L’Associazione Nino Rota di Castellana Grotte ha inaugurato la Stagione con la lezione di Stefano Zenni su John Coltrane e il suo mitico album “A Love Supreme”

Inizia bene la nuova programmazione dell’Associazione Musicale Culturale Nino Rota – APS di Castellana Grotte con Stefano Zenni, uno dei maggiori musicologi italiani. Insegna Storia del jazz e delle musiche afroamericane al Conservatorio di Bologna ed è direttore artistico del Torino Jazz Festival. Non è la prima volta che partecipa ad incontri dell’Associazione Nino Rota, ma le sue narrazioni sono sempre affascinanti e straordinarie. Ad introdurre l’ospite, il Presidente dell’Associazione, Vito Rubino.

L’occasione è quella di omaggiare la figura del grande sassofonista John Coltrane, del quale il prossimo anno sarà celebrato il centenario della nascita, e i sessant’anni di questa memorabile incisione, avvenuta a dicembre del 1964. E la lezione, a mio avviso straordinaria, è stata programmata due settimane prima dell’appuntamento del 6 novembre prossimo, in cui il quartetto di Nico Catacchio, Gianfranco Menzella, Eugenio Macchia e Fabio Accardi riproporranno la versione integrale di “A love supreme”.

Il fine di questo incontro-lezione di Zenni non voleva essere un’analisi dettagliata dell’opera, ma raccontare come Coltrane ha concepito questo capolavoro; un disco che può cambiare la vita di un ascoltatore attento. Raccontare pertanto, attraverso lo studio di alcuni documenti originali, come un musicista arriva a concepire un lavoro del genere. Perchè il processo creativo ci dice molto della musica di Coltrane, e come la creatività possa passare attraverso strade particolari.

John Coltrane è morto improvvisamente a soli 41 anni, per un tumore al fegato. Era stato eroinomane da adolescente fino all’età di trent’anni, e tra il 1957 ed il 1967 ha avuto una accelerazione creativa senza paragoni. “A love supreme” vede la luce nel momento di massima maturità del suo quartetto storico (con McCoy Tyner al pianoforte, Jimmy Garrison al contrabbasso ed Elvin Jones alla batteria) ed è considerato l’apice della sua carriera. Per molti non solo è considerato l’album più bello di Coltrane, ma uno dei cinque dischi più importanti della storia del jazz. E forse dei più influenti della musica del ventesimo secolo. Ha influenzato musicisti pop, rock, la nascita del minimalismo, il rapporto con la musica indiana e la musica popolare americana. Ha cambiato il jazz, è stato (e lo è ancora oggi) oggetto di culto.

Per questo quartetto è stato il punto di arrivo di un cammino iniziato tra il 1960 – 1961 fino al suo scioglimento subito dopo, nel 1965. Dopo questo album la sua musica è cambiata. Negli anni precedenti, nei tanti dischi registrati a suo nome (17), le composizioni originali sono poche. Spesso venivano registrati degli standard con ottime improvvisazioni di Coltrane. Solo l’album precedente a “A love supreme” (Crescent, del 1963) contiene cinque composizioni tutte originali. Nel periodo aprile – dicembre 1964 coltrane fa pochi concerti e non incide nulla. Ad agosto nasce il primo figlio (John jr. contrabbassista, morto a 17 anni in un incidente stradale). A fine estate inizia a pensare ad una composizione estesa, che sarà poi registrata a dicembre 1964.

In un docu-film su Netflix (da Zenni giudicato orribile), Alice Coltrane (la sua seconda moglie, che conobbe nel 1963 e sposò nel 1966) racconta che a settembre ‘64, in piena fase creativa, John si ritirò nelle stanze del piano superiore della villetta dove abitavano e solo dopo cinque giorni riapparve dicendo: “ora ho compiuto ciò che volevo fare”. Come a dire che in quei pochi giorni aveva definito tutta l’opera di “A love supreme”. Nella descrizione di Alice Coltrane sembra quasi che John, scendendo le scale con il manoscritto in mano, potesse essere paragonato a Mosè che scende dal monte Sinai con le tavole della legge in mano.

Solo successivamente alla morte di Coltrane, alcuni oggetti a lui appartenuti furono messi all’asta dalla famiglia. Oggi il manoscritto originale di “A Love Supreme” (cinque fogli scritti a mano) è conservato presso il National Museum of American History a Washington D.C. come “patrimonio della storia culturale americana”.

E a questo punto, con un lavoro davvero certosino, degno del migliore degli investigatori privati, il nostro Stefano Zenni ha avuto la capacità di analizzare tutta la sua genesi ed arrivare alla conclusione che l’idea che in quel momento John coltrane aveva in mente era ben diversa da quella che poi ha visto la luce nella registrazione effettuata il 9 dicembre del 1964. Tutto questo non per sminuire il capolavoro di John Coltrane, ma per far capire ai tanti presenti alla lezione che fino all’ultimo, nei tre mesi precedenti la registrazione, l’idea originale ha subito tante variazioni prima di arrivare alla pubblicazione del disco.

