Perché gli Oasis ci fanno bene? Ovvero la cronaca appassionata di una delle tappe londinesi della reunion live che tutti aspettavamo

Ho resistito per un paio di mesi, alla tentazione di scrivere due parole sulla reunion degli Oasis. Ho resistito a undici mesi di lacrime, tanti ne sono passati tra la conferma di essere tra coloro che erano riusciti ad accaparrarsi un biglietto, e il concerto. Sul rocambolesco giorno dell’acquisto del biglietto, con il codice che era praticamente il Graal, serve un racconto separato, tra il romanzo giallo e la suspence degna di un thriller. Vi dico solo che a un certo punto c’era la mia amica di una vita, seduta per terra in un aeroporto internazionale, mentre i suoi figli la assaltavano, a capire se andassero bene i posti bassi laterali o quelli frontali, ma altissimi (il prato lo avevamo escluso per sopraggiunti limiti d’età delle nostre costole).

Ho resistito ai miei feed social, praticamente monotematici, sui primi video che venivano diffusi da Cardiff, città che ha ospitato le prime date dei concerti, mentre a Bari, in contemporanea, infuriavano quelli degli Oesais, un degnissimo antipasto di quello che avrei vissuto a Londra. Ma davvero il mondo ha bisogno di altri byte sprecati per la mia impressione, forse subitanea, su un evento che mi sembra mondiale solo perché è importante per me e per la mia bolla? Ho resistito quando anche i telegiornali generalisti ne parlavano, dopotutto sono una band che andava forte 25/30 anni fa, contano solo per centinaia di migliaia di carampane come me, targate Adidas, con improbabili cappelli da pescatore, ma resta un concerto rock, mi dicevo, una roba démodé, un rito vintage.

È trascorso anche il concerto a Londra, a casa ho raccontato di come non vi sia stato un solo disguido organizzativo, niente code per la metro, novantamila persone mandate a casa con lo sforzo di uno starnuto, niente code per bere e mangiare. Solamente per comprare il merchandising c’era una composta, ordinata, e allegra fila, ma il vero souvenir era proprio nell’attesa, nel rito collettivo. Cosa saranno mai, dieci minuti di fila a Carnaby Street, in confronto a sedici anni…

E poi? E poi, quando non mi spiegavo come mai, a settimane di distanza, non passasse la botta di vita di Wembley, ho visto uno dei tantissimi video del pubblico ai concerti, veniva da Chicago. Un omone, con una schiena grossa il triplo della mia, un po’ di chilometri più di me sui battistrada, con l’immancabile maglia Adidas, piangeva mentre cantava. Tante e tanti, me inclusa, eravamo in questa situazione, ma lui sembrava diventato piccolo piccolo, la faccia nascosta nelle mani, i gomiti sulla transenna, un amico sorridente ad abbracciarlo. E allora è stato tutto chiaro. Quell’omone potevo essere io.

Lì, sono scorsi nella mente decenni di immagini, del perché non poteva, non doveva evidentemente essere, quello che ho visto, l’ennesimo concerto rock. Mi è sovvenuto il ricordo di una merenda della scuola media, una pausa dai compiti a casa, il telecomando che mette su MTV Europe (Italy non era ancora nata), il videoclip di una piscina piena di belle ragazze, mentre una band, con gli occhialini stile Beatles, suonava sul bordo o in una limousine. Chissà quando avrei rivisto quel video, senza YouTube, e così, comprare la musicassetta, documentarsi sulle riviste musicali, sapere tutto di questi Oasis era un bel passatempo. Oltretutto, mi ero appena ripresa dalla fine, nel peggiore dei modi, dei capelli sporchi e delle camicie di flanella di Kurt Cobain, avevo un porco bisogno di buttarmi in un girone di monocigli, anelli di gusto improbabile e maglie da calcio sintetiche.

