Quando il gesto artistico lavora ad un contenuto e lo consegna ad un “fuori” potenzialmente infinito, diventa atto politico: nel ricordo di Vittorio Cosentino, la Compagnia Eleftheria, con le Associazioni “Il Venerdì Libertario” e “Nel gioco del Jazz”, ha proposto al Teatro Forma di Bari una preziosa messa in scena di “Morte accidentale di un anarchico” di Dario Fo e Franca Rame

Una serata ricca di valore memoriale e civile, quella vissuta al Teatro Forma grazie all’Associazione Culturale “Il Venerdì Libertario”, con il supporto organizzativo dell’A.P.S. “Nel gioco del Jazz”. Un’occasione preziosa per ribadire il concetto di arte come fatto politico, e della politica come elemento innato dell’essere umano senziente. Un luogo per parlare di resistenza culturale e di impegno civile quale necessario corollario di fedeltà a se stessi e ai propri ideali.

Un momento di riflessione che ha legato tra loro, con profonda linearità e coerenza, Morte accidentale di un anarchico, di Dario Fo e Franca Rame, messo in scena dalla Compagnia teatrale torinese Eleftheria, e il ricordo di Vittorio Cosentino a cinque anni dalla morte nella Caserma Liberata di Bari. Nello stesso solco, i versi di Pippo Marzulli e i brani di De Andrè sussurrati al pianoforte da Donato Romito, tra il primo e il secondo atto dello spettacolo.

Dopo l’introduzione di Lino Patruno, è Franco Romito (anima del Venerdì Libertario) a delineare brevemente ma efficacemente la figura di Cosentino, testimone coerente di un’idea di arte e politica vissute come esperienze collettive e libertarie.

Uno spirito libero, il suo, che lo aveva portato ad essere protagonista (pagandone dolorose conseguenze) delle vicende baresi del ‘77, fra gli animatori più attivi del Movimento Studenti Fuori Sede a Bari. Cofondatore del Teatro Kismet (insieme a Carlo Formigoni), da questa esperienza si era poi allontanato “sfondando” non solo la quarta parete, ma (metaforicamente) il teatro stesso. Costantino diceva infatti di voler “rifiutare gli spazi assoggettati alle dinamiche di mercificazione”, propri dei grandi teatri, e per questo aveva scelto la strada quale palcoscenico per il suo Shakespeare, recitato nelle piazze con intatto rigore; aveva abitato con entusiasmo gli spazi liberi, autogestiti, antiautoritari, animandoli con i suoi laboratori, usando la recitazione anche come strumento di aggregazione e confronto. E tutto questo fino alla fine, fino alla morte nella ex Caserma Liberata di Bari, rendendo una forte testimonianza ai giovani che hanno condiviso i suoi ultimi tempi, i suoi ultimi giorni, come si legge in una bellissima lettera scritta da loro all’indomani della sua scomparsa.

Un Matto, Vittorio Cosentino, che con un atto di coraggio (lungo una vita intera), smontava le logiche del sistema, denunciava i giochi di potere, cercava una verità senza curarsi del prezzo che avrebbe dovuto pagare.

Un Matto, come il protagonista di Morte accidentale di un anarchico: un giullare che è sempre credibile perchè resta sempre se stesso, anche quando cambia ruolo.

Un Matto, come Dario Fo, che in scena non era mai altro da sè: nessun personaggio da interpretare, anche quando indossava una maschera o dipingeva il volto. Era sempre lui, rivoluzionario, beffardo, dissacrante.

Morte accidentale di un anarchico è un testo scandalosamente, scabrosamente realistico, nonostante il registro usato sia quello del teatro dell’assurdo. La risata qui è provocazione, denuncia degli abusi di potere, reclamo di verità e giustizia. E suona ancora oggi come drammaticamente attuale.

Scritta all’indomani della strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), e della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, sospettato di aver preso parte all’attentato, precipitato a seguito di un “malore attivo” (così nelle pagine dell’inchiesta) dal quarto piano degli uffici della Questura di Milano nel quale era stato portato e a lungo trattenuto, questa farsa, che oscilla costantemente tra la commedia e la tragedia, è un documento fondamentale e prezioso sia dal punto di vista storico che in quanto opera teatrale.

