
Sul palco del Duke Jazz Club di Bari, il 18 ottobre scorso è stato presentato un progetto della cantante barese Serena Grittani, con un suo personalissimo omaggio a Julie London, dal titolo “Cry me a river”. Ad accompagnarla sul palco, l’immancabile Bruno Montrone al pianoforte, Dario Riccardo alla batteria e Nicola Muresu al contrabbasso, arrivato appositamente dalla Sardegna.

Io per primo mi sono chiesto chi fosse Julie London, a me perfettamente sconosciuta. Julie London, pseudonimo di Gayle Peck (1926 – 2000), è stata una cantante e attrice statunitense. Il suo nome è iscritto fra quello delle celebrità della Hollywood Walk of Fame dell’Hollywood Boulevard. Fra i suoi principali successi figurano le canzoni “Cry Me a River “ (il suo primo 45 giri, registrato nel 1955, premiato nel 2001 con il Grammy Hall of Fame Award). Figlia di Jack e Josephine Peck, che facevano coppia anche sul palcoscenico. A quattordici anni si trasferì con la famiglia a Los Angeles. Poco tempo dopo iniziò a lavorare nel cinema, trovando tuttavia il tempo di diplomarsi nel 1945 alla Hollywood Professional School.

Julie London è ricordata per la sua voce dolce, vellutata, elegante, raffinata, sensuale, personalissima, cosiddetta “smokey voice” di cantante swing, pop e soprattutto di ballad, che le permise di raggiungere il vertice della notorietà negli anni cinquanta come star della cosiddetta “torch song”, la canzone d’amore per antonomasia che prevede il lamento dell’amante insoddisfatto. È stata ed è la musa ispiratrice di molte interpreti venute dopo di lei. La sua carriera di attrice cinematografica e televisiva – impegnata particolarmente in film western e commedie – si è sviluppata lungo trentacinque anni (fra il 1944 e il 1979). La sua attività discografica è invece ristretta al periodo 1955 – 1969.

In quei tempi il predominio l’avevano le grandi cantanti jazz di colore (Fitzgerald, Vaughan, Franklin, Holiday, e tante altre. Le voci di cantanti bianche erano decisamente di meno e la London era affiancata a Anita O’Day, Doris Day, oltre alle voci maschili di Sinatra e di Bennett.

La nostra Serena Grittani non ha avuto timore a mettersi al confronto con Julie London e devo dire che la prova è stata abbondantemente superata. Giovanissima, insegnante della scuola si musica del Pentagramma di Bari, è una delle voci più fresche del nostro panorama, capace di spaziare dal jazz al soul alla canzone pop.

Al suo fianco, un immancabile Bruno Montrone, anche lui non più una promessa ma una certezza tra i tanti giovani musicisti baresi. Ormai lanciato (non da ora) in accompagnamenti prestigiosi di musicisti nazionali ed internazionali. Ha un tocco davvero straordinario, che riesce a rendere qualsiasi cosa “una favola”.

Anche Dario Riccardo, giovanissimo anche lui, riesce ad esprimersi in svariati contesti differenti tra loro, riuscendo ad essere incessante, raffinato allo stesso tempo.

L’unica novità sul palco del Duke è stata la presenza del bassista sardo Nicola Moresu. Da parte sua vanta prestigiose collaborazioni con Fabrizio Bosso, Max Ionata, Luca Mannutza, Andrea Pozza, Nicola Angelucci e tanti altri.

L’interplay sul palco è stata evidentissima, Montrone e Riccardo sono soliti accompagnare la Grittani, ma anche Moresu è stato messo subito a suo agio.

I brani eseguiti durante il concerto sono stati molti, tutti presenti nella lunga discografia della London (una trentina di album). Il concerto è iniziato con “Give me the simple life”, proseguendo con tanti altri brani, alcuni molto noti (“I’ll remember april”, “Perfidia”, “Black coffe”, “Love for sale”), altri meno moti ma che restano legati alla figura di Julie London come appunto “Cry me a river”, la sua prima incisione), “The end of a love affair”, “Diamonds are a girls best friends” o “No moon at all”.

Bellissima la riproposizione di “I love you Porgy” di George Gershwin, una ballata sentimentale del 1935, portata al successo da Nina Simone. Una vera e propria “torch song”, ovvero una canzone d’amore nella quale il cantante canta di un amore non ricambiato o perduto, o di un amore nel quale uno dei due amanti è ignaro dell’esistenza dell’altro, oppure uno dei due amanti è partito, o ancora una relazione rovinata da un intrigo romantico. Non è mancato un omaggio a Cole Porter con la sua canzone “So in love”.

La canzone finale (Love for sale) la nostra Serena Grittani l’ha voluta dedicare a Guido Di leone per la fiducia che ha sempre avuto in lei e che l’ha letteralmente catapultata sul palco da giovanissima. Il bis finale (September in the rain) è invece tratto da un album che rimarrà mitico, dal titolo “Calendar Girl” (una composizione per ogni mese dell’anno).

Davvero una serata per intenditori. La Grittani ha saputo esprimere al meglio le doti raffinate di Julie London, meritandosi applausi a scena aperta. E possiamo dire altrettanto dei tre musicisti che l’hanno accompagnata e supportata sul palco. Insisto sempre col dire che a tutti noi appassionati piace ascoltare musicisti che vengono da fuori, magari da molto lontano, ma dobbiamo solo essere fieri dei nostri musicisti, che a volte sono insuperabili. Grazie al Duke Jazz Club. Grazie a Guido Di Leone.
Gaetano de Gennaro
Foto di Gaetano de Gennaro