Del superpotere della stranezza o della capacità di misurare il lato oscuro: “Biscotti Bigusto” di e con Arianna Gambaccini ha debuttato per ‘Trame Contemporanee 2025’ al Teatro Babilonia di Molfetta

La provincia è una brutta bestia. La provincia non ti consente di affondare nelle luci e nelle ombre di una grande città, facendoti diventare la piccolezza di un numero in una giungla d’asfalto. La provincia non ti permette di avvalerti della legge dei grandi numeri, per trovare chi faccia schifo nella tua stessa maniera. In provincia, se non sei esattamente come tutti gli altri, sei un animale isolato e ferito, pronto ad essere predato.

Di provincia non allineata parla “Biscotti Bigusto”, lo spettacolo di e con Arianna Gambaccini, che ha debuttato al Festival Trame Contemporanee 2025 a cura di Malalingua, con la direzione artistica di Marianna De Pinto e Marco Grossi, presso il Teatro Babilonia di Molfetta. La pièce è una produzione Papaya Entertainment, in collaborazione con il Crest di Taranto.

Adele Laparecchia vive con i suoi genitori in campagna, in un’immaginaria Coppreglio, uno di quei paesini dell’Italia centrale famosi essenzialmente per una sagra, in questo caso quella dei biscotti tondarelli, e per l’acqua di sorgente, che da essere pubblica è diventata in bottiglia, nottetempo. Una vita piatta, apparentemente sempre uguale a se stessa, senonché Adele non è esattamente il prototipo della contadinotta rubiconda: complice una febbre infantile, e una fame insaziabile, di cibo e d’amore, Adele è bollata dal paese, dai vicini, da tutti, come una “strana”. In famiglia, la lingua è quella delle botte. A scuola, ma anche dopo, il palinsesto prevede bullismo e emarginazione. Ma Adele sembra tirare dritto: una radiolina a farle compagnia con musica e radiogiornali, i pochi e frugali acquisti per portare avanti i campi, due vestiti sempre troppo stretti. Non solo: Adele sembra possedere il potere della preveggenza, soprattutto di avvenimenti tragici, cui nessuno crede, soprattutto quando la tragedia sta per abbattersi su Coppreglio.

E Adele racconta di Coppreglio al passato, nella stanza di un ospedale psichiatrico dove nessuno le fa visita, e tutte le sue emozioni hanno la forma di un biscotto: quelli insulsi che le danno in ospedale, solo di sabato, ma anche quelli con le gocce di cioccolato, fino ad arrivare a quelli bigusto con la crema in mezzo, che costringono a scegliere quale mangiare per ultimo, se la benevola vaniglia, o il cacao, gustoso e arcano. Un po’ come nella vita, la felicità diventa la capacità di misurare il lato oscuro, affrontando la realtà di tutti i giorni.

Gambaccini scrive e interpreta una specie di Carrie White, incluso lo sguardo dell’indimenticabile Sissy Spacek, sembra uscita proprio da un romanzo di Stephen King, ambientato però nell’appennino umbro-marchigiano, in posti che ci sembrano idilliaci solo perché nella nostra testa non esistono per 360 giorni all’anno, quei paesi che vedi dall’autostrada e ti chiedi come ci si viva tutto l’anno, e cosa succede, quando ci vivi e ci cresci. In una realtà avulsa dalla realtà, cosa significa “strana”? Strana rispetto a chi? A dei genitori anaffettivi, a un’infanzia che sa essere cattiva, a una scuola che riesce ad essere cieca, sorda e muta? Non sono province anche quelle del cuore, che ci confinano a vedere la stranezza in tutto, e ad avere profonda sfiducia nell’altro e nel futuro? E noi, ciascuno nella propria radiolina che trasmette suoni rassicuranti per evitarci contatti reali, non siamo strani? Proprio la canzone preferita di Adele, di cui a un certo punto le hanno spiegato il testo, dà la risposta: è Creep dei Radiohead.

I want you to notice
When I’m not around
You’re so fuckin’ special
I wish I was special
But I’m a creep
I’m a weirdo
What the hell am I doin’ here?
I don’t belong here

(Vorrei notassi
Quando non sono in giro
Cazzo se sei speciale
Avrei voluto essere speciale
Ma sono uno sfigato
Sono uno strano
Che diavolo ci faccio qua?
Non è il mio posto questo
)

Beatrice Zippo

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