramente, l’intrattenimento non ammette distanze dalle persone eteronormate da una visione che le vuole tutte belle, bianche, sorridenti, in salute, benestanti. Una visione occidentalizzata, maschia, coloniale, utilitaristica.

Il BiG si batte per il diritto a una versione diversa. Il BiG – Bari International Gender Festival è il festival transfemminista di cinema e arti performative co-diretto da Tita Tummillo e Miki Gorizia, che porta a Bari performance che modificano la prospettiva visuale con cui definiamo il nostro spazio nel mondo. Sicuramente con performance che denunciano gli abusi del colonialismo occidentale (memorabile quella di Nadia Beugré), ma anche, quest’anno, con uno spettacolo accessibile a persone cieche o ipovedenti.

È infatti la volta de “I versi delle mani” al Teatro Kismet, una performance di Marta Bellu, coreografa e danzatrice che si occupa di danza inclusiva con il progetto Iniziali, e nell’ambito di Versiliadanza. Nell’ambito di Iniziali conosce e forma Laura Lucioli, danzatrice con sindrome di Down, in uno spettacolo che è audiodescritto in chiave poetica per renderlo per l’appunto ascoltabile da chi non può vederlo. Assieme a Lucioli, sul palco, la sound designer Agnese Banti. In uno scambio continuo, Lucioli danza dando alle mani un’importanza primaria, mani che pregano, che disegnano lo spazio con una gestualità precisa, quasi rituale, quasi fosse un mudhra, e Banti, dotata di un harmonion, di diapason e di altri strumenti, stimola la danza con i suoni, e ne trae la linea su cui costruirne altri, di suoni. I movimenti e i suoni sono ora larghi, ora incalzanti, onde di glitter si librano dai capelli di Lucioli, e mi pento sempre più di fruire lo spettacolo da spettatrice vedente, sperando di poter rivederlo, un giorno, con gli occhi chiusi e le cuffiette dell’audiodescrizione ad accompagnarmi nell’esperienza.

Irrompe invece all’Abeliano, come una sveglia che suona all’improvviso, Habibitch. Con un nome che è una crasi tra l’arabo “Habibi”, che significa essenzialmente “Amore mio”, e “Bitch”, che anche chi pratica da principiante la lingua di Albione sa significare “Pu**ana”, Habibitch gioca sul dualismo per tutta la sua performance, “Back/Bridge”. La danza travolgente di Habibitch, che mescola tecniche tradizionali, ballroom e hip hop, tradisce il vero significato di quella mescolanza: la sua denuncia artistica si basa sulla contraddizione dell’Occidente coloniale. Al giorno d’oggi, e questa cosa in Francia è molto presente, si accusa l’Islam, e in generale l’immigrazione, di aver invaso i Paesi europei e di avere come disegno una sostituzione etnica e culturale. L’Occidente però sembra aver dimenticato le forme con cui ha inteso sopprimere le culture d’origine nel Maghreb, ad esempio, quando è andato lì per conquistare e “civilizzare” persone che non ne avevano un vero bisogno, sicuramente non avevano bisogno di malattie, stupri, uccisioni sommarie di persone indigene, con tradizioni e culture millenarie, al fine di impiantare un modo di vivere estraneo. E questo percorso è evidente, in immagini che si susseguono sul ledwall mentre Habibitch danza. Però, resistere è un obbligo, e creare un ponte là dove l’accusa è di voler distruggere e creare i muri. Il ponte è la musica, delizioso l’apporto del chitarrista Arezki Benoufella e del suonatore di derbouka Tontonmicmac.

E infine, “Infinitamente mutabile”, dell’esordiente Raffaele Coppola, ci accompagna verso un viaggio in danza di profonda introspezione e di ricerca della misura di sé nel mondo, attraverso i costumi, i movimenti e la definizione dello spazio. Lo spettacolo, in collaborazione con ResExtensa, è della compagnia Artemis Danza, con il contributo di Ministero della Cultura, Regione Emilia Romagna e Comune di Parma. Il pudore di Coppola verso i sé più nascosti creano una deliziosa contraddizione con i momenti più tormentati della coreografia, che cura assieme ai costumi.

Insomma, la vera fatica è trovare la propria chiave di accesso al mondo.

Beatrice Zippo
Foto di Fabiano Lauciello

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