
C’è un filo teso che unisce corpo e territorio, ferita e resistenza. In ACCIAIO, il nuovo EP in dialetto tarantino di Stefano Palmieri, cantautore, chitarrista e art director di Taranto, formato tra Saint Louis e Officina Pasolini, quel filo diventa corda vocale e vibrazione metallica. L’acciaio è materia e metafora: costruisce ponti e fabbriche, ma corrode i polmoni e gli affetti. Palmieri sceglie la lingua ruvida di casa per raccontare una città sospesa “tra lavoro e veleno” e amori che stringono fino a lasciare il segno, affidandosi a una produzione elegante e mirata a valorizzare il racconto: l’EP è prodotto da Claudio La Rocca (SUP NASA) e Giuliano Vozella, registrato al Try Try Again Studio e pubblicato da Trulletto Records. Ne esce un lavoro corto ma densissimo, dove produzione moderna, songwriting classico e identità locale si stringono in un abbraccio duro e viscerale.
La cifra è pop d’autore con vena rock/blues e una cura produttiva che apre spazi ariosi: synth anni ’80 in controluce, chitarre che alternano carezze e graffi, sezioni ritmiche dritte e funzionali. Il dialetto non è un vezzo, è timbro e texture, un “grido e carezza” che dà carne al racconto senza mai appesantire la fruizione.
TRACCIA DOPO TRACCIA
BLUES
Parte con un giro di basso che prende subito la scena. Le aperture di chitarre e i synth anni ’80 dialogano con una sei corde classicamente blues. Il ritornello è immediato, quasi contagioso. Nel testo c’è un amore triste e periferico: può venire in mente la levità cinica de I Cani, ma Palmieri porta la strofa nel fango e il ritornello nel soul, una mesticanza personale che funziona.
OSSIGENO
Brano dal respiro profondo. L’arpeggio alla Mark Knopfler incornicia una ballata pop luminosa e malinconica, centrata su memorie felici e comunicazioni inceppate. La produzione tiene tutto in equilibrio, lasciando la chitarra protagonista senza schiacciare la voce. È uno di quei pezzi in cui il dialetto diventa disarmo, non barriera.
PACENZE
Torna l’impronta blues, ma con più cattiveria nel riff. Pre-ritornelli che spalancano, cori che agganciano la memoria e un testo che mette a fuoco il confronto con il proprio vissuto. È tra i momenti più “radio” del disco, senza perdere profondità.
QUI
Il cuore emotivo dell’EP. Voce e chitarra in primo piano, quasi confessionale. “Adesso o mai più” suona come un mantra: la fragilità diventa atto politico, la dipendenza affettiva si specchia nella dipendenza da una città tossica. L’arrangiamento resta essenziale, come una seduta di meditazione: lascia spazio al silenzio e lo trasforma in significato.
SINE
Chiusura ritmata e leggera, con batteria e basso in trazione e la chitarra più ritmica che solista. Un groove dritto che rilassa i muscoli dopo le tempeste precedenti. Il testo scioglie i nodi con ironia. La scala discendente di chitarra negli ultimi secondi è un piccolo gesto narrativo: si esce a testa alta, più lucidi e, forse, più felici.
PERCHÉ ASCOLTARLO
ACCIAIO è molto più di un biglietto da visita: è un atto di resistenza poetica che trasforma Taranto da sfondo a personaggio e il dialetto da colore locale a linguaggio emotivo. La scrittura di Palmieri è essenziale ma piena di dettagli, capace di tenere insieme cronaca e intimità. Ogni scelta produttiva serve il racconto: quando deve graffiare, graffia; quando deve respirare, arretra e lascia parlare i silenzi.
È un EP profondo perché parla di stati d’animo condivisibili: la difficoltà di comunicare (e di volersi bene nel modo giusto), la tentazione di restare in relazioni tossiche, l’ambivalenza tra il desiderio di fuga e il bisogno di radici. Temi che toccano in pieno i giovani di questa generazione, stretti tra precarietà e ricerca di senso, tra città che ammaccano e sogni che chiedono spazio. Palmieri non offre slogan, ma spaesamento lucido e consapevolezza gentile: ti porta dentro il conflitto e ti lascia una bussola fatta di melodia e parole.
In questo equilibrio tra identità e accessibilità sta la sua forza: chi non parla il dialetto capisce comunque tutto, perché l’onestà timbrica traduce, e i ritornelli, da BLUES a PACENZE, fissano le emozioni senza edulcorarle. Alla fine, ACCIAIO non chiede appartenenza: la crea. È musica che ti riconosce mentre ti ascolta.
Claudio Ladisa
Foto di Francesco Speranza
Grafica “Studio Rotto”