
Virtus Entella-Bari è stata una partita che più che calcio ha offerto un lento supplizio. I liguri hanno giocato meglio, ma l’impressione è che siano stati i pugliesi, con la loro inconsistenza, a concedere il palcoscenico all’avversario. I due gol dell’Entella, spettacolari ma estemporanei, lo confermano: prodezze da “figurina Panini”, gol della domenica da applausi sinceri, ma nati dal nulla più che da un reale gioco corale. Ed è proprio questo l’aspetto più grave: il Bari ha permesso, con il suo non-gioco, di trasformare una squadra modesta in una formazione mostruosa. Non sarebbe una sorpresa se, quando nei programmi televisivi si dovrà mostrare qualche rete da cineteca, scorressero le immagini di questi gol, come già accadde con i colpi del Cagliari scudettato o con le punizioni di Mihajlović: tutti gioielli, guarda caso, segnati contro il Bari.
Il 2-2 finale, dunque, è un risultato bugiardo. L’Entella avrebbe meritato di vincere obiettivamente, e solo la casualità ha permesso ai biancorossi di strappare un pareggio che sa di vittoria immeritata, al pari di quel recupero disperato di Pucino su un attaccante entelliano che avrebbe potuto regalare ai liguri il successo pieno. È un calcio da festeggiare al contrario, perché perdere sarebbe stato più giusto.
Castrovilli è stato l’unico a mostrare vivacità, recuperando palloni e provando a costruire, ma da solo non basta. Tutti gli altri, sotto il cinque in pagella: il nulla in campo, nessun equilibrio, nessuna voglia di giocare. Il Bari non si sblocca, non riesce a vincere, e il campionato si prospetta come uno dei più difficili degli ultimi anni. Non si ricorda un avvio con sei giornate senza vittorie: è un vero dramma sportivo che rischia di segnare la stagione.
Ancora una volta i biancorossi hanno deluso. Diventa quasi imbarazzante provare a descrivere una squadra che non è squadra, che non ha compattezza né pressing, che si allunga, che manca di atteggiamento e aggressività. Moduli che cambiano – a tre, a quattro, a cinque – senza mai produrre benefici, giocatori che sembrano fisicamente inadeguati, incapaci persino di muoversi con la giusta intensità. Non è questione di singoli: Verreth, Partipilo e Pagano sono stati deludenti, ma il problema è collettivo. Come ha scritto Pirandello, il Bari è “Uno, nessuno e centomila”: privo di identità, incapace di riconoscersi e farsi riconoscere.
L’Entella, pur con i suoi limiti tecnici, è sembrata il Manchester City, capace di calciare quindici volte verso la porta contro lo zero dei pugliesi, gol escluso. Un copione già visto: il Bari ha la singolare capacità di trasformare ogni avversario modesto in una squadra da Champions. È un meccanismo che si ripete, come un ritornello stonato. In questo, la partita di Chiavari ha toccato il punto più basso di un inizio di stagione già drammatico.
La sensazione è che questa squadra sia fragile, smantellata nei suoi equilibri precedenti e ricostruita con venti nuovi giocatori, molti fermi da tempo o acerbi per la B. Una rivoluzione radicale che, come insegna la storia, finisce quasi sempre male. Caserta sembra in balia degli eventi, incapace di incidere. E la sua stessa ammissione – “per mezzora il Bari è scomparso” – suona come una resa. Ma chi deve “apparire” in campo se non i giocatori motivati da lui? Non certo i tifosi o la società. L’allenatore ha la responsabilità di dare forma e anima a una squadra che oggi appare come un mobile Ikea montato male: instabile, fragile, ridicolo nella sua incapacità di reggere l’urto.
Longo, lo scorso anno, aveva garantito quantomeno una stagione tranquilla. Oggi è ancora a libro paga del Bari, e un pensiero a lui, prima che sia troppo tardi, potrebbe non essere peregrino. Nel frattempo la squadra peggiora: tecnicamente, tatticamente, caratterialmente. Una squadra che trasforma l’Entella in Manchester City e rischia di scivolare senza opporre resistenza verso la Serie C.
E allora il Bari sembra vivere un destino da eroe omerico rovesciato: come Ulisse non trova mai la rotta di casa, ma a differenza di Ulisse non ha astuzia né forza per superare le tempeste. Smarrito, vaga in un mare agitato senza Itaca in vista. Di questo passo si rischia solo di vivacchiare, consumando un lento supplizio. Se si può evitarlo, il tempo c’è. Ma attenzione: la storia ricorda già un Bari con Gigi Radice in panchina, tecnico di grande blasone, che non riuscì a evitare la retrocessione. E allora la lezione è chiara: il nome da solo non basta, serve sostanza.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari
per gentile concessione