
Metateatro ossia il teatro nel teatro.
Quando si lacera il “velo di Maya” che separa la storia narrata e quindi la finzione dal pubblico, ossia la realtà, si varca il confine tra sogno e veglia e nulla è più lo stesso.
Spesso facciamo metateatro anche nella vita reale, con esiti a volte disastrosi perché, diciamocelo, il silenzio è spesso d’oro e quando si fa i coraggiosi a vanvera e si apre il Vaso di Pandora, si risolve poco, si capisce meno e che la realtà sia migliore di una bella favola è tutto da dimostrare.
Ma, il saggio con la barba bianca che siede sulla mia spalla ci tiene che aggiunga: Ogni caso è a sé e una cruda verità è meglio di una bella bugia e bla bla bla.
Ciarlatani, l’opera teatrale firmata da Pablo Remòn e interpretata magistralmente da Silvio Orlando, Blu Yoshimi, Davide Cirri e Francesca Botti, andata in scena in rapida successione al Teatro Piccinni di Bari ed al Teatro Carcano di Milano, è un buon esempio di metateatro.
Ricordate “Sei personaggi in cerca d’autore” o “Amleto”?
E pensare che non vi ho ancora rivelato che la vita come il teatro per fiorire necessita di un pubblico, di una relazione, di un dialogo tra due parti che è meglio non siano entrambe nella stessa testa!
In conclusione, la vita stessa è un palcoscenico, che lo si accetti oppure no.
Ciarlatani, dicevo, è un buon esempio di metateatro e anche una buona prova di “rompicapo”.
Difficile seguire le innumerevoli storie che si intrecciano e che saltano tra il piano del reale e quello del fantastico. Bisogna non perdere il filo e ricordare a se stessi costantemente a che livello ci si trova.
Razionalizzando la trama, però, risultano evidenti due vite portanti.
Due storie parallele, ma che, come le “convergenze parallele” di antica memoria, sono destinate a non incontrarsi mai seppur mantengano in comune la figura di Eusebio Velasco. Entità intangibile fisicamente perché padre morto della protagonista della prima storia, Anna Velasco e, mentore e regista adorato per Diego Fontana, protagonista della seconda storia.
Certo per essere un fantasma quest’uomo ha lasciato dietro di sé molti danni e molti sospesi.
Insomma un normale, ingombrante essere umano.
Le due storie traboccano il loro mondo e dilagano nel nostro.
A questo punto, il cortocircuito.
I nomi di fantasia si mescolano con quelli reali degli attori. Un racconto di plagio riporta ad accuse reali e a spiegazioni che non si riesce più a capire se siano parte del dramma o del nostro quotidiano.
Il prodotto finale è decisamente godibile e, forse, un po’ troppo semplice nella satira diretta, se penso alle signore dietro di me, francamente fastidiose tanto da domandarmi più volte se pensassero di essere ad uno spettacolo di cabaret dalle loro risa sguaiate. Peccato perché io credo che le tematiche proposte fossero ben più profonde e che ci fosse assai poco da ridere.
Il tema di fondo è la condizione umana, il ruolo sociale, la maschera che ogni giorno indossiamo per affrontare il mondo, le nostre paure e insicurezze, per alleviare l’angoscia e la prorompente sensazione di non essere mai all’altezza delle aspettative. Non è una condizione del solo mondo artistico, ma certo, il mondo dell’arte è un paradigma d’eccezione. Fino a che punto si vive la propria vita, i propri sogni, le proprie follie e quanto si scende a compromessi e ci si racconta una storia ben infiocchettata per giustificare la propria codardia? Quante volte si può vivere vite non proprie, indossare personalità differenti per ogni circostanza come si indossa un abito, come attori navigati sulla scena?
Penso che queste fossero le domande sollevate dal testo di Pablo Remòn e, mi chiedo, dove stia la risata da commedia goliardica. O forse, stare davanti ad uno specchio fa sempre un po’ male e, non il sorriso amaro e consapevole ma la risata aperta ci fa illudere che non stiano parlando di noi e che “il male succede sempre tutto agli altri”.
Resta comunque una grande prova di recitazione dove gli attori sono completamente assorbiti dai loro alter ego e padroni del palcoscenico.
Poi folgorazione!
Nell’ultima scena-racconto mi rendo conto che esiste davvero una filosofia di fondo, che esiste un percorso che avevo percepito ma non identificato chiaramente.
La filosofia di Byung- Chul Han, niente di più contemporaneo, viene ripresa in tutta la trama, con frasi semplici appena accennate, con rimandi a libri e a concetti che ormai si sentono nell’aria e non si identificano più perché patrimonio collettivo. Byung- Chul Han è un filosofo poliedrico, ottimo comunicatore. Concetti lineari attraversano il nostro tempo e affondano le loro radici nel passato, più o meno prossimo. Da Walter Benjamin a J.P. Sarte, da Gunther Anders a Hanna Arendt, intrecciando filosofia, religione, spiritualità e sociologia. Al di là dell’ultima storia che apertamente richiama uno dei suoi libri con annesso momento d’ironia sul nome dato al cane del barista-saggio, come dicevo, gli scritti di questo filosofo fanno capolino in vari quadri, lievi e sornioni. Per esempio la lettura del neoliberismo attuale come sovrapposizione e fusione del lavoratore con il padrone. Ognuno è al tempo stesso padrone e servo e quindi la lotta di classe è ora una lotta con se stessi prima di tutto. Oppure il nostro impellente impulso ad evitare il dolore, qualsiasi dolore. Per fare questo, la predisposizione umana ad alienare tutte le emozioni e i desideri per cui vale davvero la pena vivere. E ancora: l’elogio della vita contemplativa “del cane” come facoltà di comprensione del mondo, di fusione con il Tutto, con buona pace di Hanna Arendt e della sua Vita Attiva.
Ciarlatani probabilmente lo siamo un po’ tutti. Ogni giorno, almeno un poco, per sopravvivere al mondo, per essere parte di una società strutturata. Ma la cosa più devastante per il nostro animo è che spesso lo siamo prima di tutto con noi stessi.
Manuela Composti