Nei testi di Lucio Dalla, il suo legame carnale con la Puglia

Andiamo avanti, sempre “a muso duro” e “in direzione ostinata e contraria”, come dicevano, non banalmente, Pierangelo Bertoli e Fabrizio De Andrè. nel nostro progetto “Annotar Parole”, senza preoccuparci più di tanto delle critiche dei c.d. puristi sul nostro tentativo di andare oltre la contaminazione, di discernere i testi contenuti nel brano musicale dalla stessa musica.

Ho presentato prima Paolo Conte e poi Fabrizio De Andrè soltanto per un dato temporale, dato che il 6 gennaio Paolo Conte ha compiuto 84 anni e l’11 gennaio 2021 sono 22 anni che ci ha lasciato il nostro Faber.
Oggi voglio parlare di Lucio Dalla, non soltanto per la grandezza dei suoi versi e della sua melodia, un genio sotto tutti i profili, ma per il legame carnale che univa Lucio Dalla alla Puglia, in particolare il Gargano e Manfredonia che gli ha intitolato, dopo la sua morte, il suo teatro stabile, paragonabile solo al legame a quello che univa il genovese Fabrizio De Andrè alla Sardegna; non tutti sanno che Lucio Dalla amava rifugiarsi nella sua villa alle Isole Tremiti, luogo al quale era molto legato e che considerava la sua seconda casa.

Amava in modo viscerale la Puglia.
La madre, una sarta di origini pugliesi, ritratta nella copertina dell’album “Cambio” del 1990, ogni estate portava il piccolo Lucio a Manfredonia e da quel momento nella vita di Dalla la Puglia, con la sua bellezza, il suo mare cristallino, i suoi profumi, il suo cibo e la sua gente, fu sempre un punto fermo.

La Puglia era il suo rifugio, il suo porto sicuro, la sua casa.
Durante i suoi soggiorni nelle Isole Tremiti, in quella terra selvaggia tra il mare azzurro e il canto dei gabbiani, tra leggende e storie di serene e pescatori, il cantautore italiano scrisse alcuni dei più importanti testi melodici. Ecco cosa diceva Lucio del Gargano e della “sua” Manfredonia: “Questa è una delle tante sere ai piedi del Gargano, a Foggia, come mille altre volte o a Manfredonia o Mattinata, benedetta dal sole e dalla luce che ti riempie gli occhi ma non li ferisce, ma anche a Monte Sant’Angelo tra il fresco delle rocce e il respiro degli ulivi, fra case medievali della bianca dignità del tempo e della memoria rinnovata tra il gotico romanico e longobardo che vuole dire soprattutto pugliese. Pugliese dei miracoli, dei nomi e dei diavoli, del misticismo e della laica allegria del vento sempre complice e al servizio del pastore e dell’ulivo che suda il caldo dell’estate più bella, più blu di cielo e più bianca di luce che c’è. Io sono anni che vengo tra queste terre benedette e uniche, vengo perché non so o perché non ne posso fare a meno per quel misterioso gioco della memoria che analizza i ricordi, li trasporta nel presente, li rinnova e li cambia come fossero respiri dagli inizi secolari o che non si chiudono, non si concludono mai e che mantengono croccante il pane che hai tagliato venti anni prima o non seccano mai quel vasetto di olive che la tata preparava e che tu non hai mai avuto il tempo di aprire. Sono appena le ventidue che decido di passare all’azione; prendo la macchina e, come faccio ogni volta, salgo da Manfredonia verso Mattinata fino a Monte, vado a vedere il Silenzio. E qui mi devo spiegare: appena passato il paese, prendendo la direzione San Giovanni Rotondo, si supera il bivio per Macchia e si imbocca il lungo rettilineo che porta al paese di Padre Pio, dopo un chilometro scarso, se è notte come questa notte e se il cielo è così pieno di stelle da doversi vergognare, ti trovi davanti a uno degli spettacoli più unici da vivere e più difficili da dimenticare. Lì puoi “ascoltare il buio e vedere il silenzio. Credo di avere portato in questo posto decine di persone, tutti amici fidati e dopo essermi fatto promettere il totale mantenimento del segreto e la massima riservatezza e non prima di avere tranquillizzato i più suggestionabili, enfatizzando con parola giusta questo straordinario spettacolo, ho visto molti di loro piangere o altri addormentarsi alla luce brillante delle stelle e al più impetuoso silenzio mai ascoltato prima. Ecco che cosa ha questa terra: è unica, è un ponte per entrare nella tua anima, per godersi spettacoli che non ci sono più o non sono mai esistiti, per sentirsi antropologo di se stesso, per giocare, esplorare, pregare, fare il bagno nel mare della storia o in quello salato tra i più puliti e meglio costeggiati che questo povero Adriatico ancora può permettersi, sperando che Dio, grande e unico profusore di dolci bellezze, ci conservi tutto questo per tanto, tanto tempo ancora. E cioè per sempre”.

