
Ci spero tutti gli anni. Tutti gli anni mi auguro di arrivare al World Press Photo e di guardare, finalmente, qualche reportage che ritragga dei festeggiamenti per la fine di una guerra, per un mondo in pace. E invece, il vaso di Pandora non ha ancora finito di tirare fuori tutto il dolore del mondo, la fenice è ancora ben nascosta in un fondo che non si scorge.

La speranza, però, risiede in una location che dà nuovo smalto a un evento che è ormai tradizione a Bari: il World Press Photo, che con poche eccezioni nelle undici edizioni precedenti è stato ospitato al Teatro Margherita, attualmente in ristrutturazione, trova una nuova lucentezza nella bellissima Sala del Colonnato della Città Metropolitana, mantenendo, questa sì, una finestra sul mare.

World Press Photo è organizzata da Cime, da quest’anno Brand Ambassador Italia e tra i maggiori partner europei della Fondazione World Press Photo di Amsterdam, con il sostegno della Regione Puglia e con la partnership della Città Metropolitana di Bari, del Comune di Bari e del Dipartimento di Scienze Politiche.

Sono aumentate le foto in concorso, 59320, e quelle in esposizione, 144 contro le 138 dell’anno scorso. Tutte le regioni del pianeta sono rappresentate in una sezione del concorso, che prevede le canoniche tre categorie, foto singola, storie e progetti a lungo termine.

L’Italia trova una sua degna rappresentanza nel premio dato a Cinzia Canneri, vincitrice del premio Long Term Project nell’area geografica Africa, per il suo reportage Women’s Bodies as Battlefields (I corpi delle donne come campi di battaglia), un racconto doloroso e poetico di sorellanza, di rivittimizzazione delle donne vittime di violenza, stigmatizzate dalla società e dalla famiglia, di denuncia dello stupro come mezzo di pulizia etnica, nella regione del Tigrè.

Dai cambiamenti climatici e i loro effetti tanto devastanti quanto visivamente impattanti, alle imprese sportive, con un occhio particolare verso lo sport dei disabili, alla natura che mai smette di stupire e del suo difficile rapporto con la specie umana, delle controverse e preoccupanti evoluzioni della politica, da Trump a Maria Corina Machado.

La regina, ancora una volta e purtroppo, è la guerra, e le conseguenze della sua furia senza misericordia, dal Myanmar alla Georgia, dall’Ucraina all’Asia nord-occidentale. Due esempi tra tutti. Il primo, collocato in una stanza a parte con altre due foto premiate, come una Gioconda della miseria umana, è la Photo of the Year, a firma della fotografa palestinese Samar Abu Elouf, che ritrae il piccolo Mahmoud Ajjour, nove anni, senza le braccia, portate via da un attacco israeliano mentre cercava di fuggire con la sua famiglia. Il tronco con la testa di Mahmoud sembra ispirare, nella posa, il busto marmoreo di un eroe, con la differenza che i bambini e le bambine di Gaza non hanno armi, né aspirano alla gloria.

E infine, la mia preferita, terribile, a firma di Nanna Heitmann, vincitrice per la categoria Foto Singole in Europa, titolata “Ospedale da campo sotterraneo”, in cui un soldato giace sul letto di uno scantinato vicino Bakhmut, in Ucraina, attrezzato come ospedale da campo, poco prima che gli venissero amputati gamba e braccio sinistro. Il soldato sembra un Cristo deposto, dopo essere stato crocifisso sul Golgota e sull’altare della cecità della nostra specie.
Sarà possibile, per questo mondo, risorgere?
Beatrice Zippo
Foto di Cecilia Ranieri e Beatrice Zippo