L’infinita danza del definitivo passaggio diventa rito sacrificale e divinizzante: “Totentanz. Morgen ist die Frage”, la nuova splendida creatura partorita dalla mente di Marcos Morau per la Compagnia La Veronal, ha superbamente inaugurato “Rinascenza”, l’annuale Stagione del Teatro Kismet di Bari codiretta da Teresa Ludovico e Gianni Forte

Questa serata che avrei voluto eludere, finisce per pesarmi in modo strano. Mentre il tempo passa, e il giorno sta per chiudersi ed io lo vorrei diggià morto, ci sono uomini che in esso hanno riposto ogni speranza, ogni amore, le forze estreme. Ci sono uomini agonizzanti, altri che temono una scadenza e vorrebbero che domani non arrivasse mai; altri ancora per i quali domani spunterà come un rimorso. Certi sono sfiniti e questa notte non sarà mai abbastanza lunga per dargli tutto il riposo che occorre. Ed io, che ho buttato la mia giornata, con che diritto oso invocare il domani?” (Alain-Fournier / Henri Alban Fournier)

Ti supplico di avere pazienza con ogni cosa irrisolta nel tuo cuore e cercare di amare le domande stesse come se fossero stanze chiuse o libri scritti in un linguaggio completamente sconosciuto.” (Rainer Maria Rilke)

Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.” (Vangelo di Matteo dal Discorso della montagna)

In Totentanz iniziamo coinvolgendo il pubblico in una sorta di seduta spiritica, con corpi che sembrano parlarci dall’ultima soglia del mondo, e da lì inizia un viaggio che mette in conflitto l’eterno dilemma che separa la vita dalla morte. Fare i conti con la morte è un percorso labirintico e oscuro. La nostra immaginazione, sempre goffa e infinita, cerca sempre di andare avanti nella corsa al senso della vita. E perde la strada. Perché la vita è impaziente, ma la morte sa aspettare”. Per spiegare cos’è “Totentanz. Morgen ist die Frage”, la nuova splendida creatura partorita dalla mente di Marcos Morau per la Compagnia La Veronal, possono bastare queste parole del suo stesso artefice? Cos’è questa “Danza della Morte. Il Domani è la Domanda”? Non è teatro, certo, e nemmeno danza, ma – oseremmo dire – non può neppure essere inclusa a pieno titolo tra le opere di teatrodanza, nonostante i continui e chiarissimi riferimenti alla poetica dei fondatori, Pina Bausch su tutti, del fenomeno nato negli anni settanta. L’interrogativo è pressante, ma non è certo l’espressione artistica utilizzata da Morau l’incognita che ha attanagliato noi e – crediamo – quanti si sono approcciati alla pièce; la domanda – naturalmente – è più profonda, più intima, anzi più intimamente lacerante e, forse mai come in questa occasione, non credo possa nemmeno tentarsi di trovare una risposta partendo dalla fredda cronaca della performance, coprodotta da Triennale Milano, Teatre Lliure, Temporada Alta – Festival Internazionale Di Catalunya, Girona/Salt, Madrid Festival Di Otoño, che ha fatto giustamente registrare il ‘tutto esaurito’ per entrambe le serate che hanno superbamente inaugurato “Rinascenza”, la pregevolissima annuale Stagione teatrale del Teatro Kismet di Bari codiretta da Teresa Ludovico e Gianni Forte.

All’ingresso in sala, in pratica a spettacolo già iniziato e con i danzatori già in scena, il pubblico, che viene fatto accomodare anche sul palcoscenico così da provocare immediatamente, inevitabilmente, ineluttabilmente ed irrimediabilmente la distruzione della quarta parete, la lacerazione del telo del sipario, lo squarciamento del velo ipocrita che divide e distingue finzione scenica e realtà, comprenderà ben presto di trovarsi in un obitorio in cui tre spettri, tre spiriti della morte o tre angeli custodi dell’ultim’ora (in luogo degli scheletri di solito raffigurati nei dipinti) accompagnano tre umani affidati loro nel trapasso, nel passaggio all’ultraterreno, nella definitiva danza, coinvolgendoli in un tourbillon inesauribile e tetramente caleidoscopico, in un movimento continuo e perenne di schegge impazzite, elettroni che producono un’energia che ben presto pregna l’aria rendendola sempre più carica ed asfissiante, tutti chiamati ad essere indistintamente, nello stesso interminabile fuggente istante, attori e spettatori, sommi sacerdoti e capri espiatori di un rito sacrificale e divinizzante, esoterico ed essoterico, occulto e palese, iniziatico e terminale, onirico e reale, una funzione che si ripete imperturbabile, inalterabile, inesauribile, imperterrita dalla notte dei tempi sino ai giorni nostri ed infinitamente oltre, un cerimoniale che si trasforma anche in estremo rifugio di confine, lì dove il figlio pare essere ancora una volta abbandonato dal Padre cui pure si rivolge (perché, come afferma Rilke, “tutti cadiamo. Questa mano cade. E guardate gli altri: è in tutti loro. Eppure c’è Uno che tiene questa caduta infinitamente dolce nelle sue mani”), salvo poi vedere la Sua Luce affievolirsi e spegnersi, probabilmente tradendo l’uomo e le sue aspettative, lasciandolo nuovamente solo sul Golgota della sua umana passione, dilaniandolo di un dolore non solo fisico ma soprattutto spirituale cui l’unica risposta parrebbe essere una catartica danza dervisci che non è rivoluzione ma, semmai, ringraziamento, un’implorazione che è di per sé già agnizione della implorata presenza di Dio.

