
“Verdi interpretava con la forza del sentimento immediato i drammi eterni della vita individuale e le aspirazioni dei popoli, il mondo morale del sentimento.” (Luigi Salvatorelli)
“L’artista deve piegare se stesso alla sua propria ispirazione, e se possiede un vero talento, nessuno sa e conosce meglio di lui ciò che più gli è confacente. Io dovrei comporre con profonda confidenza una materia che mi fa bollire il sangue, anche se essa fosse condannata da tutti gli altri artisti come anti-musicale: il successo è impossibile per me se non posso scrivere come mi viene dettato dal cuore.” (Giuseppe Verdi)

“Ascoltando la prima volta la musica del ‘Don Carlos’ si osserva subito una costruzione del periodo, una modellatura della frase, una sfumatura di contorni per nulla simiglianti alle opere precedenti dello stesso autore. Nondimeno, fra le opere del Verdi, è quella sulla quale la critica e il pubblico hanno maggiormente discusso. Per il carattere aristocratico dello stile, e per quel non so che d’indeterminato che apparisce talvolta a motivo della disparata modellatura del contenuto melodico e della sua veste sinfonica, è una delle opere le più difficili a dirigersi. Ed ecco una ragione precipua delle sue differenti fasi sul teatro: rappresentato nelle più cospicue città d’Italia e dell’estero fu, a vicenda, posto sugli altari, come a Bologna, Milano, Parma; accolto freddamente a Roma, Napoli, Parigi e Londra. In mezzo a questa disparità di verdetti dove è che si rispecchia meglio la verità?”. La domanda che l’impresario e critico musicale Gino Monaldi si pose nel suo – ancor oggi fondamentale – “Verdi 1839 – 1898” potrebbe apparire superflua, alla luce della magnificenza cui abbiamo potuto assistere grazie all’inserimento nel cartellone della Stagione d’Opera 2025 della Fondazione Teatro Petruzzelli del capolavoro verdiano nell’allestimento scenico affidato dalla Fondazione Teatro Comunale di Modena alla sapiente regia di Joseph Franconi Lee. Eppure, Monaldi non ha affatto torto nella sua analisi, dato che la storia della genesi del “Don Carlo” resta una delle più enigmatiche ed avvincenti di sempre; basti pensare che ne esistono più versioni, tutte personalmente revisionate da Verdi: la prima (Parigi 1867) è un grand opéra francese in cinque atti, la seconda (Napoli 1872), ancora in cinque atti ma in italiano, fu ridotta a quattro atti per la Scala di Milano (1884), versione che, con la rimozione del balletto e la riorganizzazione della struttura, in quanto prescelta dal Maestro (che, infatti, sentenziò “il ‘Don Carlos’ è ora ridotto in quattro atti e sarà più comodo, e credo anche migliore, artisticamente parlando. Più concisione e più nerbo. I tagli non guastano il dramma musicale, ed anzi, accorciandolo, lo rendono più vivo”) è giunta sino a noi in tutta la sua ricchezza, seppure non appaia così di sovente come meriterebbe nelle programmazioni dei nostri teatri, essendo – a torto – reputata un’opera di non facile ascolto, soprattutto a causa della sua profondità e della sua durata (infatti, anche la Prima barese ha sfiorato le quattro ore di rappresentazione).

Sul palco del Politeama barese hanno prodigiosamente preso vita le vicende storiche della Spagna della seconda metà del Cinquecento che hanno fatto seguito alla morte dell’Imperatore Carlo V cui successe suo figlio Re Filippo II, così rigidamente cattolico e sottomesso alla Santa Inquisizione da giungere a condannare al rogo i suoi stessi sudditi protestanti dei Paesi Bassi. Nella messinscena verdiana, Filippo vive un inconfessabile dramma interiore a seguito del matrimonio con la francese Elisabetta di Valois, inizialmente promessa a suo figlio Don Carlo, che lei ama riamata; i due giovani sono entrambi animati da una passione ardente che, per fedeltà al Re, marito e padre, non andrà mai al di là di un rapporto platonico ed astratto, idealizzato eppur vissuto profondamente sino allo spasimo; in realtà, anche l’avvenente principessa Eboli ama Carlo e, sentendosene tradita venuta a conoscenza del suo folle amore per la Regina, gli giura vendetta che attua con la più vergognosa delle delazioni, salvo poi confessare di essere essa stessa la cortigiana concubina del Re. Rodrigo, Marchese di Posa ed amico fedele di Don Carlo, pur essendo un oppositore del regime, guadagnerà la stima del Re e, contestualmente, l’ira dell’Inquisitore che lo condannerà a morte, sorte che toccherebbe anche ai due nobili ipotetici amanti se non riapparisse dal nulla lo spettro dell’imperatore Carlo V che porterà via con sé l’amato nipote dichiarandogli che solo in Cielo potrà trovare pace.

