Con “La specialista (Master)”, la regista Mariama Diallo costruisce un soft horror sulla diversità

Il prof. Cavalli Sforza, scomparso nel 2018 a 96 anni, ha passato la sua vita a dimostrare che la teoria delle razze umane è insostenibile, perché le differenze antropologiche e genetiche tra esseri umani, intesi nella loro generalità, è talmente sottile da non permettere di considerare alcuna differenza come sostanziale.

Eppure, sappiamo tutti che il razzismo esiste e, come dimostra anche la storia di questo paese, ha radici profonde nella cultura e nell’immaginario anche individuale. Non basta affermare di non essere razzisti per riuscire davvero a non discriminare, sia pure
inconsciamente, un diverso. Una persona che non ha la stessa estrazione sociale, la stessa cultura o, più semplicemente, lo stesso colore della pelle.

La ricerca della normalità di ciò che è apparentemente diverso si manifesta nell’orgoglio, da parte delle istituzioni, di aver consentito al “prim*” nero di raggiungere un risultato già appannaggio di altri prevalentemente bianchi e ricchi.
Essere inclusivi: è questo il must della società occidentale progressista e aperta al nuovo e se poi riesci a far diventare presidente un uomo di colore (poi cosa significa? Gli altri sono privi di colore?) vuol dire che il risultato è stato raggiunto.

Così, quando finalmente in uno dei più prestigiosi college degli USA, una donna nera di pelle diventa preside (Master, per l’appunto), di una delle “case”, apparentemente il problema dell’integrazione sembra risolto.
Invece l’apparenza dell’integrazione talvolta non coincide con la normalità dell’integrazione.
Si aggiunga una studentessa di famiglia non ricca che si è costruita un’aspirazione di vita per poter acchiappare l’ascensore sociale necessario a passare dalle periferie di “colore” ai sobborghi dei bianchi facoltosi, la quale trova sulla sua strada non la violenza o il disprezzo, ma quel sottile filo di indifferenza che evidenzia le differenze e non le sopprime Il razzismo, come evidenziato in questo light horror, è un male sottile che si manifesta in piccoli gesti, spesso non volontari, e genera nella mente della studentessa quel male profondo che porterà all’esito della sua vicenda. La sua guida, il master donna e nera, solo allora acquisirà coscienza del male sottile che l’avvolgeva.

Con questo thriller del 2022, “Master“, tradotto in italiano con “La specialista“, la regista Mariama Diallo costruisce un percorso di consapevolezza in maniera non banale, raccontando una storia ben confezionata in un ambiente elitario e, forse solo formalmente, progressista.
Le apparizioni (ma saranno poi tutte solo apparizioni?) horror, strumento di rappresentazione delle paure inconsce e abissali nascoste in noi, vengono utilizzate in maniera contenuta, finanche soft, senza debordare in facili stereotipi.

Regina Hall, nel ruolo della Master (un bel salto da “Scary movie”), e Amber Gray, la figura più controversa che forse poteva essere sviluppata meglio, professoressa ambiziosa in attesa di una definitiva conferma, si muovono con precisione e senza sbavature nei loro ruoli. Zoe Renee, pur con alcune spigolosità e alcune immaturità, è sempre presente al ruolo non facile della studentessa. Una vasta serie di comprimari completa un cast professionale che non brilla particolarmente, ma rende in maniera, apparentemente, verosimile l’ambientazione universitaria, pur senza alcuna indulgenza o immagine mitizzata (alla Harry Potter).

Nell’insieme, un bel film da gustare sul divano durante le piogge d’estate. Lo si può trovare su Amazon Prime.

Marco Preverin

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