In scena per la prima volta a Varese nel dicembre del 1970, è oggetto di almeno tre stesure nei tre anni successivi, con un incredibile lavoro di ricerca, documentazione e costante aggiornamento da parte di Dario Fo e Franca Rame, che modificavano il testo man mano che si riusciva a raccogliere nuove notizie, nuovi elementi delle indagini, contraddizioni nelle ricostruzioni e nelle versioni (più d’una) fornite all’indomani di quella che, proprio per questo, fu ironicamente e provocatoriamente definita nel titolo come “morte accidentale”.

Nonostante le censure, le telefonate minatorie, le violenze, i pestaggi, e nonostante i 40 processi in giro per l’Italia (tanto che la tournée era necessariamente condizionata dai luoghi e dalle date delle udienze nei tribunali della penisola), “Morte accidentale di un anarchico” divenne fin da subito un punto di riferimento importante e imprescindibile nel dibattito politico e culturale, luogo di ricerca della verità, con un incredibile numero di  spettatori e di repliche. Nel prologo che anticipava lo spettacolo, in una versione ripresa dalla RAI del 1987, Dario Fo racconta proprio il clima di quegli anni e di quelle rappresentazioni, l’urgenza della denuncia, la volontà di chiedere a gran voce e cercare la verità dei fatti.

La Compagnia teatrale Eleftheria (in greco “Libertà”), sposando la cifra stilistica scelta da Dario Fo e Franca Rame, porta in scena una commedia grottesca e satirica, mantenendone intatti sia il valore sociale e politico, sia il tono farsesco. Il testo è snellito e reso più fluido; il prologo eliminato.

Sarebbe bello poter dire che l’opera conserva una rilevanza meramente storica, e invece, dopo cinquant’anni, ci si accorge che ancora risponde alla stessa “urgenza necessaria” che l’ha ispirata: alzare la voce contro gli abusi di potere, contro le bugie arroganti, contro il potere sfacciato che insabbia e nega la verità. Oggi come allora, nelle vicende di Cucchi, e Aldovrandi, nei fatti della Caserma Diaz.

Sul palcoscenico le parole si rincorrono a velocità vertiginosa, i ritmi sono serratissimi: gli attori in scena sono tutti assolutamente brillanti ed efficaci.

Simone Ricci, Vincenzo Leone, Francesco Savarino, Beatrice Frattini incarnano appieno lo spirito caricaturale senza mai cadere in eccessi. Federica Tucci firma una regia scorrevole, lineare ma non povera. A lei il merito di aver trovato un equilibrio fra tragedia e commedia, preservando la cifra comica del testo e la sua dinamicità. Claudio Destino ha il difficile compito di interpretare il Matto, in un inevitabile confronto col Maestro che questo personaggio “incarnava” (e non “interpretava”). Ci offre in verità una prova attoriale dialetticamente e fisicamente impegnativa, con un risultato pregevole: il suo Matto (perchè davvero diventa “suo”, come se ne assorbisse l’intima essenza) è un moderno giullare affetto da istriomania (cioè il bisogno di spacciarsi per altre persone) che usa lo sberleffo, il travestimento per smascherare bugie e contraddizioni. Con un gioco sottile riesce a trasformare gli inquisitori in inquisiti: li rende ridicoli, confusi, addirittura pronti a chiedere il suo aiuto di fronte ad una situazione che ritenevano di poter agevolmente gestire e dalla quale sono invece sopraffatti. Destino non rallenta, ma conserva e anzi aumenta progressivamente il ritmo, incalza e sostiene con estrema bravura il difficile equilibrio tra comico e tragico, tra commedia esilarante e teatro di denuncia.

Questa serata ha messo insieme anime diverse, accomunate dall’urgenza libertaria, e ci ha ricordato la necessità di sorvegliare le coscienze perchè restino sveglie.

Nei tempi bui, dobbiamo cantare i tempi bui“, diceva Brecht.

È ancora tempo di alzare la voce, di continuare a indignarsi. È ancora tempo di avere  coraggio, fiducia nella potenza dell’azione (anche solo) personale. E infine, ora come allora e come sempre, è ancora tempo di avere consapevolezza di dover pagare un prezzo alto lì dove si voglia essere coerenti e fedeli a se stessi.

Imma Covino

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