
La formazione del politeama barese al completo ha dato una prova magistrale di maturità artistica al Teatro Petruzzelli per la prima esecuzione assoluta del Secondo concerto per pianoforte e orchestra di Ivan Fedele e i Carmina Burana di Carl Orff. Alla bacchetta Pierre André Valade.

Il Secondo concerto per pianoforte e orchestra di Fedele ha dipanato scenari proustiani con la sua ricerca sul tempo musicale legato alla percezione e al suo sviluppo nello spazio.
Le influenze dei maestri a cui si ispira, da Dionisi a Corghi, passando per il Donatoni, suo maestro all’Accademia di Santa Cecilia, senza dimenticare le ricerche degli spettralisti francesi, generano in Fedele una tecnica di composizione che disarticola il suono, rispetto a una successione lineare, e ne scompone gli elementi. Il risultato per chi ascolta è un’esperienza immersiva di tipo sinestetico, con suoni che assumono l’aspetto di punti e si sviluppano nelle dimensioni dello spazio e del tempo, secondo formule cinematiche capaci di generare spazi di Calabi Yau. Fedele sfrutta nella composizione il tocco e la dinamica del pianoforte, combinando il ruolo risonante dell’orchestra, ora rappresentata dai singoli elementi, ora, coram populo, in allungati, altisonanti fraseggi d’insieme.

Arduo e incarnato il lavoro pianistico di Filippo Gorini, perfettamente fuso nella congerie orchestrale ideata da Fedele. Ammirevole la resa della compagine del Petruzzelli, versatile e all’altezza di qualsiasi repertorio.
Scenari ora tenebrosi, ora ariosi, dissacranti e goliardici con temperature emotive magistralmente rese nel gesto musicale di Valade e dai timbri ben temperati dei solisti e del coro, quelli dei Carmina Burana, protagonisti della seconda parte della serata.
Sullo sfondo dell’orchestra hanno preso posto il coro del Petruzzelli completato con il coro delle voci bianche. Il primo affidato alle cure del maestro Marco Medved, il secondo a quelle del maestro Emanuela Aymone.

In primo piano i solisti: il baritono Rafael Fingerlos, il soprano Lenneke Ruiten, e, sovrastante dal palchetto laterale affacciato sul palco, il tenore Santiago Ballerini.
Exploit grandioso e ben reso, tanto da cogliere l’impeto d’entusiamo di un applauso sfuggito e subito richiamato all’ordine dal pubblico. Un’interpretazione autentica, costruita in modo armonioso, curata nell’equilibrato scambio delle voci e nel loro amalgama corale.
Il racconto dei Carmina dall’ode alla Fortuna, all’esaltazione dei consorzi amorosi e delle occasioni fuggevoli da cogliere soprattutto con i favori della giovinezza, ha riempito la scena. Coro, orchestra, solisti, direttore hanno agito sul palco consentendo alla musica di svilupparsi come testo drammaturgico, tanto da consentire al pubblico di vivere la sensazione di uno spettacolo teatrale a tutto tondo, con scene, personaggi, ambientazioni, musica.

I solisti hanno saputo mettere in campo le loro abilità sceniche rendendo la forza fatica dei testi del Codex Latinus Monacensis e messe in musica da Orff tra il 1934 e il 1937.
Un’alchimia medievalista che ha trascinato l’entusiasmo del pubblico. Grande apprezzamento per una prova d’arte capace di muovere l’animo grazie alla cura espressiva della tecnica.
Suggerimento d’ascolto: Ivan Fedele, Piano Concerto I, Stradivarius
Alma Tigre
Foto di Clarissa Lapolla photography