Benjamin Bayl e Enrico Dindo, bacchetta e archetto: la voce accorata del violoncello incanta il pubblico della Stagione concertistica 2025 della Fondazione Teatro Petruzzelli e fa riscoprire l’opera di Weinberg

Sublime appuntamento con la concertistica del Petruzzelli il 22 ottobre scorso, con l’orchestra di casa diretta da Benjamin Bayl, e il violoncello solista di Enrico Dindo. Una bacchetta energica e raffinata per il direttore nato a Sydney e che ha studiato al King’s College di Cambridge e alla Royal Academy of Music. Il suo curriculum artistico argomenta bene rispetto a una maestria che ha affascinato il pubblico grazie alla notevole performance per l’esecuzione di un programma che ha superato i limiti del tempo e dello spazio mettendo insieme l’Haydn di fine settecento, l’incarnazione novecentesca di Weinberg il pathos romantico di Schumann.

Attualmente Bayl è direttore associato della Hanover Band di Londra. All’attivo ha collaborazioni come assistente o direttore aggiunto con Iván Fischer, Sir John Eliot Gardiner, Yannick Nézet-Séguin, Daniel Harding e Richard Hickox. Anche in ambito operistico e sinfonico vanta proficue collaborazione in Europa, Usa e Australia.

Il violoncello di Enrico Dindo, sostenuto dall’orchestra del Politeama barese e la sapiente direzione di Bayl, ha incontrato il pieno plauso del pubblico per l’accorata interpretazione e per la felice scoperta di un compositore, Weinberg, ancora poco eseguito e per questo poco conosciuto, ma che ebbe che suoi estimatori Sostakovich e Rostropovich.

Enrico Dindo è cresciuto a pane e musica, nascendo figlio d’arte e iniziando a studiare violoncello già a sei anni. Perfezionatosi con Antonio Janigro è stato per 11 anni primo violoncello solista dell’Orchestra del Teatro alla Scala di Milano, e nel 1997 ottenne il Primo Premio al Concorso “Rostropovich” di Parigi. L’attività da solista lo ha portato sui palcoscenici di tutto il mondo con le orchestre più blasonate a livello internazionale, tra cui BBC Philharmonic, l’Orchestre Nationale de France, la Filarmonica della Scala e quella di San Pietroburgo, la NHK Symphony Orchestra di Tokyo, la Toronto Symphony. Ha collaborato con direttori come Riccardo Chailly, Myung-Whun Chung, Daniele Gatti, Yuri Temirkanov, Riccardo Muti e con lo stesso Mstislav Rostropovich che lo apprezzò per le qualità di artista e per la raffinatezza del suono. Vanta d’essere destinatario di composizione appositamente a lui dedicate come quelle di Giulio Castagnoli, Carlo Boccadoro, Carlo Galante, Roberto Molinelli, Fabio Vacchi, Mauro Montalbetti e Jorge Bosso. Nel 2001 ha fondato l’Orchestra da camera “I Solisti di Pavia” ed è stato direttore musicale della HRT Symphony Orchestra di Zagabria, nonché direttore artistico dell’Accademia Filarmonica Romana. Attualmente è docente della classe di violoncello presso il Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano, l’ Accademia di Musica di Pinerolo e tiene masterclass per il Garda Lake Music Festival. Numerose le incisioni per Chandos, Decca che spaziano da Bach a Vivaldi, Haydn, Piazzolla, Kasputin. E’ Accademico di Santa Cecilia e suona il violoncello Pietro Giacomo Rogeri (ex Piatti) del 1717, affidatogli dalla Fondazione Pro Canale.

L’orchestra del Petruzzelli ha aperto il concerto con l’Ouverture, dall’opera “L’isola disabitata” di Franz Joseph Haydn, una sinfonia in stile gluckiano per flauto, oboi, fagotto, corni e archi. L’opera fu composta su libretto di Metastasio per la corte di Eszterházy e rappresentata in prima assoluta il 6 dicembre 1779. Con quest’opera, che anticipa di qualche anno “Il Ratto del Serraglio” di Mozart, Haydn tenta di aggiornare il proprio stile sul modello dell’Orfeo ed Euridice di Gluck.

