
“Random” è la parola che mi viene in mente guardando queste foto artistiche dei “Fotografi da Gaza”; “casualità”, “roulette russa”, “il gioco della pistola”, “l’ultimo proiettile”, “il vaso che cade dal balcone”, e altre parole, altre definizioni che la mente cerca di dare all’incomprensibilità sulla capacità distruttiva insita nell’animo umano. In questi tempi di attualità lacerata dalle guerre, episodi di macro-conflitti con cadenza sempre più allarmante, accompagnati dall’altrettanta allarmante frequenza dei micro-conflitti famigliari, sociali, di quartiere, se vogliamo, di condominio (giusto per spingerci verso l’orrido catastrofico di un film horror a sostituzione delle catartiche rappresentazioni tragiche o delle celebrazioni ritualistiche su cui la nostra società moderna ha radicato – come se le storie a fumetti di “Dylan Dog” fossero sempre meno frutto di immaginazione e creatività ma documenti realistici della realtà possibile), siamo sempre più chiamati a prendere posizione davanti allo scorrere di immagini che contengono l’inaudita violenza con cui noi applichiamo al mondo la nostra guerra interiore.

In questa mostra fotografica allestita nelle sale del Castello Angioino di Mola di Bari, grazie alla sinergia di diverse realtà, come l’Associazione “Alma Terra”, che da anni si muovono per sostenere un più ampio dialogo tra differenti culture e, dunque, una possibile determinazione di più spazi di incontro e di relazione tra persone provenienti da diversi angoli del mondo e che, per una qualsiasi ragione si trovano a dover vivere parte della loro vita, ad esempio, in Italia, io intravedo una possibilità in più di determinare un altro spazio possibile, ossia quello della crudeltà trascendente. “I Grant you Refuge” è il titolo della mostra curata da Paolo Patruno e che vuole raccogliere le foto di sei fotografi palestinesi non solo come documento della recente guerra mossa da Israele a danno dei civili palestinesi, ma anche quale “archivio celeste”, ossia raccolta emotiva, sensoriale e memoriale della catastrofe. Le foto in mostra escono dall’immagine stessa che vogliono raffigurare; escono persino dall’attualità, dalla contingenza e dalla rappresentazione delle oscenità della guerra, ponendo al centro l’urgenza poetica sinestesica di quel processo crudele e tragico che precipita dentro la nostra anima: la guerra è innanzitutto dentro di noi.

Ma, come vorrebbe Santa Teresa d’Avila, l’anima necessita di avvicinarsi a se stessa, trovare il suo centro all’interno di noi stessi, quel luogo segreto dove avvengono i nostri dialoghi più intensi e profondi, anche col sovrannaturale o col divino, e tutto ciò che allontana l’anima da se stessa, cioè l’accumulo di macerie determinate dalle nostre continue vittorie e sconfitte interiori, le nostre irriducibili guerre che, irrisolte, continuano a macerare e a distruggere i territori che ci contengono, allontana anche il nostro centro dal nostro centro, spostandolo all’esterno di noi. Le foto che vediamo nel percorso museale, in questo caso, sono specchio di queste guerre interiori che ancora bruciano nel nostro ascoso mondo e, nel vederle, appunto, ci rendono piccolissimi, infinitamente parte di quell’orrore, riducendoci alla nostra qualità finita di immaginarci lietamente al di sopra di qualsiasi realtà. Inizia da qui la presa in carico di una potente consapevolezza e, cioè, che in quello specchio noi perdiamo qualsiasi guerra e, con essa, la necessità di narrare a tutti i costi la nostra vita come qualcosa di speciale, pur essendo speciale, ma perché lo è il vivere oggettivo ad esserlo e non la nostra determinazione o il nostro desiderio di iper-realtà.

E, certamente, non basta nemmeno vivere per dirsi esseri umani, poiché, in noi, sembra albergare un progetto di vita ma anche il suo contrario, ossia la rinuncia a qualsiasi progetto del vivere. Progettare, cioè, la propria vita ma senza viverla. L’odierno nichilismo, che definirei più come un arrendersi all’immagine immaginata di noi stessi, annienta ogni impulso alla relazione, riduce lo spazio di interazione con l’estraneo, accumula il senso della presenza nel dispositivo elettronico, diviene metafora di una amputazione esistenziale, ponendosi prepotentemente quale unico meccanismo possibile di ricezione dell’altro da sé unicamente quale impedimento e ostacolo all’avanzare della propria essenza. Questa posizione (moralistica) determina forze contraddittorie che si manifestano innanzi tutto nel desiderio di sopraffazione dell’altro da sé e in tutte le possibili forme di razzismo, non più determinate da una convinzione culturale o storica o sociale o, addirittura, scientifica come, potrebbe avvenire in un’epoca ormai lontana, ma, non più sazia di quell’ignoranza e proprio perché “informata dei fatti”, soggettiva, individuale e identitaria, con nome e cognome, codice fiscale e indirizzo civico: il cittadino con cittadinanza di superiorità, probabilmente ereditata da un pensiero folle che pone se stessi al centro del mondo solo in quanto vivente ed essente, così, senza alcun merito o perché, carnefice e vittima di un sé spregiudicato, totalmente al centro dell’esteriorità, con l’anima domiciliata da tutt’altra parte.

Così, le parti che noi siamo, il nostro corpo e le sue parti, che sono anche parti di altri corpi, esplodono con le esplosioni dentro una città che ci rappresenta tutti, inermi di fronte alla crudeltà che, in queste foto trascende, per raccontarci dell’orrore quando accade e per raccontare a noi del nostro corpo integro ma ugualmente mutilato nella sua appartenenza ad una umanità civile, colma di amore e di speranza ma che non sa più dimostrare a se stessa l’astratto non rappresentabile dell’uno come dell’altro sentimento, in luogo della nostra perpetua lacerazione dell’anima che, per fortuna, prescinde da qualsiasi identità e che, tuttavia, si scopre raminga negli spazi senza corpi e indifesa nel riconoscersi dall’indicibile verità che è la nostra umana materia. Senza pace, noi guardiamo al nuovo giorno con maggiori dubbi perché sempre meno, di noi stessi, vogliamo capire, giacché spogliati di volontà, veniamo plagiati a una esistenza di inerzie, pallidamente assorti in un qualsiasi video-rifugio: la nostra casa, la nostra tomba, risvegliandoci soltanto in quel “sublime dinamico” che avviene perché opera della Natura, da sempre “nostra signora da imitare”, anche nella violenza, anche nella distruzione, perché irresistibile è la voglia di ricostruire, in un continuo e irrefrenabile gioco che è il nostro destino.
Andrea Cramarossa
Foto di Andrea Cramarossa