“Lady of the Canyon”, lo splendido omaggio a Joni Mitchell di Samantha Spinazzola, con Francesco Schepisi e Roberto Ottaviano, conquista il pubblico del Palazzo Pesce di Mola di Bari

Davvero raffinato questo appuntamento andato in scena il 25 ottobre a Palazzo Pesce a Mola di Bari, nell’ambito della Stagione musicale che gode della direzione artistica di Margherita Rotondi, con Samantha Spinazzola alla voce, accompagnata da Francesco Schepisi al pianoforte e Roberto Ottaviano al sax soprano. Un trio davvero straordinario, e un’interpretazione vocale che si è immedesimata alla perfezione allo stile di Joni Mitchell, e i due accompagnatori (non mi piace definirli così) eccellenti. Francesco Schepisi (compagno anche nella vita di Samantha) è ormai affermato nel panorama musicale italiano. Non finisce mai di sorprendere l’ascoltatore. E Roberto Ottaviano è stato davvero speciale. Non a caso l’incontro tra i tre non è occasionale. Le loro collaborazioni sono frequenti e se Ottaviano supporta questi due giovani musicisti, di certo un motivo c’è.

Ma occorre iniziare il racconto da Joni Mitchell. Innanzi tutto per informare i più distanti dal mondo musicale, che Joni oggi ha 82 anni, non se la passa benissimo, ma ha ancora la forza di apparire su qualche palcoscenico. Solo lo scorso anno è stata vincitrice di un Grammy Award (il decimo della sua carriera) per un album di un suo concerto registrato al Newport Folk Festival nel 2022 e pubblicato nel 2023.  Joni Mitchell è soprannominata “Lady of the Canyon” per una sua omonima canzone, che dà il titolo a un album del 1970, che racconta di tre amiche che vivevano nel quartiere di “Laurel Canyon”, un centro della cultura musicale popolare a Los Angeles negli anni sessanta.

Joni Mitchell, pseudonimo di Roberta Joan Anderson è nata in un paesino vicino Calgary, in Canada, nel 1943. E’ una cantautrice e pittrice canadese. Dopo gli esordi tra locali canadesi e statunitensi in cui germogliava una nuova generazione di musicisti folk, ottenne il successo commerciale alla fine degli anni sessanta, definendo uno stile che avrebbe fatto epoca e sarebbe stato fonte d’ispirazione per tutte le cantautrici dei decenni successivi. Il suo impatto sulla canzone d’autore americana, di cui è considerata una delle grandi capostipiti femminili assieme a Carole King, è parallelo a quello di artisti come Neil Young ( canadese di nascita anche lui). Joni Mitchell ha avuto due mariti: dal primo, Chuck Mitchell, sposato nel 1965 e con cui è rimasta fino al 1967 ha acquisito il cognome.

Con il trascorrere del tempo, il folk è stato sempre più relegato al passato, per dare spazio a nuove sonorità vicine al blues e al jazz che l’hanno portata a collaborazioni prestigiose con artisti come Pat Metheny, Jaco Pastorius, Herbie Hancock, Michael Brecker e Charles Mingus. A tal proposito, una delle tante cose belle da lei realizzata è l’album intitolato Mingus, pubblicato successivamente alla morte del grande contrabbassista ormai ridotto su una sedia a rotelle. Fu Mingus a contattarla  le propose allora di scrivere i testi su alcune musiche da lui composte in vari periodi della sua carriera, tra i quali anche la storica “Goodbye Pork Pie Hat”. Ormai gravemente malato, Mingus si spense in Messico prima che l’album venisse completato, ma, fece in tempo a sentire, secondo quanto la Mitchell scrive nelle note di copertina, “tutte le canzoni tranne una, God Must Be A Boogie Man: sono sicura che l’avrebbe fatto ridacchiare”.  E in quell’album sono presenti musicisti del calibro di Wayne Shorter, Jaco Pastorius, Herbie Hancock, Peter Erskine e Don Alias.