L’ouverture è costituita da quattro sezioni, che la compagine orchestrale ha eseguito con decisione e fluida dinamicità alternando tempi lenti e veloci, tradotti nell’agogica con l’austera breve sezione del Largo iniziale in sol minore, un Vivace Assai giocato tra un tono drammatico, innestato sul principiale sol minore, e un tema più cantabile, nella tonalità relativa di Si bemolle maggiore. Gli ultimi due movimenti Allegretto e Vivace, al gesto chiaro e definito della bacchetta di Bayl, hanno rapito il pubblico non solo per la pulizia del suono, ma anche per la coralità ispirata espressa dall’orchestra.

Scrosci di applausi al termine dell’ouverture e ad accogliere il violoncello di Enrico Dindo per il Concerto in do minore, per violoncello e orchestra, op. 43 di Mieczysław Weinberg. Weinberg era nato in Polonia con origine ebrea-moldava, sfuggì due volte alle invasioni naziste finché si stabilì a Mosca, diventando il più stretto amico musicista di Šostakovich. Compositore prolifico, compose sia per l’intera formazione orchestrale che per sezioni d’archi. Le sue quattro sonate per violoncello sono tra le sue pagine più ispirate e poetiche. La sua opera più sofferta è il Concerto per violoncello Op. 43 eseguito da Mstislav Rostropovitch con la Filarmonica di Mosca diretta da Kirill Kondrašin nel 1957, che volle anche inciderlo.

La composizione, articolata in quattro movimenti, ha carattere meditativo, cupo e teso. Il primo movimento, Adagio, inizia con una dolente melodia del violoncello, un incipit soffuso e nostalgico, scandito dal respiro di vibranti pulsazioni e che si evolve nel pathos di un crescendo. Nel secondo movimento Moderato il suono orchestrale è diventato impetuoso, a tratti aggressivo, segnato dall’annuncio di tromba che ha introdotto un ritmo da Habanera di grande impatto emotivo. Una concertazione suggestiva, tesa alla valorizzazione dei timbri in chiave narrativa. L’Allegro energico, nel terzo movimento avanzava in modo solenne con la compagine piena dell’orchestra. Una tessitura ironica, giocata tra chiari e scuri, sostenuta da un’orchestra incalzante che vedeva l’innesto del violoncello con una cadenza al finale concepita come un momento di riflessione. Finale con un Allegro che chiudeva, acquietandosi, il cerchio per far emergere il ricordo dell’adagio d’apertura. Prova di grande bellezza, tanto da chiamare con insistenza più volte Enrico Dindo sulla scena e strappargli un bis, corrisposto con il solo andante della sonata n.4 per violoncello solo di Mieczysław Weinberg. Una felicissima scoperta.

Seconda parte del programma dedicata alla meravigliosa “Renana” di Robert Schumann Sinfonia n.3 in Mi bemolle maggiore, op.97. Fa sempre un certo effetto ascoltare questo capolavoro dal vivo e Bayl ha saputo davvero offrire un’interpretazione non solo fedele alla partitura, ma anche appassionata e affine al delicato e impetuoso spirito di Schumann. La Renana ebbe una gestazione breve, poco meno di un mese, e serena, tanto da avvertirsi nel carattere vivace e quasi didascalico della composizione che in più parti sembra riproporre l’andamento ora placido ora impetuoso del fiume che bagnava Dusseldorf. E’ proprio la ritrovata serenità del periodo di Dusseldorf che campeggia in quest’opera. Nel 1850 gli Schumann lasciavano la cupezza dell’ultimo periodo a Dresda , in cerca non solo di un posto dove stare, ma anche di un luogo dell’anima dove mettersi alle spalle le prime avvisaglie del disagio psicologico del grande compositore.

Cinque movimenti resi con intensità da un’orchestra in piena forma, alla quale va riconosciuto un notevole progresso qualitativo negli ultimi anni. Plauso ai maestri del politeama barese che sotto bacchette ospiti di pregio, come quella di Bayl, riconoscono a Bari di avere un gran patrimonio.

Consigli d’ascolto: Mstislav Rostropovich, Mieczysław Weinberg, Concerto in Re minore, op. 43- URSS State Symphony Orchestra

Alma Tigre
Foto di Clarissa Lapolla
per gentile concessione della Fondazione Petruzzelli

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