
Elio ha sempre esercitato una grande libertà artistica, forte del suo smisurato talento, che lo porta a confrontarsi, anche nello stesso spettacolo, con linguaggi diversissimi tra loro, che riesce a personalizzare, e a portare sul palco con una cifra riconoscibile. La brillantezza dei costumi di scena, che richiama l’eleganza di certa televisione italiana degli Anni Sessanta, ma in technicolor; il repertorio, pescato oltre le prime linee degli spot degli ipermercati, senza ignorare però la dirompenza della canzone popolare, e dei messaggi che possono essere più potenti delle armi; le invenzioni comiche, che distraggono i piccoli e mantengono l’attenzione dei grandi.
Tutto questo in un solo spettacolo. “Quando un musicista ride”, con la regia di Giorgio Gallione, porta sul palco Elio con una band di giovani e bravissimi musicisti, primo tra tutti Alberto Tafuri al pianoforte, ma poi Martino Malacrida alla batteria, Pietro Martinelli al basso, Matteo Zecchi al sassofono e Giulio Tullio al trombone.
La setlist attinge a canzoni provenienti dal cantautorato milanese: in primis, Enzo Jannacci, cui Elio è legato a doppio filo fin dal suo altro spettacolo “Ci vuole orecchio”, e non a caso Jannacci è l’autore della title track dello spettacolo. Ma anche Cochi e Renato, Giorgio Gaber, fino a sconfinare nella canzone demenziale di Clem Sacco e al tributo a I Gufi.
Filo conduttore, quello che succede quando arte e humor si combinano. Siamo infatti abituati alla dimensione superficiale della musica, e dell’umorismo, talora riusciamo a intravedere la vena guitta dell’artista, prim’ancora di quella varicosa di Clem Sacco. Però, non riusciamo a compiere il viaggio di ritorno, quello in cui lo humor, lieve o nero che sia, demenziale o inglese, impegnato o scanzonato, ci dipinge nei nostri comportamenti, scava nei nostri vizi, e in definitiva racconta ciò che non va nei nostri tempi.
Dal Giovanni Telegrafista di Jannacci, alla celeberrima Gallina di Cochi e Renato, per arrivare alla definitiva L’Odore di Gaber, le canzoni interloquiscono con il pubblico per tramite di Elio, mentre le immagini sullo sfondo, di ispirazione magrittiana, collocano la scena in un cielo azzurro con tante nuvolette, leggero solo all’apparenza, come una canzone ben riuscita può essere.
Più che compiacere il pubblico con canzoni celeberrime e ritornelli da cantare per tutta la sera, Elio omaggia pezzi che non sfuggono ai conoscitori, ma che scavano oltre le hit e fanno parte di un’Italia, o meglio, di una Milano, che Elio conosce bene, che esiste ormai solo nelle foto dei club di cabaret, quando i comici facevano ridere più dei politici, che adesso, anche nella dimensione del surreale, sembrano eccellere. Elio riesce in ogni caso a barcamenarsi nella competizione con le dichiarazioni fatte da politici e opinionisti, e a infilare delle gag in foggia di favole, come fossero raccontate ai bambini veri o di ritorno, almeno queste sono niente affatto stupide.
Beatrice Zippo