
Mio padre non conosceva la musica, ma ogni tanto prendeva in mano la chitarra e cominciava a pizzicarne le corde. Non so come facesse, ma riusciva a tirare fuori melodie sussurrate, armonie appena abbozzate ma coerenti. Per lui, irpino per nascita e per indole, il repertorio era quello della canzone classica napoletana, nella sua declinazione più dolce e malinconica. Cominciava sempre con “Era de maggio” o con “Santa Lucia luntana”. Cantava con gli occhi chiusi, come per ritrovare un ricordo. Sarà forse per questo che per me, oggi, la canzone napoletana classica è (non solo, ma soprattutto) sussurro intimo, sentimento raccontato sottovoce.
Peppe Servillo, sul palco del Teatro Abeliano di Bari con Cristiano Califano alla chitarra, per “Napulitanata” scrive dal vivo, con voce, faccia e corpo, una pagina di musica intensa e appassionata, libera ma nello stesso tempo rigorosa, esplorando la profondità e la passione dei versi e delle note della tradizione partenopea.
Servillo racconta storie antiche. In lui, come sempre, i sentimenti prendono la forma del movimento, intimamente connesso al canto, direi co-generante. Riempie completamente il palcoscenico vuoto e in penombra: disegna un paesaggio sonoro, riesce a farci vedere e sentire il tormento, la gelosia, l’ammore (con due emme, per rafforzare il concetto, come dice lo scrittore De Giovanni).
Lo sguardo è incantato, ma pure incantatore. Il sorriso è tenero ma anche beffardo. Il gesto è ampio e fluido ma a tratti anche nervoso, impaziente e scattante.
La chitarra di Cristiano Califano è un contrappunto prezioso alle fughe espressive di Servillo, e si rivela in tutta la sua eleganza raffinata nei due brani che l’artista esegue da solo (Serenata napulitana e Mmiezz’ ‘o grano). Calore e colore che avvolgono: davvero Califano “canta con la chitarra”, come dice Servillo prima di lasciargli il palcoscenico.

Il concerto si apre con Scètate del 1887, che Ferdinando Russo, galante e sciupafemmine, dedicò platealmente ad Annie Vivanti, amante di Giosuè Carducci, incurante della presenza del poeta. I brani si susseguono uno dopo l’altro, passando dalla dolcissima Uocchie c’arragiunate (nata una sera del 1904 ai tavoli del caffè Croce di Savoia) alla struggente malinconia di Santa Lucia luntana. M’aggia curà (1940) ci ricorda uno dei cavalli di battaglia di Nino Taranto, e ‘A casciaforte unisce l’ironia alla tenerezza dei ricordi da custodire.
Servillo racconta autori e contesti con un sorriso leggero, e la genesi di alcune canzoni è intrigante quasi quanto la canzone stessa. Il suo desiderio è quello di farci innamorare, e ci riesce, con la sua grazia e l’indiscusso carisma. La musica questa sera è ancora una volta linguaggio dell’anima, veicolo di poesia ed emozione.
Del resto, la ricchezza e la bellezza che Napoli ha generato soprattutto tra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento sono qualcosa di ineguagliabile, di assolutamente unico nel panorama musicale italiano ed europeo. Poesia e musica intrecciate, una cultura raffinata, profonda e articolata.
Nei teatri napoletani, anche con la musica si costruiva l’identità di un popolo. Spartiti venduti agli angoli delle strade, poesie declamate nei caffè e trasformate in canzoni appassionate da musicisti del calibro di Costa, Mario, Gill, Valente, Nardella, lì dove i testi portavano la firma di Russo, Bovio e Salvatore Di Giacomo. Uno scrigno inesauribile, dal quale attingere a piene mani sapendo che sempre ci sfuggirà qualche perla di bellezza. Amore sognato, sofferto, sospirato, tradito, ma anche ironia beffarda, e quello sfottò irriverente che da sempre anima il popolo di Napoli.
Napulitanata,che dà il titolo all’intero spettacolo, chiude il concerto.
Nasce da una poesia composta da un giovanissimo Salvatore Di Giacomo, e ben quattro musicisti provarono a trasformarne in canzone i bellissimi versi. Solo Costa, però, riuscì a creare quel legame tra musica e parole così armonioso ed efficace da consacrarla quale ennesimo gioiello della tradizione napoletana.
È l’ultimo regalo in questa serata, l’ultima carezza di due artisti eleganti e raffinati. Il lunghissimo applauso del pubblico che ha riempito il teatro fino all’ultimo posto, lassù in alto, dice più di tutto l’eterna bellezza della musica che attraversa i secoli e ancora oggi parla al cuore.
Imma Covino
Foto di copertina dal Teatro Abeliano
Sono orgogliosa di mio nipote per le considerazioni positive ottenute sia dalla giornalista Imma Covino che dal maestro Beppe Servillo