
E’ ormai avviata a pieno ritmo l’attività del Duke Jazz Club di Bari. Il 9 ottobre il contrabbassista lucano Giuseppe Venezia ha presentato il suo progetto “To my Ray of light: My special thanks to Ray Brown” uno dei più grandi e significativi contrabbassisti della storia del Jazz, che ha segnato intere generazioni. Insieme a lui, sul palco, Eugenio Macchia al pianoforte e Dario Riccardo alla batteria.

Ray Brown, nato nel 1926 nella città di Pittsburgh (come altri musicisti tra i quali Erroll Garner, Kenny Clarke e Mary Lou Williams), fa parte, assieme a Oscar Pettiford, Charlie Mingus e Percy Heath, della generazione di bassisti allievi di Jimmy Blanton (contrabbassista dell’Orchestra di Duke Ellington). Considerato dalla critica una pietra miliare, viene ricordato per la sua potente sonorità e per la capacità di adattarsi a circostanze diverse grazie alla sua grande familiarità con il linguaggio del Bebop.
Ha Iniziato da giovanissimo a studiare pianoforte, per passare al trombone e successivamente al contrabbasso. Dopo aver conseguito il diploma, si trasferì a New York, accettando l’offerta di Dizzy Gillespie in cerca di un bassista per la propria formazione, nella cui sezione ritmica suonavano – oltre a Brown – John Lewis, Milt Jackson e Kenny Clarke, il nucleo del futuro Modern Jazz Quartet. L’esperienza gli diede anche l’opportunità di venire a contatto fra gli altri con Charlie Parker, Art Tatum e Bud Powell. Nel 1947 formò un proprio trio che costituì il gruppo di supporto per le esibizioni di Ella Fitzgerald, che sposò l’anno seguente e da cui avrebbe divorziato nel 1952. Chiusasi nel 1951 l’esperienza col proprio trio, Brown si unì a Oscar Peterson con cui suonò in trio fino al 1966, anche se in questi quindici anni ebbe modo di esibirsi con una moltitudine di altri musicisti jazz.

Dopo aver lasciato il trio di Peterson, Ray Brown si trasferì a Los Angeles, divenendo il manager di artisti fra cui Quincy Jones e Milt Jackson col rinato Modern Jazz Quartet. Nella città californiana lavorò in studio e nel 1974 formò il gruppo L.A. Four, impegnandosi al contempo a far emergere artisti semisconosciuti come la cantante Ernestine Anderson, o dimenticati come Gene Harris. Proprio quest’ultimo, al pianoforte, fu un suo partner nei trii con cui negli anni ottanta e novanta il contrabbassista si esibì in concerto e registrò in studio. E’ morto nel sonno nel 2002, durante un riposo pomeridiano qualche ora prima di un concerto che avrebbe dovuto tenere a Indianapolis.
Spesso il senso dello “swing” serve a valutare un musicista jazz, e Ray Brown ne aveva da vendere. Per questo sono tanti, i contrabbassisti giovani che lo pendono come punto di riferimento.

Giuseppe Venezia è ormai un musicista navigato. Classe 1982, ha iniziato la sua carriera già nel 2006. Fino ad oggi, è stato impegnato in numerose formazioni e ha partecipato all’incisione di diversi bum, affiancando musicisti di tutto il mondo sia in studio che dal vivo. Inizia a suonare il pianoforte e, più tardi, studia musica classica al Conservatorio di Matera. Ma il passo determinante nella sua carriera è stato quello di arrivare a New York appena ventenne, iniziando a frequentare concerti dal vivo, all’inizio come semplice spettatore. Alla fine di ogni concerto, ha iniziato a partecipare alle jam session post concerto, facendosi subito apprezzare dai musicisti locali. Non è stato difficile creare rapporti professionali e di amicizie che lo hanno portato a frequentare e suonare oltre oceano.

Oltre ad aver promosso la costituzione di numerosi ensemble jazzistici, Venezia ha condiviso palchi e studi di registrazione, in Italia come all’estero, con nomi di prestigio della scena jazz mondiale, come Enrico Rava, Stochelo Rosenberg, Peter Bernstein, Greg Hutchinson, Scott Hamilton, Jonathan Blake, Dado Moroni, Philip Harper, Jerry Bergonzi, Flavio Boltro, Roberto Gatto, Emmet Cohen, Joe Farnsworth, Jerry Weldon, Benny Benack III solo per citarne alcuni.
Come è stato detto nella presentazione della serata da parte di Guido Di Leone, resta molto radicato al suo territorio ed è Direttore Artistico del “Rosetta Jazz Club” di Matera.

