
C’è un’aria strana che tira in Italia. Un odore antico, di polvere e naftalina, che sa di manganelli lucidati e camicie stirate col ferro del Ventennio. Un’aria che certi nasi riconoscono subito: “l’aria della masseria”, come si dice dalle nostre parti, quella che fa sentire certi figuri di nuovo a casa.
Non è un’impressione, purtroppo. È cronaca.
A Predappio, un migliaio di nostalgici del Duce si è dato appuntamento come ogni anno, e con l’orgoglio di chi sfida il ridicolo, ha marciato verso la cripta del signor Benito Mussolini che ci ha consegnato nella mani di un altro signore, tale Adolf Hitler con tutto ciò che ne è conseguito, per commemorare la “Marcia su Roma”. Saluti romani a braccia tese, cori da curva sud dell’odio, “Presente!” urlati nel silenzio complice dello Stato. Nessun intervento, nessun fermo, nessun muro di poliziotti a fermarli e ovviamente nessun fumogeno lanciato e nemmeno vetri rotti, stazioni in subbuglio, lacrimogeni, incidenti perché tra di loro si parla la stessa lingua, neppure un’ombra di sdegno da parte di chi governa. Solo una sorveglianza distratta, come se tutto ciò fosse una manifestazione folkloristica, una sagra del revisionismo.
Eppure, in un Paese che ha inciso nella sua Costituzione l’antifascismo come fondamento, dovrebbe bastare la legge per impedire a mille fascisti di sfilare in onore del più grande criminale politico italiano. Invece no. Si marcia tranquilli. E c’è pure chi li difende in nome della libertà d’espressione, come se il saluto romano fosse un’opinione e non un reato. Ma il fascismo non è un problema estetico, è una malattia morale. E quando il virus trova terreno fertile, si espande.
A Genova, qualche giorno dopo, dieci eroi del nulla – incappucciati, armati di spranghe e di coraggio in prestito – hanno fatto irruzione in una scuola occupata, il liceo Leonardo Da Vinci. Dentro c’erano ragazzi che parlavano di cultura, di pace, di partecipazione democratica. Fuori, c’era chi gridava “Viva il Duce!” e spaccava porte, imbrattava muri con svastiche, terrorizzava studenti minorenni. Sono entrati come squadristi e, com’è tradizione, sono scappati come conigli. Ogni volta la stessa scena: la violenza fascista non arriva mai sola. Arriva protetta da un clima, da un silenzio, da una certa indulgenza che somiglia alla complicità.
E non è finita.
A Roma, un giornalista, Alessandro Sahebi, è stato aggredito da tre neofascisti davanti al Teatro Brancaccio, mentre faceva una foto alla compagna e al figlio di sei mesi. La sua colpa? Indossava una felpa antifascista. Tre energumeni gli hanno intimato di toglierla, lo hanno strattonato, schiaffeggiato, insultato. Davanti al suo bambino. Non per un’idea, non per una provocazione, ma per un simbolo: una semplice scritta antifascista su una felpa. Anche qui senza l’intervento di nessuna forza dell’ordine. Mai sia.
Ecco dov’è arrivato il Paese: basta portare un segno di civiltà per essere preso di mira. Eppure, secondo qualcuno, “la matrice non c’è”. Meloni e compagnia briscola dicono che non bisogna “strumentalizzare”. Certo: il fascismo non va strumentalizzato, va coccolato.
Nel frattempo, mentre nelle strade si agitano i fantasmi in camicia nera, nei palazzi del potere si gioca un’altra partita, più elegante ma altrettanto sporca.
Un commissario del Garante della Privacy, Agostino Ghiglia, immortalato mentre fa visita nella sede di Fratelli d’Italia – così, en passant, prima di gettare la monetina nella Fontana di Trevi così da assicurarsi un repentino ritorno nella città eterna – due giorni dopo vota per sanzionare Report e Ranucci con 150mila euro, proprio lui, il giornalista a cui – guarda caso – tre giorni prima era stata piazzata una bomba sotto l’auto con la figlia nei paraggi. Un caso, dicono. Come se l’arbitro entrasse negli spogliatoi della squadra di casa per “scambiare due chiacchiere” prima del fischio d’inizio. O come dire che Cesare si è pugnalato da solo per risparmiare i congiuntivi ai posteri.
Siamo arrivati al punto in cui il controllore fa visita al controllato prima di decidere la multa. L’arbitro che prende un caffè con la squadra di governo prima della partita. E poi fischia “casualmente” nella loro direzione. Ma va tutto bene, dicono. E se qualcuno osa sollevare un sopracciglio, arrivano i comunicati pieni di “solidarietà” pelosa e ipocrita: piangono per Ranucci la sera e gli tolgono la voce il giorno dopo. È come versare lacrime sulla libertà di stampa con una mano e firmare il bavaglio con l’altra.
Ecco il punto: non sono episodi isolati.
Sono tasselli dello stesso mosaico.
Da Predappio alle scuole, dai vicoli alle istituzioni, c’è un’Italia che torna a sentirsi legittimata.
Un’Italia che non ha mai smesso di essere fascista, solo che per un po’ ha imparato a fingere.
Ora invece si è tolta la maschera e si gode l’aria di famiglia. È la destra che dice di non essere fascista ma non riesce mai a dire che il fascismo è una vergogna. Quella che fa spallucce davanti ai saluti romani e che si scandalizza solo quando qualcuno li chiama per nome: “predatori d’ombra”.
Perché è lì che tornano, da sempre, dopo ogni aggressione, dopo ogni marcia, dopo ogni vile fuga: nell’ombra da cui storicamente rispuntano quando sentono odore di impunità. E intanto, la politica che fa? Niente. Tace. Non condanna, non prende le distanze, non spende una parola. Un silenzio che pesa come un colpo di tamburo.
In fondo, lo diceva anche Brecht: “Il ventre è ancora fecondo dal quale nacque la bestia”. E in Italia, quel ventre, pare che goda di ottima salute. Si chiama nostalgia. Si chiama connivenza. Si chiama paura di perdere voti.
Eppure, nonostante tutto, ci sono ancora ragazzi che occupano scuole per parlare di pace, giornalisti che non si piegano, cittadini che indossano felpe antifasciste con la schiena dritta, cortei innocui di milioni do ragazzi pacifici a sfilare purtroppo con i soliti dieci infiltrati che con la pace non c’entrano nulla. La destra dieci-venti-trenta milioni di persone che sfilano in Europa e nel mondo se li sogna. Sono loro la parte viva di questo Paese, quella che non ha dimenticato la lezione della Storia, quella che non confonde la libertà d’opinione con la libertà di insultare la democrazia.
Perché sì, il fascismo in Italia esiste eccome.
E finché ci sarà qualcuno pronto a dire “Presente!”, ci sarà e ci dovrà essere sempre anche chi risponderà “Assenti mai”.
Gli eskimi ci stanno stretti e ormai sono sbiaditi e mangiati dai tarli e pressochè inservibili. Ma ci sono ancora.
Quantomeno a ricordo.
Cadetto di Guascogna