
Nella splendida cornice del festival Il Libro Possibile, in Piazza Moro a Polignano a Mare, quattro voci autorevoli si sono confrontate su uno dei temi più urgenti e controversi del nostro tempo: il linguaggio della guerra e la sua manipolazione nell’epoca della disinformazione.
Luciano Canfora, storico tra i più lucidi e rispettati del panorama europeo, ha incrociato riflessioni con la psicoterapeuta e documentarista Sara Reginella – autrice del libro ” Le guerre che ti vendono” presentato durante l’incontro – e con il generale Fabio Mini, già comandante della NATO. A moderare con equilibrio e profondità il giornalista di Repubblica Giuliano Foschini.
L’incontro, un autentico richiamo alla consapevolezza, si è snodato attorno a un interrogativo fondamentale: come viene sdoganata oggi la parola “guerra”? Un termine che non circoscrive più solo un fatto militare, ma anche, ormai, una costruzione narrativa, un terreno di scontro lessicale dove le parole diventano armi.
Sara Reginella, presentando il suo libro edito nella collana Orwell, casa editrice Dedalo, ha posto l’accento sulla mistificazione semantica che accompagna ogni conflitto. “La guerra non viene solo combattuta con i missili, ma anche con le parole – ha dichiarato –. La narrazione bellica spesso addolcisce la realtà, trasformando invasioni in missioni di pace, bombardamenti in operazioni chirurgiche.”
Una riflessione che si ricollega direttamente alla visione profetica di “1984” ,il celebre romanzo di George Orwell, dove il regime totalitario del Grande Fratello imponeva appunto una neolingua, in cui parole come “pace”, “libertà” e “verità” perdendo il loro significato, vengono ridefinite in chiave funzionale al potere. “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”: queste le formule emblematiche che illustrano come il controllo del linguaggio sia il primo passo per controllare la realtà- verità.
Una linea condivisa anche dal generale Fabio Mini, che ha offerto un punto di vista interno al sistema militare, sottolineando come la costruzione del consenso sia diventata parte integrante delle strategie di guerra. “Non si combatte più solo sui campi di battaglia – ha detto – ma soprattutto nelle menti delle persone. L’informazione è divenuta lo spazio operativo primario.” Mini ha parlato esplicitamente di “ingegneria della percezione”, denunciando l’uso sistematico della propaganda nei teatri internazionali.
Canfora, con la sua consueta acutezza, ha inquadrato il fenomeno in una prospettiva storica e culturale. Ha evidenziato come la manipolazione del linguaggio non sia un’invenzione contemporanea, appunto, ma uno strumento antico di dominio, che oggi trova nuova linfa nell’apparente neutralità tecnologica e nella comunicazione globale. In perfetto stile orwelliano, la verità viene frantumata in tante micro-narrazioni compatibili con gli interessi dominanti.
A concludere la serata è stato Marco Travaglio, che ha acceso i riflettori sul caso più attuale e simbolico di disinformazione bellica: la guerra in Ucraina. Travaglio ha denunciato la polarizzazione del racconto mediatico, l’omologazione delle voci e la difficoltà, oggi, di trovare un’informazione realmente pluralista. “Siamo immersi in una narrazione a senso unico – ha affermato – in cui chi si discosta dalla versione ufficiale viene spesso etichettato come nemico o disertore del pensiero dominante.” Una dinamica che richiama ancora una volta lo schema di “1984” dove il dissenso viene cancellato non con la forza, ma con la riscrittura della realtà stessa.
Significativo, nel contesto del festival, anche l’intervento dello scrittore Gianrico Carofiglio, che ha invitato a riflettere sulla coerenza etica tra contenuti culturali e realtà economiche che li sostengono. “Libri e produttori di armi non sono compatibili – ha detto con chiarezza –. Occorre sempre verificare la compatibilità degli sponsor.”
Una posizione che apre un fronte delicato e urgente: quello della responsabilità culturale. Perché, come giustamente osservato, se si parla di disinformazione, potere e consenso, non si può ignorare da dove provengono i finanziamenti. E forse, un evento come Il Libro Possibile, che ha il coraggio di ospitare voci libere e riflessioni scomode, potrebbe anche scegliere di rinunciare al contributo di aziende “scomode”, coerentemente con i valori che promuove.
Un appuntamento di alto livello che ha lasciato il pubblico con molte domande e poche risposte preconfezionate. Ma forse è proprio questo il compito della cultura: aprire spazi di dubbio dove altri cercano solo certezze rassicuranti e difendere, oggi più che mai, la libertà delle parole dalle mani invisibili del potere.
Vicky Berardinetti