Joni Mitchell è nota anche per la sua passione e per il suo talento per le arti pittoriche. Ha sempre affermato di essere prima di tutto una pittrice, poi una musicista, curando personalmente la grafica e le copertine dei propri album, utilizzando, nella maggior parte delle volte, propri quadri, ma spesso anche elaborazioni fotografiche.

Per rendere omaggio a Joni Mitchell non è suficiente il tempo di un concerto. Le sue composizioni degne di nota sono tantissime. Difficile selezionarne solo una decina.

Il brano di apertura è stato “All I Want” è un inno all’amore, un procedere di frasi che si ripetono con insistenza e che sono una dichiarazione di devozione nei confronti di Graham Nash ma al tempo stesso l’espressione dei sentimenti contrastanti nei riguardi dell’uomo amato, in una miscela di sofferenza, frenesia, desiderio e vicendevoli ferite. Anche  “My Old Man” è  dedicata a Graham Nash, compagno dell’epoca; un grande amore ma che non ha mai sposato. Anche “The circle game” è una delle composizioni più famose, seguita da “Woodstock” per certi versi una ferita aperta per la nostra Joni. Scrisse la canzone traendo spunto da quanto aveva sentito raccontare dal suo fidanzato dell’epoca, Graham Nash, circa il Festival di Woodstock del ’69. Lei non aveva potuto partecipare all’evento, poiché il suo manager aveva voluto che apparisse invece nel programma The Dick Cavett Show. La Mitchell compose il pezzo nella sua stanza di hotel a New York City, mentre guardava in tv dei servizi sul festival. E questa canzone divenne la sigla del film pubblicato successivamente, che raccontava questo evento planetario.

Un’altra canzone struggente  porta il titolo “Little Green”, ed è dedicata a sua figlia, avuta nel 1964 (quando non era ancora nessuno) e che fu costretta a dare in adozione. L’esistenza di sua figlia, originariamente chiamata Kelly Dale, non fu resa pubblica fino al 1993. Mitchell si è poi riunita con sua figlia, Kilauren Gibb, nel 1997.

“River” è una canzone natalizia, forse la meno cantata a Natale, mentre “Both Sides Now”, scritta nel 1966, nel 2004, la rivista Rolling Stone l’ha classificata al numero 170 nella sua lista delle 500 migliori canzoni 

I Had a King” è il racconto sotto forma di fiaba che racconta il fallimento del suo matrimonio con qualcuno “che mi portò via nel suo paese per sposarmi troppo presto”.  “Help Me” è un brano in cui  manifesta la propria fragilità e vulnerabilità durante le fasi iniziali di un rapporto sentimentale. “ “A Case of You” è un brano scritto nel 1970 o forse anche prima, come per molte delle canzoni dell’album “Blue”, e che racconta la rottura della relazione con Graham Nash spesso citato come fonte di ispirazione. Secondo altri nel testo è contenuta una dichiarazione d’amore rivolta a Leonard Cohen, come lei stessa dichiarerà in seguito.  Come Samantha ha voluto sottolineare, è una delle canzoni d’amore con le parole più belle in assoluto

Un bel bis finale con un altro capolavoro: “Big Yellow Taxi”. Purtroppo il tempo è stato tiranno e il brano “The Dry Cleaner from Des Moines” è rimasto nel cassetto.

Ottimi gli arrangiamenti di Francesco Schepisi (quello di Both sides now, in comproprietà con Samantha Spinazzola). Gli interventi di Roberto Ottaviano sono stati dei veri e propri ricami che hanno valorizzato l’esecuzione di tuti i brani. Sono convinto che se la nostra Joni Mitchel avesse avuto la possibilità di ascoltare il concerto insieme a noi, lo avrebbe apprezzato tantissimo.

Gaetano de Gennaro
Foto di Gaetano de Gennaro

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