
Ci sono cose che solo la notte può svelare. Il buio può avere un potere dopante: amplifica i rumori, riporta a galla memorie che credevamo sopite, plasma nuove creature, accoglie le nostre paure e preghiere, talora offre perfino risposte.
Gli antichi, i cosiddetti primitivi, che scopriremo che tanto primitivi non erano, lo sapevano bene. Tredicimila anni fa, in una grotta nel grembo di Porto Badisco, una popolazione ha lasciato i segni della propria presenza. Una grotta che ha la struttura di una cattedrale, e che attualmente accoglie meno di dieci visitatori all’anno, per la particolarissima chimica anaerobica che al suo interno ha conservato delle strabilianti pitture rupestri, fatte con il guano di pipistrello, un pochino più giovani di quelle che si possono trovare ad Altamira, in Spagna, ma molto più enigmatiche.

Esse sono oggetto della mostra dell’artista Domingo Milella, barese che si divide però tra la Puglia e Londra. Il suo progetto “Il Teatro del Tempo” è una produzione Fondazione Pino Pascali, a cura di Michele Spinelli, con la direzione artistica di Giuseppe Teofilo. Essa è aperta solo di notte, dal giovedì alla domenica, dalle 21 alle 24, fino al 29 giugno, nel neonato Polo Bibliotecario di Parco Rossani, a ingresso gratuito. Due scelte naturali, quella di ospitarla in un luogo tanto inviolato, in quanto neonato, quanto ancora buio, specie di notte, quasi fosse l’anfratto di una grotta contemporanea, da visitare con le torce. Sono andata a visitarla in un’occasione speciale, l’apertura notturna per accogliere il solstizio, con la guida dell’artista e del curatore, e la musica dei Crossing Avenue.
Tredici fotografie, di divinità aniconiche, o di moltitudini di figure umane che creano quello che sembra un cuore, o un cervello. Fanno festa? Fanno la guerra? Non sembrerebbe, dal momento che nella Grotta, che si chiama dei Cervi per alcuni disegni ramificati al suo interno, gli oggetti che sono stati rinvenuti non riportavano ad alcun uso pratico: né armi, né utensili, solo ciotoline per raccogliere l’acqua non potabile che essudava dalle pareti. E, alle pareti, altri simboli: croci e spirali, chissà, forse plessi solari, o mulinelli d’acqua. Milella parla di immagini “fosforescenti”, anche partendo dalla sua personale esperienza con il microclima della grotta e delle sue varie forme, altezze, architetture naturali. Fosforescenti com’egli stesso le ha portate impresse nella sua memoria, specie chiudendo gli occhi, fosforescenti come appaiono ai nostri occhi, e forse anche i primitivi, che abbiamo capito che tanto primitivi non erano, avevano bisogno di imprimerle nella propria memoria come fossero la scena di un film, o un quadro, o una mappa mentale.

Non sappiamo se i nostri antenati avevano l’intento di lasciarci le immagini di una cattedrale rocciosa, con le tracce di arte rupestre che dicevano molto di loro, ma anche molto di noi, che al di là del tratto, che ci ricorda però Haring, ma anche l’astrattismo moderno fino a somigliare ad ex voto, forse disegni di creature animali o vegetali. Non sembra che siamo stati noi, ad incontrare loro, ma loro a incontrare noi, a prenderci per mano, a celebrare con noi un solstizio che ci accomuna sotto le stagioni dello stesso sole, dello stesso mare, della stessa notte.
Beatrice Zippo
Foto di Beatrice Zippo