Di lì, è arrivata la destabilizzazione per chi aveva studiato un lindo Queen’s English, e si trovava ad ascoltare le interviste in dialetto mancuniano, con una birra e una sigaretta in mano, senza capirci niente, i primi tre album incredibili, seguiti da altri semplicemente belli, una passione sopravvissuta alla maggiore età, all’università e all’alba del Duemila, abituandosi alle scazzottate, alle brutte parole dette l’uno all’altro e nei confronti di altre band e altri musicisti. Fino al 2009, quando una scazzottata neanche più forte delle altre mise fine al sogno, proprio quando un’indipendenza economica sembrava rendermi il sogno del loro concerto finalmente realizzabile. La prospettiva di morire senza vedere gli Oasis insieme dal vivo era più reale della realtà. Nel frattempo, li ho visti singolarmente, avrei dovuto avere la sensazione di ricevere due regali a Natale, come succede ai figli di genitori separati, apprezzare, come ho fatto, i nuovi pezzi di Noel e il suono della formazione di Liam, così ruffiano da sembrare la versione deluxe delle cover band degli Oasis, anche al soundcheck di Taranto, che avevo ascoltato mentre mi facevo la doccia nel bed and breakfast. Ma “keep the dream alive”, mantieni vivo il sogno, era più del titolo di una canzone: era un fioretto senza contropartita, la ricompensa per un’attesa senza speranza, malgrado Liam Gallagher, dal suo profilo X, alternasse insulti a dolci sviolinate al fratello, non ricambiate.

C’è chi dice che siano stati i soldi (tra cachet e impennata dei diritti provenienti dalle radio nuovamente impazzite per gli Oasis). C’è chi dice che siano state le promesse su camerini ben separati, e l’accordo di pagare alla fine del tour. C’è chi dice che ci siano delle clausole che subordinano il pagamento a una condotta sportiva e morigerata, lontana da droghe, alcool e cazzotti. Fatto sta che la reunion c’è, c’è stata, ci sarà per sempre, non importa come andrà e quando finirà. L’isteria collettiva è rimasta intatta. Al posto dei telefoni impazziti per aver ricevuto letteralmente milioni di chiamate per Knebworth 1996, le code kafkiane di Ticketmaster; lo stesso, immutabile, cartiglio, della scaletta di palco, che resta la stessa per tutte le date, che venga pubblicata su Instagram o che giri nelle fanzine di quartiere.

E poi, ascoltare Richard Ashcroft, quell’intro di “Bittersweet Symphony” che ha fatto incazzare i Rolling Stones, librarsi nell’aria piena di birra di Wembley, quando ricapiterà? Sapere che Ashcroft è nel backstage, mentre gli Oasis gli cantano la canzone a lui dedicata, “Cast No Shadow”, non fa luccicare gli occhi? Abbracciare un omone sconosciuto a caso, uguale a quello del video di Chicago, per fare la Poznan, il rito con cui il pubblico viene fatto girare di spalle al palco e saltellare all’inizio di “Cigarettes and Alcohol”, come i tifosi del Poznan tra il minuto 19’ e il 22’, non rende felici? Guardare negli occhi sempre quell’amica di una vita, durante il versetto più bello, quello della ragazza con i piatti sporchi in testa da “Some might say”, non è un momento che vale sedici anni? Piangere, come l’omone, perché è troppo bello per essere vero, durante “Don’t look back in anger”, non me lo meritavo? L’urto del suono di novantamila voci, su “Wonderwall” e “Morning Glory”, non poteva essere anche il mio? La tenerezza di “Octopus’s garden” dei Beatles alla fine di “Whatever”, e la fine più bella di tutte, una luminosa, spumeggiante, “Champagne Supernova”, può trovare una sua eguale?

Perché forse, in un’epoca del qui ed ora, attendere, conservare, sperare, aggiustare, non si usa più. Eppure, facendo tutto questo da trent’anni, abbiamo vissuto così intensamente la felicità.

Ecco perché, dal parere di questi miei modesti byte, gli Oasis, pur professandosi estranei alla politica, probabilmente possono fare un mondo migliore, sicuramente ci fanno bene.

Beatrice Zippo

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