Una favola moderna di amicizia: “Brian e Charles” diretto da Jim Archer, di e con David Earl e Chris Hayward

La Treccani definisce il termine Favola come “Breve narrazione, di cui sono protagonisti, insieme con gli uomini, anche animali, piante o esseri inanimati (sempre però come tipizzazioni di virtù e di vizi umani), e che racchiude un insegnamento di saggezza pratica o una verità morale, spesso dichiarati esplicitamente dall’autore stesso”.

E’ il caso del recentissimo film “Brian e Charles” che, se non fosse ambientato ai giorni nostri, dovrebbe incominciare con il classico “C’era una volta”, perché con questo film ci immergiamo in una storia moderna dai toni semplici e, per l’appunto, lievemente favolistici.

Nella malinconica e solitaria campagna inglese, magnificamente fotografata, uno squinternato e strampalato inventore, più per malinconia e per combattere la solitudine che per genio, ci parla, raccontandoci la sua vita e le sue incredibili quanto superflue invenzioni (anche se la cintura porta uova non sembra affatto male).
Forte delle sue letture – sullo scaffale brilla il testo “How to build the things” (come costruire le cose) – ridà vita ai rifiuti, attingendoli dalle discariche abusive (anche lì!!) e in generale da quello che gli altri buttano via. Copre il vuoto della sua vita priva di amici e di amore dedicandosi a costruire quello che può, o potrebbe, servire agli altri.
L’idea geniale è costruirsi un robot che gli tenga compagnia ma, ovviamente, lo fa con pezzi di scarto: il corpo dell’automa in realtà è una lavatrice (l’effetto “speciale” è dolcemente esilarante), ma molto british, visto che ha pure un apparente monocolo.

Come in tutte le favole lo svolgimento della storia è incredibilmente assurdo. Il robot funziona, ma neanche l’inventore in realtà sa perché, visto che pur muovendo l’interruttore (un vecchio aggeggio che ricorda tanto gli interruttori meccanici del secolo scorso) non succede nulla, salvo poi vederlo in funzione e parlante. Ovviamente lo svolgimento della vicenda segue i canoni più classici della commedia, ma tutto con andamento lento e cadenzato come si conviene ad una vita rurale.
Anche il cattivo è il classico cattivo da favola, da sconfiggere, certo, ma poi in fondo più coatto (all’inglese) che malvagio.

Il disegno dei personaggi non ci presenta un mondo dandy, bensì una periferia del mondo, vera, originale, senza finezze, bardati in vestiti veramente orribile (i maglioni del nostro sembrano presi da quelli di Natale di Darcy dei film di Bridget Jones). I dialoghi essenziali e un paio di scene, secondo me, sono da annoverare nel migliore filone del non sense (vedi l’incontro tra lui e lei al villaggio), ma danno pienamente il senso della vita noiosa e non certo ricca di impegni di certi luoghi.

Insomma, un film sull’amore e sull’amicizia costruiti nella diversità, ambientato in quelle terre che, pochi anni fa, hanno garantito la vittoria della Brexit, proprio perché racchiuse in se stesse e confinate in una cultura astratta, senza mai avere anche la volontà di uscire e viaggiare, rimanendo questo solo un sogno che in realtà non si vuole mai realizzare.

Il regista Jim Archer e gli sceneggiatori Chris Hayward e David Earl costruiscono intorno al personaggio di Brian Gittins una breve storia ricca di humor gentile. Il personaggio di Brian, nato dalla mente di David Earl che lo interpreta anche nel film, nasce alla radio come “the worst radio presenter in the world” (il peggior conduttore radio del mondo) e approda al cinema e alle serie tv (in particolare “After life” su Netflix, che vivamente consiglio) a completamento di questo carattere attoriale.
Luise Brealey, Hazel, interpreta una donna non meno stralunata del protagonista e certamente ben assortita con lui.
La colonna sonora non è originale, ma ben assemblata. Talvolta rispetta l’orecchiabilità semplice e non troppo intellettuale del film, talaltra presenta musiche apparentemente in totale contrasto con la situazione e il contesto, oppure utilizzate per sottolineare i momenti di rabbia o frizione (ascoltate, ovviamente, dal robot Charles).

Un pregio del film è, come detto, sicuramente la fotografia, con i primissimi piani di Brian, e la scelta di trasportare lo spettatore dal dialogo diretto con l’interprete alla visione “ordinaria” delle sue vicende. Il regista ci porta al suo fianco nella narrazione e, di certo, ci coinvolge emotivamente. Un classico feel good movie che lascia – e non è poco di questi tempi – un senso di serenità.
Lo trovate nelle sale, sperando che duri.

Marco Preverin

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