La settimana sportiva: l’analisi di Reggiana – Bari

Il fondo del barile (che a Bari non ha mai fine).

Con il Bari, si sa, quando pensi d’aver toccato il fondo, arriva qualcuno a mostrarti che sotto c’è ancora un piano interrato. È una regola non scritta, un articolo apocrifo della Legge di Murphy, una legge paranormale, metafisica da studiare e capire in qualche dottorato di ricerca con borsa di studio, che a Bari vale doppio: se qualcosa può andar male, tranquillo, da noi trova pure il modo di farlo peggio. Ogni tanto, uno solo ogni quindici anni, arriva l’anno buono, e noi, ingenui, ci illudiamo che possa essere l’inizio di qualcosa. Ma no, quella è solo la cauzione che paghiamo per i prossimi quindici di sciagure, di campionati anonimi, di rabbia silenziosa e bestemmie trattenute tra i denti. Perchè qui parliamo tutti da tifosi, anche noi giornalisti che quanto a tifo non siamo secondi a nessuno. Pensavo, da illuso, che con Romairone o con Fausto Pari avessimo davvero toccato il fondo. Invece no, non avevo fatto i conti con la Società in accomandita semplice Magalini & Di Cesare, uno accomandante, l’altro accomandatario, entrambi soci del barile bucato.

E così, sulla Via Emilia, il Bari ha raschiato ancora. Non per cercare il petrolio, no, ma per trovare l’ennesimo strato di fango sotto la ruggine. Nemmeno una goccia di benzina, solo amarezza, delusione e quella stanchezza viscerale che ti fa dire “basta, mo’ lascio perdere”. Ma poi non lo fai, perché al Bari non si rinuncia, come non si rinuncia a una madre che ti fa disperare.

Sabato il Bari ha giocato peggio di Palermo, di Chiavari, peggio pure della volta in cui vinse col Padova (che, a ripensarci, dev’essere stato un incidente cosmico, tipo l’allineamento dei pianeti). Poveri padovani: chissà come si son sentiti sconfitti da noi. Una depressione con la “D” maiuscola, quella che da queste parti chiamiamo “il solito miracolo al contrario”.

Partipilo le ha sbagliate tutte, una in particolare imperdonabile, e Moncini, col suo gol improvviso, ha solo prolungato l’agonia. Perché poi, come sempre, è arrivato l’inevitabile. Marras – che a Bari ci odia con metodo e dedizione – ha servito Tavsan come si serve un caffè perfetto, e noi lì, fermi, a guardare la palla camminare da sola per cinquanta metri. Nessuno che ci mettesse una gamba, un piede storto, un gesto d’orgoglio. Meroni saltato come un birillo, Nikolaou a passeggio, e persino Cerofolini, l’unico a salvarsi, colpevole per una volta. Quando la malasorte decide che devi affondare, puoi pure avere Buffon, Donnarumma o Carnesecchi in porta: tanto la palla entra lo stesso. Poi l’espulsione di Nikolaou, roba da manuale del disastro: cattiva, inutile, quasi filosofica nella sua stupidità. Nietzsche avrebbe detto che “chi lotta con i mostri rischia di diventarlo”, e infatti eccoci qui, mostruosamente incapaci.

Da lì, il buio.

La Reggiana – modesta, dignitosa, niente di più – contro di noi si è travestita da Barcellona. Capita spesso: chiunque giochi col Bari diventa improvvisamente una squadra di Guardiola. È un dono che abbiamo, quello di resuscitare i moribondi. Siatene convinti: la Virtus Entella, il Mantova o la Juve Stabia avrebbero vinto tranquillamente contro quella Reggiana. Fidatevi di chi ne ha viste tante dal 1960.

E poi i nostri.

Gytkjaer, venuto a Bari solo per riscuotere il TFR e godersi il mare. Partipilo, che si divora gol come fossero taralli e con amarezza dimostra che la sua professionalità è discutibile, e forse come tanti baresi rientrati in patria, ha pensato di giocare dopo aver mangiato riso patate e cozze o la parmigiana o i panzerotti. Tutti i baresi rientrati, fateci caso, si sono rilassati. Tutti. Dorval, col “piccio” ancora addosso per il mancato trasferimento in Russia. Antonucci, “fafueco”, che non sa né di carne né di pesce. E i centrali difensivi? Non giocherebbero manco “abbasce o Canalone”, tra una birra e una parolaccia. Solo Cerofolini, Moncini e Castrovilli tengono a galla la scialuppa, ma quella nave – diciamocelo – è già affondata. Caserta, poveraccio, non sa nemmeno se domani sarà ancora sulla panchina. Magalini, dopo la partita, ha parlato come si parla al funerale di un conoscente: con rispetto, ma senza convinzione.

E i tifosi, che non hanno più lacrime né voce, si chiedono: ma davvero basta cambiare allenatore per cambiare il destino? Perché a vederli questi, anche con Guardiola, con Ancelotti, con Van Gaal o pure con Don Bosco e con Moreno Longo, il risultato non cambierebbe. Il problema è che questa non è una squadra: è un insieme di figurine che non si parlano. E nel calcio, come nella vita, se manca l’anima, puoi anche correre cento chilometri, ma resti fermo. Sono fragili, scoloriti, senza spirito. Manca quella cattiveria buona, quella che ti fa sporcare la maglia, graffiarti le ginocchia, metterti paura di perdere. Manca la terra battuta. Qui, invece, ogni domenica è una lezione di impotenza.

E lo so già come andrà a finire: sabato c’è il Mantova a cui nulla importerà della situazione barese ed è facile che ne approfitti, lo Spezia perderà, e contro di noi – come da copione – tornerà alla vittoria, la prima dell’anno. Non chiamatemi “tendagnora” perché certe previsioni, da noi, sono solo cronache in differita. Perché noi, a Bari, siamo così: dispensatori di speranza altrui. Un po’ come certi santi che fanno miracoli per gli altri, ma non per se stessi. E mentre gli anni passano, noi restiamo qui, con le nostre delusioni, i nostri incazzamenti, e quell’amore che non si spegne mai.

Un amore che, come cantava De André:
Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
Un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
Un giorno qualunque li ricorderai
“.

Un amore che continua a mordere anche quando non sa più perché. Perché sì, il Bari ti tradisce, ti umilia, ti stanca. Ma tu, comunque, torni allo stadio. E quando il pallone comincia a rotolare, ti ritrovi a sperare di nuovo, come un idiota felice.

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari per gentile concessione

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