In un gioco senza fine di innumerevoli rimandi – a partire dal titolo dello spettacolo, quel “Morgen ist die Frage” ‘rubato’ allo striscione/manifesto dell’artista tailandese Tiravanija apparso sulla facciata della ex-centrale elettrica della Vattenfall nel quartiere berlinese di Friedrichschein che ospita il leggendario club Berghain (definito “un luogo di libertà dove si incontrano, senza pregiudizi e nel rispetto degli altri, i più diversi stili di danza, orientamenti sessuali, look, lingue, culture: veri e propri riti pagani in cui protagonista non è solo la musica, ma soprattutto le persone che la vivono”), la cui traduzione può essere interpretata come il più classico “carpe diem” ma anche come l’umano arrovellarsi sull’ipotesi di un qualunque possibile futuro, individuale o universale – e altrettanti riferimenti – tra cui quelli terribilmente atroci di un video prodotto dallo stesso Morau con Marc Salicrú, Marina Rodríguez ed Albert Pons, che, elencando, così freneticamente da rendere difficoltoso fermare le immagini prima che siano sfuggite alla nostra vista, modi di darsi e dare la morte, simboli di guerra, carestia e pestilenza come fossero i Cavalieri dell’Apocalisse di Giovanni, non risparmia un tremendo quanto giustificato ‘j’accuse‘ nei confronti di Trump, Netanyahu e i loro degni compari – che, come specchi, si infrangono, si scompongono e si ricompongono davanti ai nostri increduli occhi, la platea viene proiettata in un labirinto escheriano di mappe immaginarie, irreale e autentico, che, per dirla con Pierre Nora, “non è più il residuo più o meno intenzionale di una memoria vissuta, ma la secrezione volontaria d’una memoria perduta”, le cui atemporali strutture, non appartenendo alla logica ma, semmai, all’inconscio, cambiano continuamente di senso e di statuto, un mondo di cui nessuno vorrebbe scorgere mai l’interno così come non vorrebbe vedere le proprie putride viscere o accedere ai meandri più reconditi della propria malsana mente.

Fedele alla sua linea, alla sua incessante ricerca, alla sua poetica contemplativa e visionaria, alla sua altissima cifra stilistica, Morau, recuperando e prendendo a pre-testo il tema iconografico tardo medievale della danza macabra spesso utilizzato nell’arte, specie nella pittura e nelle musica (celeberrima quella composta da Franz Liszt per pianoforte e orchestra), sembra ribaltare la visione sofoclea dell’Antigone (“molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo”), lasciando che il “suo” uomo, smarrito, inerme, vinto dalla fatica di una vita senza più vita e senza vie d’uscita, perso nel dedalo di un’aporia infinita, distrutto dal disagio di un’esistenza compressa in un corpo ed in una mente che vanno definitivamente annullandosi perdendo ogni integrità fisica e psichica, scivoli senza più dolore verso un baratro senza fine, verso un mondo primigenio ed arcaico che trae origine proprio dall’accettazione stessa di quella fallace natura, di quel, come direbbe Gesualdo Bufalino, “rendersi conto che la loro morte coinciderà con la fine dell’universo”.

Grazie alla drammaturgia di Roberto Fratini, le ipnotiche musiche di Clara Aguilar, gli incantevoli costumi in bianco e nero, con annessi simboli exvoto, dello stesso Morau con Manuel Mateos, i depistanti pupazzi e maschere di Juan Serrano e – last but absolutely not least – alla magnifica prova dei suoi inarrivabili ballerini Nuria Navarra, Ignacio Fizona Camargo, Fabio Calvisi e Valentin Goniot, il coreografo iberico ci regala un’opera totale, essenziale, poderosa, imprescindibile, pregna di innumerevoli input, di innumerabili chiavi di lettura, cibo per la mente ed acqua per l’anima, flash sparati negli occhi assonnati di un pubblico che non può non restarne abbagliato, affascinato, ipnotizzato, sia che si fermi alla semplice visione, godendo della pura bellezza dei dipinti che il regista crea con il materiale corporeo a sua disposizione, sia che scelga di andare oltre, di partecipare a questo rito pagano, a questa necessaria discesa agli inferi, per lasciarsi catturare da una morte che non riesce a raggiungere la salvifica purificazione della resurrezione, ma, tutt’al più, solo la consapevolezza del limitato arbitrio che scaturisce dalla nostra (dis)umana natura, cosicché lo spettacolo non finisca quando cala il sipario, lasciando allo spettatore l’occasione di riappropriarsene e di decidere se condurlo con sé ovvero – meglio – di lasciarsi condurre da lui su sentieri ancora inesplorati e vergini.

Pasquale Attolico
Foto della Compagnia

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