Da questo ricordo molto bello di Manfredonia, del Gargano e delle “sue” Isole Tremiti è nato il famosissimo incipit (“Dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare …“) e l’idea centrale di “4 Marzo 1943”, che Dalla affidò alla “sua” poetessa Paola Pallottino, la quale pensò di creare un brano che fosse un ideale risarcimento a Lucio, rimasto orfano dall’età di sette anni: nacque così Gesubambino, canzone dal titolo giudicato irrispettoso e, pertanto, sostituito dalla censura, unitamente a parte del testo (la prima versione, “e ancora adesso che bestemmio e bevo vino, per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino“, diventò “e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino“), con la data di nascita del cantautore, così da poter gareggiare al Festival di Sanremo del 1971, classificandosi al 3° posto.
Ne venne fuori un 45 giri memorabile con una copertina che Lucio volle fortemente ritraesse il porto di Manfredonia.

4 marzo 1943 (testo originario)

Dice che era un bell’uomo e veniva,
veniva dal mare
parlava un’altra lingua,
però sapeva amare
E quel giorno lui prese a mia madre
sopra un bel prato l’ora più dolce,
prima d’essere ammazzato.
Così lei restò sola nella stanza,
la stanza sul porto
con l’unico vestito,
ogni giorno più corto.
E benché non sapesse il nome
e neppure il paese
mi aspettò come un dono d’amore
fino dal primo mese.
Compiva sedici anni
quel giorno la mia mamma
le strofe di taverna le cantò a ninna nanna.
E stringendomi al petto che sapeva, sapeva di mare
giocava a far la donna, col bambino da fasciare.
E forse fu per gioco, e forse per amore
che mi volle chiamare, come Nostro Signore.
Della sua breve vita il ricordo,
il ricordo più grosso
è tutto in questo nome
che io mi porto addosso.
E ancora adesso che bestemmio e bevo vino,
per i ladri e puttane sono Gesù Bambino.

Tanti i testi di Dalla che hanno preso vita in Puglia: come non ricordare, ad esempio, la magnifica “Henna“, dall’album omonimo del 1993, che Lucio ammise di aver composto sulla sua barca al largo delle coste pugliesi quando fu svegliato dal boato degli aerei che andavano a bombardare la Jugoslavia.

Certamente dedicato alle sue sortite adolescenziali in terra di Puglia è, invece, il testo del brano “Gli anni non aspettano“, inserito nel suo ultimo album di inediti “Angoli nel cielo“, pubblicato il 6 novembre 2009; Lucio affermò in quell’occasione: “L’autenticità è un bisogno insopprimibile, è fondamentale prendersi la responsabilità di quello che si fa, significa comunque non sottrarsi al flusso di trasformazione del mondo. Ogni canzone che esce, se non ha alcun senso di mistero e inquietudine, è un delitto, come dare della candeggina nell’acqua da bere di un asilo. Diciamo che quello che faccio è cercare di dare il meglio, è l’unica cosa che si può fare.

