Time Zones 2025 ha aperto il suo 40° anno sulla via delle musiche possibili al Teatro Di Cagno di Bari con un sentito omaggio al genio di Satie

Si è aperta sotto il segno di Eric Satie, il compositore che a cavallo tra fine ottocento e inizio novecento vide il futuro, l’annuale edizione di Time Zones, il festival delle musiche possibili, che ha goduto di due serate in anteprima al Teatro Di Cagno a Bari.

Quattro pianisti in due serate, con repertori nati dalla forte influenza del pianista e compositore francese, lo stesso che ispirò Brian Eno e tutta la musica ambient venuta dopo. Si, la musica ambient contemporanea deve i suoi natali a Satie, alla sua idea di musica per così dire “da arredamento” che scompare nello spazio, divenendo tutt’uno con esso. Satie frequentò i salotti intellettuali della Parigi di Picasso, Debussy, la Parigi dei nascenti Surrealismo e del Dadaismo, quella dei locali e delle chiese che consentirono al certo non socievolissimo Eric di sperimentare e trovare il suo daimon e la sua idea di composizione, fuori dalla cattedrale canonica e conformista del Conservatorio.

Ebbe come unico “amico” Debussy, la sua casa era formata da una stanza con tutto il fungibile, più un’altra stanza sempre chiusa a chiave e che dopo la sua morte svelò un tesoro di ombrelli.

Satie certo riassume in sé aspirazioni, contraddizioni, estro e dinamismo senza misura del genio, nella sua accezione originaria: uno spirito libero, che “genera” se stesso e la sua forma attraverso l’espressione musicale.

Compreso e incompreso all’epoca, acclamato musicista de Le chat noir, visionario arrangiatore di pieces teatrali, il suo patrimonio musicale e di idee costituisce ancora oggi una fonte inesauribile di spunti e indirizzamenti compositivi, soprattutto con le nuove opportunità generative offerte dall’elettronica e dalla fusione tra strumenti tradizionali e tecnologia, anche AI.

Andrea Missiroli e Arturo Stàlteri hanno aperto le danze il 26 settembre. L’uno un giovane musicista ispirato, dalla vena romantica che ha omaggiato in senso stretto Satie riproponendo la Gnossein nr. 1 con inserti tecno. Una proposta filologicamente fedele finché il sintetizzatore e il computer non hanno fatto da memoria del suono, riproponendolo e rielaborandolo e Missiroli ha ripreso il pezzo originario dialogando con l’elettronica. Una versione cha ha effettivamente mostrato la contemporaneità e l’inesaurita generatività di Satie. Malva, Apnea, Libera, L’incredibile viaggio, Bosco ritrovato, Dicembre, i pezzi messi in repertorio per questo intervento al pianoforte di un’ora, e che hanno mantenuto la stessa vena ambient suggerendo, attraverso il fraseggio pianistico, stati d’animo, paesaggi, ricordi, con un intimismo proiettivo che fa della musica quel linguaggio capace di parlare a tutti e di far parlare di sé ciascuno.

Arturo Stalteri, concertista di lungo corso, voce iconica di Radio3, ha dilettato il pubblico con una freschezza tessuta nelle narrazioni a due voci tra pianoforte e aneddoti legati a Satie e alle sue influenze postume. Ha fatto il ritratto di un genio per niente sregolato, seppur dispotico, che ha incarnato la “disciplina”, tipica di ogni arte vera, in forma di libertà. Il debito di gratitudine di Brian Eno rispetto a Satie l’ha raccontato con un gustosissimo aneddoto riguardo al musicista, compositore, nonché produttore degli U2 (e non solo), che per una ingessatura ad una gamba e non potendo cambiare la musica che gli era stata messa in camera per intrattenerlo, immaginò che ad un certo punto, come fece Satie, quella musica, con una riproposizione ipnotica, divenisse sfondo a tutta la vita che si svolgeva intorno. Una sorta di carta da parati.

Stàlteri ha tenuto il pubblico rapito per la sua ora destreggiandosi tra i tasti e le parole, la sua passione per Il Signore degli anelli, proponendo un omaggio a Satie, Brian Eno e Bach, e brani suoi tratti dai suoi album: Notturno in do minore, Grey Havens’ lullaby, Triste vague, Sakamoto hopus (acua), Celestial Blu winter sea, Bach Fantasia bachiana corale (Svegliatevi ci chiama la voce), The snow is dancing, Scarlet.

Di ben altro tenore la serata del 27 settembre con Riccardo Roveda e Marcus Grimm con Federico Motta., decisamente dai toni contemporanei con una prima parte a tratti fortemente dance che ha fatto ballare il pubblico in sala. Riccardo Roveda con la sua alchimia neoclassico-elettronica ha portato per il pubblico di Time zones la Milano iperattiva e pensosa, psichedelica e onirica. Di formazione eclettica il pianista unisce l’utilizzo del pianoforte al sound elettronico, innescando il ritmo attraverso un incipit con diteggiature armoniche sugli 88 tasti. L’algortimo del computer ha reso possibile l’esplosione creativa del suono facendolo ruotare, fondere, stirandolo all’essenziale con moderni minimalisti figli di Satie. Così per esempio con i pezzi A round for me e a round for you, Sinaps e un finale con Dj set, mixer e pianoforte, per cui era impossibile restare incollati alle poltrone.

Marcus Grimm e Federico Motta, pianoforte e violoncello, hanno riportato le suggestioni romantiche di Gnossiens chiudendo il cerchio aperto nella prima serata. In Viaggio, Fenice, Come farfalle, e Klauz appartengono alla composizione contemporanea a versi sciolti, in cui è la suggestione del suono e del ritmo blando, liquido, ridondante e ipnotico a dare a chi ascolta la chiave di lettura del brano. Il dialogo tra i due strumenti, con il sostegno delle distorsioni possibili grazie all’uso dell’elettronica, scenografavano movimenti e paesaggi, sceneggiavano racconti e così, come ogni opera d’arte, non vale solo l’intenzione dell’artista che la realizza, ma lo spettatore diventa artista a sua volta interpretando l’opera in base a ciò che porta dentro di sé. E così un’opera è Una, nessuna e centomila. Come le anime di Satie.

Alma Tigre
Foto per gentile concessione Time Zones

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