“In corpo, fiele; in bocca, miele”: con ‘L’uomo, la bestia e la virtù’ Augusto Zucchi porta sul palco del Teatro Abeliano di Bari l’ironia amara e grottesca delle maschere pirandelliane

L’uomo, la bestia e la virtù è un gioco di maschere: il professore integerrimo, la sposa virtuosa, il marito rozzo e bestiale. Per un meccanismo narrativo caro alla poetica pirandelliana, le maschere si mescolano, si sovrappongono, coprono visi diversi a seconda delle situazioni che gli individui si trovano a vivere, per scelta o per i casi bizzarri della vita. Talvolta si frantumano, e dal loro sgretolamento emerge una disumana essenza. Nasce quindi per gli uomini la necessità di ripararne le crepe, di ricostruire cioè la propria reputazione, di riaffermare la propria integrità morale non solo agli occhi del mondo ma anche nei confronti di se stessi. Si parla agli altri, si giustificano le proprie azioni anche per ricostruire un’immagine interiore pacificante, con un’ipocrisia che pervade la stessa coscienza, piegata e addomesticata.

Questo è l’intento del professor Paolino, uomo irreprensibile e intransigente agli occhi della società, la cui vita viene sconvolta dall’annuncio della gravidanza della signora Perella, madre di uno dei suoi studenti, ma anche sua amante, sebbene ritenuta esempio di virtù coniugale. Vittima dell’indifferenza del marito, capitano di lungo corso rozzo, violento e bigamo, le cui visite si riducono ad un giorno ogni sei mesi, da anni sopporta questa dolorosa situazione che le garantisce comunque lo status di donna sposata. Con la gravidanza però le cose si complicano, e lo scandalo rischia di scoppiare, travolgendola e rivelando la liaison con il professore. Costui si adopererà in ogni modo affinché il capitano, in procinto di sbarcare, onori almeno per questa volta i suoi doveri coniugali, da anni ignorati, e gli si possa così attribuire la paternità del nascituro.

Le sue macchinazioni saranno ciniche e disperate, sebbene da lui stesso giustificate dal desiderio di salvare l’onore della sua amante (ma di più, il suo stesso onore). Non esiterà a spingerla tra le braccia del marito suggerendole sfrontatezza e audacia, e lui stesso la truccherà con mano pesante, come un pagliaccio del circo, come una baldracca (per usare le parole dello stesso Pirandello nella lettera indirizzata ad Antonio Gandusio, famoso teatrante dell’epoca). Eccessiva e grottesca, dovrà suscitarne il desiderio, in una scena che provoca le risate del pubblico ma è profondamente umiliante per una donna senza volontà, sempre in balìa di qualcuno e da costui manovrata. Il professore chiederà anche l’aiuto dell’amico farmacista perché gli prepari un potente afrodisiaco che solleciti il desiderio del capitano. E tutto questo, sempre raccontando il suo “nobile” intento, giustificando la seduzione quale gesto di consolazione e conforto per la donna abbandonata.

Augusto Zucchi rilegge il testo pirandelliano e firma la regia de L’uomo, la bestia e la virtù, sul palco del Teatro Abeliano il 19 ottobre, nell’ambito della Stagione Teatrale “Tempi moderni”, diretta da Vito Signorile. Lo spettacolo, prodotto dalla Compagnia Tiberio Fiorilli, arriva a Bari dopo una lunga tournée estiva, e propone una lettura che ha la cifra della contemporaneità e della concretezza di senso, rivelando ancora una volta, semmai ci fosse bisogno di ribadirlo, la modernità dell’autore siciliano.

Zucchi salva il tono farsesco e grottesco usato da Pirandello sia nella novella che ispirò la commedia (Richiamo all’ordine, del 1906) che nella pièce del 1919, inizialmente accolta con freddezza dal pubblico e tuttavia diventata, negli anni, uno dei titoli più rappresentati della sua produzione teatrale.

Ma contemporaneamente sottolinea l’aspetto drammatico, l’ironia feroce, il cinismo che spinge a manovrare cose e persone di fronte al caso che si fa beffa degli uomini.

Alcune maschere sul volto degli attori (in apertura e chiusura dello spettacolo) accompagnano il racconto come un coro di tragedia greca, e brevi intermezzi musicali separano le scene alleggerendo in qualche modo la tensione che sottende a tutta la commedia, senza tuttavia farle perdere il ritmo che, anzi, è costante e a tratti incalzante.

Zucchi, artista assolutamente poliedrico (attore, autore, sceneggiatore, regista che tutti i grandi ha conosciuto e con tutti i grandi ha lavorato: una biografia impressionante!) racconta il suo personaggio con toni fermi, convulsi, disperati, sollevati, saltando da un registro all’altro con estrema naturalezza. La sua è una meravigliosa “non recitazione”, e davvero non saprei definirla diversamente. Non ci sono sovrastrutture, intellettualismi o autocompiacimento. Non ammicca al pubblico, ma racconta in modo concreto ed essenziale. Sottrae, senza per questo togliere colore e calore, e per tutto il tempo “é” il professor Paolino. Una lezione di teatro, davvero emozionante, come del resto era avvenuto lo scorso anno con “L’ora della mosca”, di Pavlovsky, sempre sul palco dell’Abeliano.

Accanto a lui un gruppo di attori convincenti. Dai giovanissimi Leonardo e Augusto Mario Zucchi (rispettivamente Nonò e Giglio), freschi e puntuali soprattutto nei dialoghi, sorprendenti per presenza scenica, passando per Marco Santolamazza, che veste il doppio ruolo di Totò (buffo, scroccone e un po’ tonto) e del fratello farmacista (razionale, logico, pragmatico) destreggiandosi tra l’uno e l’altro in modo brillante ed efficace.

Emanuele Durante è il rozzo capitano, marito renitente e padre autoritario ancorché inadeguato. La sua recitazione è molto carica, secondo una chiave registica che probabilmente sceglie di privilegiare solo gli aspetti farseschi e grotteschi.

Anita Torrasi infine è la signora Perella, una donna che, come si diceva, appare priva di nerbo e personalità, sempre in balia di qualcuno o qualcosa, che sia un amante, un figlio, un marito. La rilettura di Zucchi le regala un sussulto nel finale, in quel cambiamento nella postura, nel modo di muoversi che potrebbe sottendere ad una pace ritrovata nel ripristino del suo ruolo di moglie. Forse ancora succube (di un marito despota) ma rasserenata in quanto nuovamente virtuosa agli occhi della società.

Le tensioni incalzanti si scioglieranno nel finale, restituendo un rassicurante ordine, e sfoceranno in un lieto (?) fine dal retrogusto amaro. Le tre maschere recupereranno il loro posto, lasciando allo spettatore una domanda: chi è davvero virtuoso? Chi manifesta sinceramente la sua natura, ancorché rozza e brutale, o chi segue le convenzioni salvo addomesticarle in caso di bisogno?

“L’uomo, la bestia e la virtù” è dunque una satira feroce, l’amaro e spietato racconto di una società che si vanta di vivere secondo profondi principi morali, ma che nell’intimo delle proprie case è capace di rinnegare e addomesticare qualsiasi valore. Ed è lo stesso Pirandello che recita:
Essere civile vuol dire proprio questo:
dentro, neri come corvi; fuori, bianchi come colombi;
In corpo fiele; in bocca miele.

Imma Covino

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