“So tutto, comprendo tutto, ma mi mancano la forza e la volontà”: all’Auditorium Vallisa di Bari, Paolo Panaro racconta in un intenso monologo la fatalistica remissività di ‘Oblomov’, tormentato protagonista dell’omonimo romanzo di Gončarov

Oblovonismo, sussurra Andrej Stolz nelle prime pagine del romanzo, per descrivere il comportamento tutto particolare del suo amico Ilià Ilìc’. Cocooning, dice la psicologia negli anni ‘90, per raccontare quell’impulso a tornare dentro quando l’andare fuori si fa troppo difficile, quando nasce il timore per tutto ciò che devia dalla rassicurante (ancorché mortifera) esistenza quotidiana. Quel “guscio” contro il mondo malvagio e crudele non è una banale apatia o una letargia oziosa, ma l’aspirazione a una vita senza nevrosi e preoccupazioni, che però è paralizzante dei gesti e del cuore.

In Oblomov, capolavoro della letteratura russa del 1859, romanzo di straordinaria bellezza, Ivan Aleksandrovič Gon

arov scolpisce con rigore e precisione questo atteggiamento del suo protagonista e, attraverso le sue vicende, racconta lo spirito della nobiltà terriera russa dell’ 800, contrapponendo naturalismo e liberismo illuminista, nel confronto mai apertamente dichiarato ma costante tra mondi profondamente diversi e inconciliabili. Due culture (gli indolenti latifondisti russi da un lato e gli operosi uomini di affari tedeschi dall’altro) che la Storia pone a confronto, due mondi (quello di Oblomov e del suo amico Stolz) che tuttavia qui si incontrano e si fondono perché ciascuno riconosce nell’altro qualcosa che manca al suo carattere. Da un lato un sognatore che consacra la sua vita all’utopia di un mondo regolato da leggi naturali, in un clima pacifico e senza conflitti; dall’altro un borghese che guadagna e produce, per il quale il lavoro è immagine e scopo della vita stessa.

Paolo Panaro porta in scena (sino al 19 ottobre) all’Auditorium Vallisa, in apertura della Stagione Teatro Studio 25/26, un monologo di cui è interprete e regista, che tenta di racchiudere in poco più di un’ora i complessi sentimenti e le dinamiche che muovono la vita di Ilià Ilìc Oblomov, scegliendo di privilegiare il disegno della personalità del protagonista, tralasciando i fatti e gli avvenimenti quando non direttamente funzionali alla comprensione dell’uomo e delle sue scelte. Indugia in un primo momento sugli aspetti più ironici, ripercorrendo con fedeltà le prime pagine del romanzo, dove lo scrittore traccia il carattere del protagonista e il suo legame con l’amico Stolz; racconta l’insperata rivoluzione che avviene in lui dopo l’incontro con Ol’ga e la dolorosa fuga dalla felicità possibile ma incerta. Sorvola sull’epilogo del romanzo e chiude scegliendo come battuta finale le parole della vedova di Oblomov: “Dove si è nati, dove si è vissuti tutta la vita, là bisogna morire”, resa dolorosa di una donna a sua volta incapace di dire con le parole i suoi sentimenti nei confronti del marito e del figlio, riuscendo ad esprimersi solo con l’accudimento silenzioso e le lacrime mute.

Se nella prima parte dello spettacolo l’ironia e il sarcasmo caratterizzano il racconto, pian piano si fa strada il dramma che imprigiona fatalmente la vita dell’uomo.

Panaro scivola agilmente da un sentimento all’altro, ci porta con naturalezza nella tragedia di una fatalistica remissività. Spegne quel sorriso che aveva acceso nelle prime battute, nei battibecchi tra Oblomov e Zachar, servo riottoso e indolente.

Nelle pieghe del racconto, Gon

arov, pur descrivendo il dramma di una vita mai spesa, usa pudore e profondo rispetto per il suo personaggio. Ne condanna la fantasticheria inattiva, la procrastinazione come stile ricorrente, e tuttavia non fa di Ilià Ilìc’ un personaggio negativo, perchè ne riconosce il cuore onesto e fedele. Riesce a farcelo amare perché, come dice Stolz, la sua anima rimarrà sempre pura, limpida.

Allo stesso modo Panaro racconta con com-passione l’intorpidimento doloroso, il tormento di chi vede, comprende, ma non ha la forza di alzarsi dal divano, togliersi la vestaglia, vestirsi da solo, uscire. Lo fa con delicatezza, come fermandosi sulla soglia. Offre un ritratto necessariamente incompleto (perché è davvero impossibile rendere in così poco tempo le molteplici sfaccettature del romanzo), ma assolutamente veritiero, lasciando allo spettatore curioso il desiderio di andare alla pagina scritta per continuare a scoprire il cuore di Oblomov, leggendolo anche secondo il linguaggio del proprio cuore.

E questa è un’altra magia del Teatro.

Imma Covino

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