L’attenzione del Maestro fu inequivocabilmente catturata dalla possibilità, concessagli dall’omonima tragedia di Friedrich Schiller e dal dramma “Philippe II, Roi d’Espagne” di Eugène Cormon, su cui si fondò il libretto ‘francese’ di Joseph Méry e Camille du Locle, in seguito tradotto in italiano da Achille De Lauzières-Thémines e Angelo Zanardini, di spingersi oltre nella ricerca psicologica, già avviata con la ‘trilogia popolare’, con particolare attenzione alla personalità dei protagonisti, straordinariamente realistici nei loro dilemmi interiori e nelle loro accese contraddizioni: Don Carlo ed Elisabetta, con tutta probabilità i più straziati e strazianti amanti verdiani, sono romanticamente rassegnati ad un’infelicità che non li abbandona mai, vedendo ogni istanza di autonomia e di libertà – anche di amarsi – irrimediabilmente ed ineluttabilmente soffocata dall’assolutismo di Filippo, ambiguo antieroe riprovevole quanto patetico, schiacciata da una ragion di Stato – a cui non pare sottrarsi nemmeno il fido Rodrigo – che sembra abbeverarsi alla fonte della cupidigia – di cui è vittima anche la Principessa Eboli -, della ferocia, del delitto e della repressione, perpetuando una orrenda guerra fratricida che, condotta in nome della religione, giunge fino agli stermini rituali di massa degli autodafé imposti dalla possente figura del Grande Inquisitore, arbitro dei destini di tutti, alla cui volontà lo stesso riluttante Filippo non può fare a meno di inchinarsi; ne deriva tutta la agghiacciante attualità – mai come oggi possiamo gridarlo senza tema di smentita – di un’Opera che Verdi volle universale, manifestamente politica quanto spaventosamente profetica per le sorti dell’umanità, talmente pessimistica da non concedere ipocriti speranze ai suoi contemporanei come anche agli uomini del domani a cui era certamente indirizzata.

E qui, ove quel futuro ipotizzato si è drammaticamente realizzato diventando concreto, tangibile, se non drammaticamente ‘familiare’, il grido di dolore del fratello ucciso dal fratello giunge come un monito forte, assordante, agghiacciante, terrificante, grazie alla splendida regia di Joseph Franconi Lee, tradizionale, senza inutili sconvolgimenti e mistificazioni, con uno spasmodico utilizzo del chiaroscuro, tanto notturna da apparire lugubre o, finanche, esoterica ed onirica, in cui l’intera azione potrebbe anche essere stata immaginata o sognata, quasi a voler estendere a tutta l’opera l’enigmatico finale, votata a far affiorare, grazie anche e soprattutto alle memorabili e sublimi scene di Alessandro Ciammarughi, cui si devono anche gli opportunamente classici costumi, nonché alle suggestive luci di Claudio Schmid, il clima torbido e le tinte oscure di cui è pregna una pagina verdiana che riesce ad andare dritta al cuore e alla mente conquistandoli, operazione forse mai più così ben riuscita non solo allo stesso compositore ma anche a tutti i suoi successori; dipanando con oculatezza, lucidità e misura l’inesplicabile groviglio di passioni e conflitti, Lee riesce miracolosamente ad esaltare – piegandovisi – la magnifica partitura, con particolare attenzione al canto operistico, di cui sembra rispettare le esigenze drammatiche ed espressive, rendendo, tra impeti collettivi e passioni individuali, la lunga maratona meno impervia di quanto ci si potesse aspettare in principio.

L’incondizionato plauso deve essere condiviso con l’Orchestra e con il Coro – quest’ultimo come sempre egregiamente preparato da Marco Medved – del Teatro Petruzzelli, ormai capaci come pochi altri di donare al pubblico tangibili quanto incredibili suggestioni ed emozioni, nell’occasione grazie anche alla direzione davvero superlativa di Diego Matheuz, il quale riesce a trarre il meglio da musicisti e coristi, tanto nei momenti più sussurrati quanto nelle grandi esplosioni emotive, così da solcare e valicare (e non è da tutti) il perfetto confine tra la sontuosità e l’intimità delle parti cameristiche, esaltando l’altissimo valore drammatico delle melodie verdiane e donando al pubblico un’esecuzione da incorniciare.

Di pregevolissima fattura il cast canoro tutto, con le due figure femminili rivali in amore che offrono una performance di rara bellezza e splendore: Chiara Isotton è una superba Elisabetta di Valois, magnifica interprete perfettamente calata nel dramma della disgraziata e tormentata regina, di cui riesce vocalmente a farci pervenire ogni impercettibile venatura; non le è da meno Alexandra Ionis nel ruolo della Principessa di Eboli, voce calda e potente che sa trasmettere tutte le erotiche antinomie del suo fragile quanto determinato personaggio, risultando molto efficace sia nel canto che nell’interpretazione. Simon Lim è un Filippo II di altissimo profilo e contribuisce in modo più che determinante al successo della Prima del Petruzzelli, scandagliando il torbido animo del re in modo davvero pregevole, toccandone le – per altri irraggiungibili – profondità in un’eccellente “Ella giammai m’amò”, la divina aria che apre il terzo atto; gli si contrapponeva, suo pari in bravura e presenza, il Rodrigo di Vladimir Stoyanov, dotato di grandissima personalità vocale e scenica nel tratteggiare le sue intime contrapposizioni con un’interpretazione appassionata ed appassionante che sublima, soprattutto per tenuta del fiato, nella scena del suo assassinio, giustamente salutata da una vera ovazione. Pavel Cernoch nel ruolo del titolo appariva più convincente dal punto di vista vocale che da quello attoriale, strano a dirsi se è vero come è vero che lo stesso poteva sfoggiare un physique du rôle davvero invidiabile e senza dubbio consono al suo personaggio. Buona la prova di Nika Giuliashvili nel non facile ruolo del Grande Inquisitore, come anche di Boapeng Wang (un frate), Sara Rossini (Tebaldo – Una voce dal cielo), Massimiliano Chiarolla (il Conte di Lerma), Mario Falvella, Giuseppe Matteo Serreli, Zheng Wang, David Paccara, Edoardo Ialacci, Gianpiero Delle Grazie (i deputati fiamminghi), Nicola Domenico Cuocci (l’araldo reale), tutti legittimamente salutati trionfalmente dal conquistato pubblico.
Pasquale Attolico
Foto di Clarissa Lapolla photography
per gentile concessione della Fondazione