
Il Bari non mi ha fatto il regalo per il mio compleanno. Anzi mi ha inferto l’ennesima coltellata, stavolta per fortuna non mortale, la cui ferita ho già provveduto a tamponare per tempo. Che vergogna, pena, schifo e un tantino di malinconia.
Diciamocelo in faccia, senza vergogna e senza abbassare lo sguardo: se il Bari avesse perso, lo avrebbe meritato. Non tanto perché lo Spezia – squadra che, nonostante Donadoni, sembra avere già scritto nel destino la parola retrocessione – abbia dominato, quanto perché il Bari non è riuscito a vincere nemmeno con un uomo in più e contro un avversario inconsistente. Un’altra squadra avrebbe chiuso la pratica 0-4 senza tanti giri di parole; invece il Bari ha rischiato persino di perderla, pur godendo della superiorità numerica.
E quella superiorità, in campo, non si è mai vista. A tratti, sembrava che lo Spezia giocasse in undici, alla pari, con più ardore, più coraggio, più fame. Quando non vinci certe partite, significa che sei davvero molto – ma molto – scarso, e che dovrai lottare fino all’ultima giornata per non retrocedere, invocando santi, madonne e qualche ex allenatore del passato glorioso.
Il dramma, però, è che questo Bari non ha nemmeno una rosa pensata per la salvezza.
Ditemi voi: ve li vedete Gytkjaer, Castrovilli, Partipilo, Dikmann, Dorval, Maggiore – tutti, o quasi, reduci da esperienze in Serie A, qualcuno con un trascorso nelle nazionali italiane ed estere – a battagliare nel fango per un punto sudato? Io no.
Vedo piuttosto il Mantova, la Carrarese, il Sudtirol, la Virtus Entella, il Pescara: squadre umili, povere di talento ma ricche di schiuma alla bocca, sangue e orgoglio. Loro sì che lottano. Il Bari no.
Il Bari non lotta. Castrovilli gioca con leziosità, non corre, accarezza la palla come un nobile stanco del proprio feudo, ma non incide. venerdì, tolta l’inzuccata di Gytkjaer, soltanto Dorval ha provato un tiro dalla distanza, finito poco fuori. E poi? Il nulla.
Come già nelle vittorie immeritate contro Cesena, Mantova e Padova, o nel pareggio fortunoso di Chiavari: partite che il Bari avrebbe dovuto perdere, e invece ha raccolto sette punti in tre gare. Sette punti forse immeritati, ma che lo tengono momentaneamente fuori dai playout, almeno finché non si recupererà la gara di Castellammare, dove, se non cambia qualcosa, si preannuncia una disfatta scritta.
Questo pareggio, dunque, è inaccettabile. Non lo si digerisce senza un antiacido per lo spirito e per lo stomaco. Pareggio? No: una sconfitta travestita, un colpo basso che lascia l’amaro del rimpianto. E meno male che nello Spezia mancavano cinque titolari: altrimenti chissà come sarebbe finita.
Il Bari ha mostrato tutta la sua pochezza tecnica, tattica, caratteriale. È passato in vantaggio grazie a un calcio d’angolo fortunoso, ha beneficiato dell’espulsione di Kouda – un fallo tanto inutile quanto grave su Maggiore – e ha avuto ancora una volta in Cerofolini il suo santo protettore. Ma non è stato capace di chiudere i conti contro una squadra disperata.
Le occasioni? Imbarazzanti. Il secondo tempo, poi, è stato uno spettacolo da tragedia greca: gli spettatori pregavano che calasse il sipario, temendo il peggio. E, in effetti, lo Spezia, in dieci, ha sfiorato più volte il gol della vittoria, che avrebbe pure meritato.
I cambi non hanno inciso, il Bari non ha creato nulla, se non quel tiro da fuori area di Dorval: troppo poco per meritare la vittoria. I limiti sono sempre lì, incisi come una sentenza. Questa squadra è fragile, povera di idee e di spirito.