Ad accompagnarlo al pianoforte, Eugenio Macchia (da Gioia del Colle, classe 1981) studia piano classico e in seguito armonia jazz con diversi musicisti statunitensi tra i quali George Cables e Dave Kikoski. Si diploma in Composizione Jazz con votazione di 110 con lode e menzione d’onore, presso il Conservatorio N. Piccinni di Bari. Può annoverare una serie di riconoscimenti. I più prestigiosi: nel Luglio 2010 si aggiudica la “Luca Flores piano Competition” di Firenze e appena due settimane più tardi vince l’“International Jimmy Woode Award” come miglior pianista. Nel giugno 2014 ha vinto il premio internazionale “Massimo Urbani”, concorso dedicato ai musicisti jazz emergenti. Le sue scorribande sulla tastiera sono davvero particolari, con un lirismo unico. Anche lui è uno dei migliori musicisti pugliesi attivi nel nostro territorio.

Dario Riccaro, come è stato fatto notare nella presentazione, è un batterista dotato di uno spiccato senso del ritmo. Anche lui giovanissimo, studia batteria presso la scuola privata Il Pentagramma di Bari con il docente Mimmo Campanale.
Nel corso degli anni partecipa a numerosi seminari e workshop, tra cui i corsi di specializzazione di Umbria Jazz, approfondendo lo studio dello strumento con insegnanti come: Gregory Hutchinson, Andy Watson, Dave Weckl, Roberto Gatto, Guido Di Leone, Dado Moroni, Dario Deidda, Renato Chicco, Rosario Giuliani, Jim Rotondi ecc..
Collabora e ha collaborato con diversi musicisti del calibro nazionale ed internazionale come: Giovanni Amato, Daniele Scannapieco, Attilio Troiano, Gaetano Partipilo, Vito Di Modugno, Micheal Supnick, Bepi D’Amato, Francesco Palmitessa, Guido Di Leone, Roberto Ottaviano, Pierluigi Balducci, Giorgio Cuscito, Larry Franco, Francesca Leone, Andrea Sabatino ecc.

La scaletta del concerto ha visto l’esecuzione di brani originali di Ray Brown o brani che lui usava eseguire spesso, ma anche brani che hanno lasciato il segno nella carriera artistica di Giuseppe Venezia accompagnando tanti musicisti che in ogni caso sono un condensato di ritmo e di swing.

Il brano di apertura è un brano originale di Brown, dal titolo F.S.R. (For Sonny Rollins). Solo un altro brano porta la firma di Brown: “Buhaina Buhaina” dedicato ad Art Blakey: intorno alla fine degli anni ‘40 Art Blakey si convertì all’islam, acquisendo il nome di Abdullah Ibn Buhaina. Altri brani “preferiti” da Brawn, che soleva eseguire durante i suoi concerti, portano la firma di Johnny Hodges (Squatty roo), Ellington (In a mellow tone), Cedar Walton (Hindsight) o Hoagy Carmichael (The nearness of You) ed il brano di Oscar Peterson dal titolo “Place St. Henry”.
Altrettanto bello il brano “Tenderly” (di Walter Gross) con un delizioso arrangiamento di Eugenio Macchia. Due brani più riconducibili all’attività di Giuseppe Venezia sono invece “Resentment (without reason)” di Emmeth Cohen e “Broadmoor” di Peter Martin, due pianisti con cui Venezia ha avuto modo di collaborare.

Un cenno a parte merita una composizione di Eugenio Macchia, dal titolo “Before we go”, scritto nel 2018 che ha voluto dedicare a suo padre, recentemente scomparso. Un modo per immaginarlo ancora una volta in mezzo al pubblico a sostenere il talento del figlio. Per questo brano è salito sul palco anche Alberto di Leone con la sua tromba, mentre per “Squatty Roo” si è unito al trio il padrone di casa, Guido Di Leone con la sua chitarra.

Gran finale, il bis, con il brano “Walkin” di Miles Davis, che ha visto la partecipazione sia di Guido che di Alberto Di Leone. Una bella serata, swingante e divertente, come pochi sanno fare.
E ancora una volta il Duke Jazz Club non delude le aspettative. Come ha ribadito alla fine Giuseppe Venezia, dobbiamo continuare a sostenere la musica dal vivo.
Gaetano de Gennaro
Foto di Gaetano de Gennaro