L’amore per una città che è madre: con “Strafelicissima Palermo” al Teatro Abeliano di Bari Sergio Vespertino ha raccontato fascino e contraddizioni del capoluogo siciliano e ha reso omaggio a suo padre che gli ha insegnato a viverla come “casa”

Chi scrive la recensione di uno spettacolo dovrebbe essere capace di mantenere sempre un certo distacco, una certa obiettività. Sbilanciarsi troppo non è prudente, e qualcuno dice che non è affatto professionale.

Ma Sergio Vespertino è bravo, incredibilmente bravo, e questa cosa va detta. Così mi assumo la responsabilità di una lode sperticata: vederlo sul palcoscenico in uno dei suoi monologhi è sicuramente un regalo da farsi.

Sono al mio terzo appuntamento con questo attore e autore dallo stile unico e personalissimo: dopo Sopra un palazzo, e Il signor Vattelapesca, sul palco del Teatro Abeliano di Bari, nell’ambito della rassegna Actor come sempre diretta da Vito Signorile, che lo accoglie ogni anno con un misto di ammirazione e familiarità, è andato in scena un soliloquio del 2014, Strafelicissima Palermo.

L’anno di nascita dello spettacolo è un numero puramente indicativo, e direi del tutto relativo, visto che il copione cambia nel corso di una stessa stagione, addirittura da una serata all’altra, secondo il pubblico, il contesto, l’umore, le nuove suggestioni.

Vespertino è come quell’uomo che percorre ogni giorno la stessa strada, ma ogni giorno, camminando, si accorge di cose diverse e le racconta. Pesca nella memoria, nei personaggi reali e immaginari della sua famiglia e della sua terra. Porta in giro una Sicilia affascinante e inafferrabile, cercando di farcela intuire anche attraverso i suoni di una lingua “addomesticata” (per i non autoctoni) ma pur sempre autentica.

Ogni spettacolo è pretesto per una canzone d’amore: per un padre, una madre, una donna, una città, un tempo passato, le proprie fragilità, un ricordo che ancora scortica, una carezza che ancora scalda.

È l’accavallarsi festoso di emozioni, immagini, racconti; una giostra colorata, affollata di incredibili personaggi, la magica pillola che ti fa dimenticare il grigio della giornata appena trascorsa e ti trascina in un caleidoscopio di mille colori. È un affresco a tinte forti, è la musica di una fisarmonica che da sola vale quanto un’orchestra e che sembra lo strumento ideale per sottolineare nel modo migliore il racconto funambolico. Virginia Maiorana, autrice delle musiche, donna dal sorriso dolce che accompagna la narrazione con sottolineature argute e precise, dal suo angolo sprigiona una carica intensa, una forza che trova spazio soprattutto nel bellissimo assolo in cui le dita corrono veloci su uno strumento che riempie completamente il cuore e la scena (magia della fisarmonica!)

È tutto un susseguirsi di generi e registri diversi: dalla risata sonora alla tenerezza di un’emozione appena sussurrata, dallo sberleffo alla malinconia, dall’ironia alla poesia. È una dichiarazione d’amore per una terra meravigliosa, ricca di bellezza, cultura, contraddizioni e miserie, che per sempre è madre dei suoi figli (di quelli che partono e di quelli che restano).

Palermo e la Sicilia viaggiano con Vespertino non come un bagaglio ma come una pelle, amore viscerale, nostalgia di antichi odori e sapori, un cordone ombelicale che non si spezza, nella silenziosa fierezza di una appartenenza.

È un legame di sangue e di cuore, la consapevolezza di un figlio che litiga e poi fa pace, contesta ma poi ritorna, nella certezza di essere riaccolto sempre, perché questa è una città che, persino nel modo in cui è fatta, con le montagne che la circondano, ti abbraccia, proprio come una madre.

Strafelicissima Palermo è anche il luogo in cui ribadire con forza l’importanza del noi, di un’infanzia in cui la famiglia non aveva i confini del sangue, e gli adulti prossimi (anche gli amici e i vicini) si sentivano tutti partecipi, responsabili gli uni degli altri; magari invadenti, ma capaci di una presenza quotidiana, un punto di riferimento certo.

È bellissimo il momento in cui, senza troppe parole, Vespertino taglia di netto il racconto gioioso della sua infanzia per dire che quel noi diventa salvifico soprattutto nel momento della perdita. Ci racconta la morte attraverso l’abbraccio di una comunità che si fa carico del lutto, che si fa rete di relazioni, che si rende presente, che non lascia soli.

Negli spettacoli di questo travolgente affabulatore, c’è sempre un momento in cui il saltimbanco si ferma, le parole smettono di accavallarsi e rincorrersi, la voce tonante diventa sussurro. Lo sberleffo e l’ironia si trasformano in tenerezza. Senza retorica, senza facili ammiccamenti.

Una frase, un gesto: tanto basta per ricapitolare tutto quello che si è detto in una silenziosa e potentissima poesia.

Strafelicissima Palermo è anche l’omaggio di un figlio ad un padre perso troppo presto, ad un amore grande, fatto di parole rarefatte ma dette al momento giusto, di presenza silenziosa ma certa, che lo ha sostenuto e accompagnato: l’omaggio ad un uomo che gli ha insegnato a guardare se stesso e anche la sua città dall’alto, percorrendola con uno sguardo attento, capace di leggerne le mille sfaccettature, per sentirla alla fine come “casa”.

È il tributo carico di amore e pudore ad una mano che per tredici anni ha stretto la sua e lo ha guidato: una mano che dopo tanti anni ancora scalda e conduce.

Uno spettacolo di Sergio Vespertino (al di là delle risate, delle emozioni, della tenerezza, della memoria condivisa che ci fa riconoscere in un personaggio o un gesto) è un viaggio fantastico, che regala sempre stupore e meraviglia.

Una bellissima lezione di teatro e di umanità.

Imma Covino

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