
I paradisi, come le intelligenze, sanno essere artificiali. Non importa con quale dipendenza, se dalle droghe, dallo zucchero o dalle notifiche dei social, veniamo proiettati in una realtà che è una bolla, un diorama determinato dall’algoritmo, dalle frequentazioni, dagli schemi familiari, dai luoghi che abitiamo. Il resto sembra non esistere.
Non vi è detto più fallace di “siamo tutti sulla stessa barca”, come a indicare che siamo sotto lo stesso destino. Eh no, sulla barca c’è chi rema, chi è al timone, chi frusta, chi viene frustato, chi va a sbattere, chi suona il violino, chi affonda e chi ce la fa anche senza scialuppa.

Al BiG questa cosa la sanno bene. Il BiG – Bari International Gender Festival è il festival transfemminista di cinema e arti performative co-diretto da Tita Tummillo e Miki Gorizia, che porta a Bari performance inconsuete per chi mastica materiale comune. Proprio questa cosa, evidentemente, dà fastidio a chi decide cosa è culturalmente rilevante. Di fatti, il BiG, a livello ministeriale è stato pesantemente definanziato, a favore di altre rassegne come il battesimo del pony o le lotte tra uomini mascherati da centurioni, come riportato dal servizio della trasmissione Report di Sigfrido Ranucci. Quindi non siamo, evidentemente, sulla stessa barca.
Proprio su questa fallacia si basa “L’Altro”, la performance di danza di Gianni Wers con Moreno Guadalupi, in collaborazione con Resextensa. Il danzatore, in maniche di canottiera, danza in un pattern sonoro che mescola elementi della house, dell’hip hop, della drum’n’bass, della sinfonica, lasciando che gli stili plasmino i suoi movimenti, ora ampi, ora vibranti, ora tremanti. Raccoglie un trench, che può appartenere a un solo stile e un solo sé, mentre gli altri, evidentemente abortiti, muoiono di freddo (come non pensare al “laudatur et alget” di giovenaliana memoria?). Solo che non è detto che le altre versioni di noi, ridotte al freddo, non si ribellino, un giorno, al trench, allo status che rappresenta. Calpestare il potere di quello stare al caldo, rispettato dal mondo, è un atto di vera liberazione. L’Altro, ciò che rappresenta, ciò che viene trascurato, è un gioco di potere, dove non si capisce chi abusa e chi è abusato.

Tempo di una piccola pausa ed è tempo di una performance che attendevo da settimane. “Onirica. Sleeping performance” è un’esperienza immersiva in cui la restituzione è il sonno del pubblico. A portarlo a teatro è il Collettivo EFFE, ossia Giulia Oderto e Antonio Careddu con il sound di Lorenzo Abattoir e Filippo Conti. La sala è allestita come un comodo dormitorio, con sacchi, pouf, cuscini, divani. Mediante un’esibizione fatta di suono e immagini ipnagogiche, coadiuvate dalla voce guida di Oderto, il pubblico è condotto all’esperienza del sonno, del sogno, del sogno lucido, indotto con una precisa intenzione. La pratica è affine a quella di yoga nidra, con la presenza di un’intenzione (sankalpa), così come di visualizzazioni e di proiezione sul corpo, ma la ricerca sonora, dei testi e visuale si fa raffinata, e la dimensione orfica diventa un rifugio da costruire e frequentare. Un’esperienza davvero bella, condivisa, intima come intimo è il sonno, in cui la mente si fa generatrice di paradisi senza fare ricorso all’intelligenza artificiale. Per non spezzare l’incantesimo, era possibile non interrompere i sogni, e trattenersi fino al mattino.
Se la stessa barca è un’illusione, la barca con cui navighiamo i sogni è nostra, non esiste algoritmo che possa affondarla. Per questo, chi sa sognare fa paura.
Beatrice Zippo
Foto da “L’Altro” di Ramazan Ganoshi
Foto da “Sleeping performance” di Fabiano Lauciello