Pulsioni, compulsioni e convulsioni nel segno di Pasolini: “L’ora del meriggio” di Teatro Delle Bambole ha debuttato a Triggiano con il sostegno della Fondazione Pasquale Battista

Il rito collettivo, ai nostri giorni, non è più tale. Ridotti nelle nostre bolle, da algoritmi che sembrano quasi incantesimi in cui siamo assieme topo e pifferaio magico, ci siamo proiettati nell’epoca del post consumismo, in cui, dall’infelicità che ci spinge a comprare cose e sensazioni, siamo diventati noi, il prodotto da consumare: le nostre facce, i nostri corpi, i nostri gusti sono materiale di apprendimento per le macchine. Pasolini aveva previsto tutto. Smembrando corpi, mettendo a nudo il consumismo, analizzando con ficcante precisione l’Italia che dietro il miracolo degli Anni Sessanta e Settanta nascondeva contraddizioni abissali, Pasolini non risparmiò alcun giudizio, risultando ancora oggi, e chissà per quanto tempo ancora, tremendamente attuale.

Teatro delle Bambole si accosta a Pasolini, e non per la prima volta. Dopo il recital poetico “Canto Popolare” e la pièce “Bestia da stile”, e prima di “Orgia”, previsto per il 2026, la compagnia viaggia sul tragitto del progetto “Nella terra di mezzo – Le parole di Pasolini”, attraverso lo spettacolo “L’Ora del Meriggio”. La drammaturgia è di Andrea Cramarossa, in scena vi sono Ambra Amoruso, Rossella Giugliano, Federico Gobbi, Fabio Guaricci e il misterioso Michele Lamberti. Lo spettacolo è realizzato con il sostegno di Fondazione Pasquale Battista, Spazio 13 (dove andrà in scena 1 e 2 novembre) e OTSE. L’anteprima è andata in scena alla “Casa della cultura Rocco Di Cillo” di Triggiano, dedicata all’uomo della scorta di Giovanni Falcone, originario proprio di Triggiano.

La scena è un camposanto in cui si ascoltano interviste a Pasolini, che oltre alla condanna del consumismo, parla della lingua italiana, delle sue origini come lingua letteraria, e delle sue differenze da un lato con il latino, dall’altro con i dialetti. Pasolini ha sempre avuto dei dualismi, tangibili, ma anche inafferrabili, nella sua creazione e nel suo vissuto: il sordido con il sublime, il cristologico contro il pagano, una vita chiusa tragicamente contro un’arte viva. E il dualismo si riflette anche nel fatto che alcuni dei personaggi in scena indossano una scarpa sola. Una si sporca con l’esistenza, l’altra la cammina con impeccabile stile. Non solo: Pasolini vive nelle pulsioni e nelle compulsioni di molti dei suoi personaggi. Mentre uno schermo mostra in loop immagini di una donna che mangia, si trucca, declama, creando altre compulsioni, sul proscenio e in tutta la sala i personaggi corrono, gesticolano, danzano, ansimano, saltano, si calmano solo quando le pulsazioni sono sul filo della morte. Una morte celebrata e concelebrata con il pubblico che sfoglia crisantemi candidi, mentre ancora i corpi si contorcono. La sacralità era molto più di un espediente narrativo, per Pasolini, il racconto evangelico e ancora una volta la simbologia cristologica, e questa lezione è appresa e diffusa da Teatro delle Bambole, ma il sacrificio è assieme fine ed epopea, in un doppio filo con la ritualità.

Invero, lo spettacolo, per un pubblico variegato e in vena di una rappresentazione pop, è stato impegnativo, ma se riusciamo a vedere un telegiornale che ci propina il sangue e la morte vera dei bambini, e continuando a gustare la cena pensiamo che la mediazione e lo schermo rendano tutto finto e lontano, perché dovremmo scandalizzarci di fronte a uno spettacolo che mette in evidenza una morte scenica, o pezzi di carne macellata?

Non resta che tornare al rito collettivo, l’ultimo baluardo contro il consumismo che ci isola nel culto delle cose e nell’insegnamento del dolore alle macchine che ce lo propineranno in continuazione.

Non resta che concentrarci, senza ridurci, all’umano che è sacro, alla cosa che è più sacra: la vita.

Beatrice Zippo
Foto concesse dalla Compagnia

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