“Gli anni più belli” di Gabriele Muccino al Castello Svevo: nella seconda giornata del Bif&st 2020, un piacevole cambio di programma per Cirano

Noi che sognavamo i giorni di domani per crescere insieme mai lontani e sapere già cos’è un dolore e chiedere in cambio un po’ d’amore […] E quel tempo è un film di mille scene: non si sa com’è la fine. Se le cose che ci fanno stare bene sono qui, proprio qui, forse no, forse sì, sempre qui e siamo noi ancora quelli.” (Claudio Baglioni)

Il vostro Cirano continua, come promesso, ad aggirarsi quotidianamente tra le sedi prescelte per l’annuale Bif&st, ma ieri credeva di non essere il benvenuto tra gli spettatori. Infatti, dopo una spiacevole coda di quaranta minuti nella speranza di prendere parte alla visione de “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, ormai a due passi dall’ingresso del Cinema Galleria, una voce stanca e rammaricata gli ha annunciato: “Non ci sono più posti disponibili”. Peccato. Eppure sarebbe stato emozionante per il Cirano tornare finalmente nella sala di un cinema dopo mesi di lockdown e eventi annullati; magari sarebbe stato anche opportuno evitare un tale assembramento per l’acquisto dei biglietti da effettuare obbligatoriamente ed esclusivamente mezz’ora prima dello spettacolo.
Ma tant’è, il successo di una manifestazione è data soprattutto dalla presenza del pubblico; quindi, salutiamo con piacere e favore il rinnovato amore tra Bari ed il suo Festival cinematografico.

E poi, come si suol dire, non tutti i mali vengono per nuocere.
Appresa la triste novella, il Cirano si è diretto verso il Castello Svevo per la proiezione del film “Gli anni più belli” (2020) di Gabriele Muccino, un’altra di quelle pellicole ritirate dalle sale all’esplosione della pandemia ed in attesa di una nuova uscita.
Il film narra una storia lunga 40 anni in cui si intrecciano le vite di quattro amici: Giulio (Pierfrancesco Favino), Riccardo, detto “Sopravvissuto” (Claudio Santamaria), Paolo (Kim Rossi Stuart) e Gemma (Micaela Ramazzotti, quest’anno vincitrice del “Premio Anna Magnani” qui al BIf&st). I protagonisti rompono la quarta parete rivolgendosi al pubblico e spiegando cosa sta accadendo. Ciò avviene sin dall’inizio, quando Giulio, inizialmente di spalle mentre guarda i fuochi d’artificio in un’inquadratura perfettamente simmetrica, si gira mostrando il suo volto per raccontare per primo le avventure dei suoi 16 anni.
Nell’Arena del Castello si crea immediatamente un’atmosfera molto intima, lo spazio è accogliente e sembra quasi di essere in una piccola sala cinematografica senza il tetto. Si sorride e ci si commuove con gli attori e persino lo schermo, così anacronistico rispetto all’ambiente che lo ospita, ad un tratto mostra un cielo stellato che sembra fondersi con quello reale che brilla sulle teste degli spettatori.
I fatti narrati, oltre a ricordare la storia politica italiana, la caduta del muro di Berlino e l’attacco alle Torri Gemelle, sono portavoce di così tante esperienze di vita da riuscire a coinvolgere inevitabilmente tutto il pubblico. Ogni persona seduta in quell’arena avrà ricordato la cotta per la compagna o il compagno di scuola, le porte che sbattono per un litigio con i propri genitori, la prima guida spericolata, i sogni, le ambizioni degli adolescenti, il professore interrotto dal suono della campanella, i tradimenti, i lutti, i trasferimenti, i compromessi.

Non fare mai compromessi, Sveva, − dice Giulio alla figlia – con niente e con nessuno, le cose devono andare bene per te, non per gli altri. Muccino regala numerose espressioni significative, come quella di Giulio, citazioni da portare con sé, aforismi per i social, se la si vuole vedere con gli occhi di un digital native. Ad esempio, la frase “Se una cosa la vuoi davvero, alla fine sarà tua. La devi solo volere davvero”, pronunciata alla romanesca da Giulio, è perfetta per un post con una foto in cui sembriamo forti e determinati.
Ma il regista romano non è solo fonte, bensì anche ricercatore di citazioni cinematografiche: chiari sono i riferimenti a “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola, a “La dolce vita” di Federico Fellini e finanche a “Il tempo delle mele” di Claude Pinoteau.
I vari richiami artistici, le scene descritte perfettamente dalle canzoni di Claudio Baglioni in sottofondo, le musiche di Nicola Piovani (vincitore del “Premio Ennio Morricone”), le vicende intense dei protagonisti, il loro rapporto con i genitori e successivamente con i loro figli e i matrimoni turbolenti, generano un bombardamento del pubblico con informazioni ed emozioni tali da far perdere la percezione dello spazio circostante. Nell’Arena del Castello Svevo lo spettatore sembra schermato, isolato e lontano dai rumori della città, dall’odore di pizze e carne arrosto provenienti dai ristoranti del centro di Bari. Solo la luce del portone laterale spalancato durante i titoli di coda e l’odore di una sigaretta appena accesa da un ragazzo impaziente di uscire riescono a riportare tutti alla realtà.

Elisabetta Tota

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