Dalla violenza di genere all’emergenza ambientale: l’XI edizione del BIG (Bari International Gender) Festival amplifica il grido assordante di Berna Reale con la sua Personale alla Pinacoteca di Bari

La Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto” per l’XI edizione del BIG (Bari International Gender Festival) fino al 5 dicembre offre i suoi spazi all’antologica di Berna Reale, artista performativa nata a Belen strepitosa cittadina del nord del Brasile conosciuta come la “porta dell’Amazzonia “e scenario delle sue opere.

I temi della sua ricerca sono un’indagine profonda dei problemi della società contemporanea.

Artista, ma anche perito criminale nella vita, mette in luce attraverso opere di sconvolgente impatto emotivo, le violenze e le discriminazioni di ogni genere perpetuate nel suo Paese, ma anche le dinamiche di potere che le sostengono.

In mostra i dieci schermi che proiettano le sue performance, realizzate tra il 2012 e il 2018, non la vedono mai protagonista, ma elemento di un messaggio ben preciso.

Al suo corpo che usa come mezzo di espressione non attribuisce mai un valore soggettivo e le sembianze, infatti, sono spesso mascherate o integralmente nascoste.

Il soggetto/attore è impersonale e il singolo è “chiunque” perché il problema non è individuale, ma collettivo.

Le opere, potenti azioni teatrali, sembrano volutamente spettacolarizzate per affascinare in pochi minuti come un grido assordante la cui eco deve raggiungere tutti.

L’arte alla quale si conferisce anche un valore trasformativo, diventa qui un appello che crea l’urgenza alla consapevolezza delle ingiustizie e delle disuguaglianze e allo stesso tempo invita all’azione per un mondo più giusto e umano.

L’idea creativa dell’artista per mezzo dell’azione performativa che avviene normalmente per strada o comunque mai in musei e gallerie, auspica a generare un cambiamento di massa, in quanto sussistono nell’immaginario comune radicati e per questo pericolosi preconcetti patriarcali e sessisti.

In “A frio” l’artista con la testa rasata e con indosso un impermeabile trasparente che lascia intravedere il corpo nudo, è china a pulire il ghiaccio nell’indifferenza più totale degli uomini che le sono accanto. In modo ripetitivo e senza senso procede nella sua azione senza mai ribellarsi, come immersa in una nebbia che non si dirada mai.

In “Rosa purpurea” al suono di una banda militare e in modo tristemente provocatorio, sfila insieme a giovani collegiali in divisa con in bocca un elemento che rimanda alle bambole gonfiabili. Il corpo femminile qui è oggetto di desiderio da possedere e dominare senza possibilità di rifiuto.

L’artista affronta, con il personaggio di Bi, la violenza che colpisce la comunità LGBTQ+. Un essere amorfo si aggira divertito per la strada di quello che appare un mercato rionale. In tuta zentai rosa ostenta il grosso seno e gli enormi testicoli.

Molte persone a causa del pregiudizio non possono esprimere sé stesse e quanto soffrono e per questo sono portate al suicidio.

Le sovraffollate carceri brasiliane, in cui avvengono torture, omicidi e violenze sessuali sono lo scenario agghiacciante di “Americano” presentato nel 2015 alla Biennale di Venezia.

Berna come un podista raggiunge il corridoio delle carceri di massima sicurezza con in mano una torcia olimpica, emblema dei diritti e della libertà dell’uomo e le illumina.

Dove lo Stato è assente o è corrotto, la violenza è presente.

“Ordinàrio” è la straordinaria performance in cui l’artista crea un’atmosfera magnetica. In abito scuro raccoglie con le sue mani ossa appartenute a vittime anonime di omicidi e riposte su una carriola le trasporta nell’indifferenza della gente. La scena di un lirismo agghiacciante rimanda ai carri dei morti condotti dai monatti.

Berna sposta la sua ricerca anche sull’urgenza ambientale vista come emergenza internazionale e sulla conservazione dell’ecosistema per il benessere del pianeta.

In “Cantando na chuva” un improbabile modello in abito dorato e maschera antigas sfila spassionato e impassibile sul red carpet che emerge su una discarica a cielo aperto.

In mostra in anteprima mondiale anche l’opera del 2025 “Mayday Mayday Mayday” in cui un barcone guidato da un inquietante clown/capitano solca il Rio delle Amazzoni carico di bottiglie di plastica verdi che incredibilmente viste dall’alto appaiono foresta.

Berna utilizza ancora una volta l’ironia (amara) per trasportare lo sguardo dell’osservatore laddove non può non guardare.

La leggerezza di quel mare di bottiglie in cui il clown divertito nuota, pesano come un macigno sulla coscienza collettiva.

La violenza è il grido del silenzio, l’arte è il silenzio del grido.” (Salvador Dalì)

Cecilia Ranieri

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