Al Teatro Abeliano di Bari, l’Odin Teatret di Eugenio Barba trasforma Shakespeare in un dialogo tra vivi e ombre, tra padri e figli, tra memoria e illusione

Con Hamlet’s Clouds, andato in scena al Teatro Abeliano di Bari, Eugenio Barba e l’Odin Teatret hanno firmato uno degli atti teatrali più intensi e visionari della Stagione. Un lavoro che non si limita a “rileggere” Amleto, ma che lo riporta alla sua essenza originaria: un rito collettivo di presenza, una domanda aperta sul senso della vita, della morte e della memoria.

Sul palco, Shakespeare stesso, voce narrante, ombra e presenza, attraversa la scena come un testimone inquieto, mentre il pubblico, presente direttamente sul palco, viene chiamato a condividere non solo lo sguardo, ma l’atto stesso del raccontare. È in questa complicità che si compie il patto narrativo, quella sospensione dell’incredulità che dissolve la barriera tra chi agisce e chi osserva, permettendo alla finzione di farsi realtà condivisa e alla parola di ridiventare destino.

Fin dall’inizio, è subito chiaro allo spettatore che il dramma è polarizzato: da una parte Hamlet, dall’altra Shakespeare, accomunati da un lutto recente: uno ha perso il padre, l’altro il figlio. Su questa tragedia echeggiano parole che sembrano dirci che quel dolore è ineluttabile, necessario, perché siamo “quintessenza di polvere”: “tutto ciò che vive deve morire”. Invece né Hamlet né Shakespaere sembrano accettarlo. “ Che opera d’arte luminosa è l’essere umano…un angelo per le azioni, un dio per la facoltà di discernere”. È evidente a tutti che “ c’è puzza di marcio”: “un mese appena e la madre è già sposata al fratello del defunto re”. Shakespeare ricorda ad un Hamlet, ormai folle di dolore, che suo padre gli ha dato un compito: vendicarlo. A questo punto il principe danese è essenza pura, non più frutto della fervida immaginazione dello scrittore inglese, è storia vera e porterà a termine il suo compito, fino a sciogliere il suo amletico dubbio: “sarà crudele, per essere buono” e finalmente vendicherà suo padre, a costo della sua stessa vita.

E Shakespeare come placherà il suo dolore? Riuscirà a vendicare il figlio “che giace nudo nella gelida culla”, mentre a se stesso promette di ricordare “tutti i figli senza futuro”?

Quando sono i padri a sopravvivere ai figli, il comando si rovescia. Sullo sfondo aleggia Hamnet, il figlio di Shakespeare morto prematuramente, il cui nome riecheggia in Hamlet come un’eco che non tace. Può un padre vendicare il figlio morto prematuramente? Può riscattarne il nome, restituirgli un futuro attraverso l’opera?
Barba sembra rispondere con un sì silenzioso: il teatro, come la poesia, è eternatrice di tutte le cose e costruttrice di dimore che vanno oltre il tempo.

Barba costruisce un teatro che non riproduce il classico, ma lo reinventa. Hamlet’s Clouds non custodisce Amleto come un monumento, ma lo attraversa come una nube in trasformazione mutevole, porosa, viva. È una rilettura nel senso calviniano: il classico come testo che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire, perché ogni epoca lo interroga in modo diverso e ciascuno spettatore lo riscrive nel proprio ascolto.

In questo senso, l’illusione scenica non è inganno, ma forma di verità, è lo spazio dove il mito si rinnova e dove la morte si trasforma in memoria attiva. La scena di Hamlet’s Clouds diventa un luogo di resistenza contro il tempo che tutto consuma, dove il pubblico stesso è coinvolto nella creazione dell’illusione, e il confine tra attori e spettatori si scioglie nel respiro comune del racconto.

Quando la voce finale promette: “Ti onorerò tra le stelle scintillanti che ripeteranno in eterno il tuo nome”, non è più solo Shakespeare a parlare a Hamnet, ma ogni artista che tenta, con la propria opera, di salvare dall’oblio ciò che ama. Così, tra le nuvole di Hamlet’s Clouds, Eugenio Barba rinnova il miracolo del teatro: un tempo sospeso in cui i morti parlano ancora, e noi, per un istante, crediamo davvero di poterli ascoltare.

Vicky Berardinetti

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