Gli anni non aspettano

“Scende indifferente un’altra sera
sulle foglie di settembre
spengendole e lasciando al buio,

il silenzio della notte.
Pozzanghere e asfalto illuminati,
bottiglie vuote che rimangono in un angolo,
lasciate sotto un albero in disparte,
resti di giornale adesso volano nel cielo.
In questa calma che in realtà non c’è.
Tornerò con lamento ai giorni perduti.
Ai giochi e a quei desideri che
io nascondevo da bambino.
Quanto costa la felicità?
Chiedilo ad un sasso dentro il fiume,
a un abito bagnato oppure ad un viso
che domani hai già dimenticato.
L’alba sbianca i piccoli segreti e
le parole che rimangono,
in un angolo del letto,
confuse tra i capelli e i pensieri
E intanto cadono le foglie
anche se ancora non è giorno,
come gli anni che non aspettano.
Tornerò con la mente ai sogni perduti
ai luoghi e a tutti quei nomi
che io chiamavo da bambino.
Ritroverò nel silenzio il canto del cielo,
Il buio con il suo mistero
e dopo li nasconderò dentro.
Tornerò con la mente ai giorni perduti.
Ai giochi e a quei desideri
che io nascondevo da bambino.
Ritroverò nel silenzio il canto del cielo,
Il buio con il suo mistero
e dopo li nasconderò. Dentro.”

E infine, il complesso testo (per cui creò una melodia tanto semplice quanto “profonda”) della canzone “Com’è profondo il mare”, tratta dall’album omonimo del 1977, il primo in cui Dalla è unico autore anche dei testi, che parla dei deboli e della lotta di classe, ispirata -verosimilmente- dalla profondità del mare del “suo “ Gargano e delle “sue” Isole Tremiti.

Com’è profondo il mare

Siamo noi, siamo in tanti
Ci nascondiamo di notte
Per paura degli automobilisti,

dei linotipisti.
Siamo i gatti neri,

siamo pessimisti
Siamo i cattivi pensieri
E non abbiamo da mangiare
Com’è profondo il mare
Babbo, che eri un gran cacciatore
Di quaglie e di fagiani
Caccia via queste mosche
Che non mi fanno dormire
Che mi fanno arrabbiare
Com’è profondo il mare

È inutile, non c’è più lavoro
Non c’è più decoro
Dio o chi per lui
Sta cercando di dividerci
Di farci del male, di farci annegare
Com’è profondo il mare

Con la forza di un ricatto
L’uomo diventò qualcuno
Resuscitò anche i morti, spalancò prigioni
Bloccò sei treni con relativi vagoni
Innalzò per un attimo il povero
A un ruolo difficile da mantenere
Poi lo lasciò cadere, a piangere e a urlare
Solo in mezzo al mare
Com’è profondo il mare

Poi da solo l’urlo diventò un tamburo
E il povero come un lampo nel cielo sicuro
Cominciò una guerra per conquistare
Quello scherzo di terra

che il suo grande cuore doveva coltivare
Com’è profondo il mare

Ma la terra gli fu portata via
Compresa quella rimasta addosso
Fu scaraventato in un palazzo, in un fosso
Non ricordo bene
Poi una storia di catene, bastonate
E chirurgia sperimentale
Com’è profondo il mare

Intanto un mistico, forse un’aviatore
Inventò la commozione
Che rimise d’accordo tutti
I belli con i brutti
Con qualche danno per i brutti
Che si videro consegnare
Un pezzo di specchio
Così da potersi guardare
Com’è profondo il mare

Frattanto i pesci
Dai quali discendiamo tutti
Assistettero curiosi
Al dramma collettivo di questo mondo
Che a loro indubbiamente doveva sembrar cattivo
E cominciarono a pensare
Nel loro grande mare
Com’è profondo il mare

È chiaro che il pensiero dà fastidio
Anche se chi pensa è muto come un pesce
Anzi un pesce
E come pesce è difficile da bloccare
Perché lo protegge il mare
Com’è profondo il mare

Certo, chi comanda
Non è disposto a fare distinzioni poetiche
Il pensiero è come l’oceano
Non lo puoi bloccare
Non lo puoi recintare
Così stanno bruciando il mare
Così stanno uccidendo il mare
Così stanno umiliando il mare
Così stanno piegando il mare

E allora concludo con una domanda ai nostri attenti lettori: questi versi sono o no poesia pura di alto livello? La risposta mia (e quella del mio Direttore) la sapete già: si, si tratta di vera poesia.

Nicola Raimondo

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