Da un’analisi approfondita delle annotazioni fatte a mano sugli spartiti, l’idea originale prevedeva l’utilizzo di un organico più allargato con più fiati, due bassi, diversi tipi di percussioni, ma forse in questi tre mesi precedenti la sala d’incisione, è giunto alla consapevolezza che i suoi musicisti potevano fare tutto. Lo schema originale prevedeva solo tre movimenti mentre il disco ne contiene quattro, inserendo come secondo movimento un brano (Resolution) che già proponeva nei concerti del periodo precedente. Inoltre, andando a ricercare negli archivi, ci sono troppe assonanze tra un brano di Art Farmer (Mau Mau, del 1953) ed arrangiato da un giovanissimo Quincy Jones. Guarda caso questo disco, inciso dieci anni prima, fu pubblicato nuovamente nel 1964. Questo non costituisce prova di reato, ma le assonanze sono troppo evidenti.

L’altra particolarità è quella che fino ad allora Coltrane era riconscibile per i suoi assoli torrenziali, una vera e propria tempesta di note, ma già da Crescent (L’album pubblicato l’anno precedente) passa all’utilizzo di tre note combinate tra loro e ripetute. E solo per i più fedeli, che sono in possesso dell’LP, la copertina si apriva in modo “inusuale”, con un lungo messaggio rivolto al “Dear listener, un ritratto a matita dei John Coltrane, ed il testo di un poema (una preghiera) dal titolo “A love supreme” (queste cose si perdono con il CD o con l’utilizzo delle piattaforme digitali). Solo nel 1980 Lewis Porter, nel testo “La vita e la musica di John Coltrane” riporta un “Musical recitation of praier by horn” che fanno finalmente luce sul fatto che nel quarto movimento (Psalm), il sassofono di Coltrane non sta suonando una melodia a caso ma sta sillabando la preghiera (che di certo è stata scritta un mese dopo l’ideazione dell’opera (uno dei primi concept album della musica moderna). Questa preghiera era stata scritta, prima in modo disordinato, ma almeno un mese dopo è stata trascritta unitamente alle note, sul pentagramma. Per raggiungere l’estasi assoluta, nella parte finale, è stato fatto uso a sovraincisioni per amplificare il sound. La sintesi dell’opera? Capire (Acknowledgement) , Prendere la decisione (Resolution), Fare (Pursuance), Ringraziare (Psalm).

Ritornando ai fogli dell’opera, il primo di sicuro è stato scritto nel suo ritiro al piano superiore, ma i fogli successivi sono stati completati nei mesi precedenti alla registrazione. In testa aveva due soluzioni da portare in sala di incisione. Una prima versione per quartetto, ed una seconda con un organico più allargato. La prima versione (poi pubblicata), è quella incisa il 9 dicembre del 1964, ma Coltrane aveva prenotato la sala di incisione anche per il 10 dicembre, convocando, oltre al suo gruppo, un altro sassofonista (Archie Shepp) ed un altro contrabbassista (Art Davis). Evidentemente aveva in testa di incidere due versioni, per poi scegliere quale pubblicare. Ma quello che sembra dagli approfondimenti successivi, il giorno 10, con il sestetto, molto tempo è stato “perso” solo per il primo movimento (Acknowledgement), non riuscendo a completare il lavoro. In conclusione, è stata pubblicata la prima versione in quartetto (quella che conosciamo tutti noi) ma poi, col tempo, è stata pubblicata una nuova versione dell’Album (The complete masters) con tantissime “alternate takes” con Archie Sheep e Art Davis.

L’incontro con Stefano Zenni ha avuto qualcosa di entusiasmante e di emozionante. Ha dato a tutti noi la possibilità di entrare nel cuore dell’opera e di poterla rileggerla con una veste nuova. Non ci resta che riascoltare questo Album, in modo da arrivare preparati al prossimo incontro organizzato dall’Associazione Nino Rota, previsto per il 6 novembre prossimo, per gustarla dal vivo ancora una volta. E per finire una piccola annotazione: Coltrane ha ricevuto numerosi premi e onorificenze postume tra cui la canonizzazione da parte della African Orthodox Church con il nome di Saint John William Coltrane. La chiesa di San Francisco a lui dedicata, la “Saint John William Coltrane African Orthodox Church”, utilizza musiche e preghiere di Coltrane nella propria liturgia.

Sperando di essere stato in grado di sintetizzare la lezione di Stefano Zenni, per tutti l’appuntamento è per il 6 novembre, sempre a Castellana Grotte.

Gaetano de Gennaro
Foto di Gaetano de Gennaro

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