Partipilo e Castrovilli, baresi nell’anagrafe ma non nell’anima, non hanno dato nulla. Da loro ci si aspettava la scossa, ma continuano a passeggiare sul filo dell’inconsistenza.
Nikolaou, poi, con quell’atteggiamento apatico e l’errore clamoroso sotto porta, è la fotografia perfetta del disastro. È incomprensibile come un difensore così possa ancora indossare la maglia biancorossa. Magalini e Di Cesare – che da ex difensore dovrebbe capirne – hanno forse chiuso gli occhi in sede di mercato estivo?
Dorval appare stanco, svuotato, con l’eterno “piccio” di chi avrebbe voluto smontare le tende da Bari e non v’è riuscito, senza quella rabbia che ogni tifoso sogna di vedere. Castrovilli e Partipilo non riescono nemmeno a battere un calcio d’angolo come si deve. È tutto lì, nel dettaglio piccolo e umiliante, che si misura la mediocrità.
E dire che, con una vittoria, il Bari sarebbe potuto entrare in zona playoff. Invece nulla: nemmeno il coraggio di bussare a quella porta. Lo Spezia, pur in dieci, sembrava quasi in parità numerica. Il Bari ha avuto un tempo intero per dimostrare qualcosa, ma ha preferito dissolversi in una mediocrità avvilente.
Manca tutto: grinta, carattere, volontà, cattiveria, sangue, lotta. Il Bari è una squadra ibrida, senz’anima. Oggi, più che mai, si deve guardare alla salvezza, nient’altro. Ogni sogno di grandezza è un miraggio, una caricatura di ambizione.
E così eccoci di nuovo davanti all’antico destino. Era scritto, inciso nelle stelle e nei tabelloni luminosi dello stadio: il Bari doveva perdere, e come ho già detto questo pareggio equivale ad una sconfitta. Non servivano pronostici né analisi tattiche, bastava conoscere la legge non scritta del “Bari”: ogni volta che non puoi perdere, perderai. O quasi.
Primo segnale: lo Spezia non aveva mai vinto in casa quest’anno. E chi doveva arrivare a risvegliare i morti? Il Bari, ovviamente, il dottor Frankenstein della Serie B.
Secondo segnale: cambio d’allenatore in settimana. E come da manuale, arriva la “scossa psicologica” proprio contro il Bari, la partita della vita dei disperati.
Terzo segnale: cinque titolari spezzini indisponibili. “Oggi si vince facile”, dicevano a Bari. Ma la storia biancorossa insegna che quando l’avversario arriva monco, i rincalzi diventano marziani. Era già successo: chi dimentica quella trasferta di Francavilla, persa 3-0 contro una squadra priva di dieci giocatori tutti squalificati, senza equipe tecnica squalificata, senza presidente, allenatore e quasi senza magliette?
Eppure, per un soffio, la maledizione non si è compiuta del tutto. Il Bari non ha perso, ma nemmeno ha vinto. Ha pareggiato, il che, per chi conosce la matematica del dolore sportivo, equivale a una sconfitta.
Un punto non d’oro, ma di platino: frutto della sorte e non del merito.
Ma quanto può durare questa grazia?
Non molto, temo. Perché la realtà, nuda e cruda, è che il Bari non ha la mentalità giusta. E, come insegnava Nietzsche, chi non ha dentro di sé il caos non potrà mai partorire una stella danzante.
Il Bari, purtroppo, il caos lo ha, ma non la stella.
Non mi è piaciuto l’atteggiamento. Ora io non sono complottista, ma ci sarebbe da capire meglio cosa bolle in pentola nello spogliatoio, se c’è un diktat aziendale che prevede di non accendere pericolosi entusiasmi per poi salvarsi, come a Terni, all’ultima giornata, oppure chissà, forse non c’è voglia di impegnarsi il che sarebbe ancora peggio. Ma è un’opzione che non voglio minimamente prendere in considerazione anche se vedendo certe prestazioni davvero sconcertanti i dubbi sono inevitabili, perché c’è modo e modo di giocar male. E non vincere o vincere immeritatamente con un solo tiro in porta.
Massimo Longo
Foto ©SSC Bari