Contro tutte le guerre: “Madre Courage e i suoi figli”di Bertolt Brecht riletto da Paolo Coletta per una sublime Maria Paiato

Ma vedendo come lei accoglie la pace, come se fosse un vecchio sudicio da prendere così, con due dita, allora, da uomo, debbo proprio indignarmi, perché allora capisco che lei non vuole la pace, ma la guerra, per guadagnarci sopra; ma non dimentichi però quell’antico proverbio che dice: Chi vuol cenare col diavolo porti il cucchiaio lungo.”

1939? 2019? Chi può dirlo? Chi può, con assoluta certezza, affermare che il testo di “Madre Courage e i suoi figli”, il capolavoro assoluto di Bertolt Brecht, sia stato scritto ben ottanta anni fa e non oggi? Non noi, non dopo aver assistito alla messa in scena della Società per Attori e del Teatro Metastasio di Prato che, al Teatro Abeliano di Bari, ha inaugurato la ricca sezione barese dell’annuale Stagione di Prosa del Teatro Pubblico Pugliese. Certo, gran parte del merito va all’opera letteraria in sé, capace di superare, se non attraversare, il tempo, rimanendo sempre drammaticamente attuale, ma grande plauso merita anche questa edizione, forte della illuminata regia di Paolo Coletta e di un cast di altissimo livello, un ingranaggio perfetto che ha in Maria Paiato la sua sublime protagonista, inesauribile, coinvolgente, assolutamente degna di essere annoverata nell’Olimpo delle interpreti dell’ostico personaggio.

È noto che il grande drammaturgo tedesco, in esilio in Svezia, terrorizzato dai primi vagiti della Seconda guerra mondiale, aveva collocato nella Guerra dei Trent’anni la sua profetica denuncia di tutte le guerre, passate e future, vicine e lontane; Coletta, saggiamente, si dissocia da qualsiasi riferimento geografico-temporale, spostando la storia in un luogo indefinito e asettico, il nulla più desolato e vuoto che si possa immaginare, e sospendendola in un tempo indefinito, indistinto, illimitato, che, nella sua circolarità, appare interminabile, quasi che il destino dell’uomo fosse simile ad un girone infernale in cui ognuno è destinato a ripetere i propri errori all’infinito. Tra questi umani poveri diavoli, dannati per l’eternità, ha un ruolo predominante la vivandiera Anna Fierling, per tutti Madre Coraggio (la Paiato), una piccola donna decisa a sfruttare i tempi dilatati della guerra per fare fortuna, assieme ai suoi tre figli: Eilif (Andrea Paolotti), spaccone, attaccabrighe, senza morale, Schweizerkas (Mario Autore), ingenuo, irreprensibile, onesto, e Kattrin (una ipnotica e commovente Ludovica D’Auria), muta, innocente, idealista; pur essendo madre apprensiva, la donna si dimostrerà talmente avida da curare più i suoi affari che il bene dei suoi rampolli, tanto è vero che appare quasi rassegnata alla loro perdita, che puntualmente e tragicamente si rinnova, mentre, quando la fine del conflitto verrà immotivatamente – e falsamente – annunciata, lamenterà il naufragio dei suoi buoni affari, da vera “iena della guerra”, come la definisce il cappellano suo socio (un immenso Mauro Marino), a cui anche il dolore appare accettabile se diviene fonte di lucro.

Come sentenziò lo stesso Brecht, “una rappresentazione di <<Madre coraggio e i suoi figli>> dovrebbe soprattutto dimostrare: Che nelle guerre chi fa i grandi affari non è la gente comune. Che la guerra, che non è che la continuazione degli affari con altri mezzi, rende mortali le virtù degli uomini, anche per chi le possiede. Che per la lotta contro la guerra nessun sacrificio è troppo grande.”; ebbene la messa in scena di Coletta fa tesoro delle parole dell’autore, ma, avvedutamente, anche dei grandi registi del passato impegnatisi con il suo teatro, primi fra tutti Luigi Squarzina e Giorgio Strehler (ammesso che si possa oggi affrontare Brecht senza rifarsi alla lezione strehleriana), riconsegnandoci una umanità ferita, sbandata, abbandonata a se stessa, orfana di principi e di valori, in preda ad una contagiosa confusione nei sistemi interpersonali e nel reciproco rispetto dei ruoli, come testimoniano anche i personaggi della prostituta (la bravissima Anna Rita Vitolo), del cuoco (Giovanni Ludeno) e dei tanti soldati incontrati sulla strada (Tito Vittori, Francesco Del Gaudio e Roberto Pappalardo), che, per una di quelle contraddizioni care al genio di Augusta, troverà l’unica voce contraria nella sfortunata Kattrin, che, forse perché costretta dalla sua malformazione a comunicare solo con se stessa, condannata ad una eterna auscultazione, rimane un’anima avulsa ai suoi tempi, che ci regala l’unico gesto di vera, reale e disinteressata fraternità, di estremo dono della propria stessa vita per la salvezza degli altri, rivelandosi, infine, l’unica degna dell’appellativo riservato alla madre.

Se, come amava dire Brecht, per mettere in scena i classici bisogna deporre il rispetto museale che il tempo deposita sulle loro opere e considerare il mondo e gli uomini al quale lo spettacolo si rivolge nel presente, ebbene Coletta, Paiato e tutti gli altri hanno centrato l’obiettivo, recuperando tutta la scottante attualità del messaggio brechtiano. L’intero lavoro è intriso di profonda introspezione, cui danno giusto supporto tanto le scarne ed opportune scene di Paolo Ferrigno, tetre e fosche come la miseria, l’imbarbarimento, la morte, opprimenti sino all’asfissia, superbamente illuminate da Michelangelo Vitullo, sovrastate da un cielo nero, su cui spicca un enorme buco – l’occhio dell’autore, della Storia, di un dio labile, disinteressato, assente, cattivo? –, che viene addirittura giù, a schiacciare i protagonisti, nel momento più coinvolgente del dramma, quanto la partitura musicale, quella originale di Paul Dessau, rivista dallo stesso Coletta, che, eseguita dal vivo dagli attori tutti, dona plasticità all’azione, contribuendo al sicuro coinvolgimento dello spettatore.

Certo, così come la pubblicazione di Madre Courage non ha arrestato le guerre, che ancora oggi insanguinano i nostri tempi con la perdita di milioni di esseri umani, forse nemmeno questa pièce riuscirà nell’utopistico intento che noi, irrimediabili sognatori, le assegniamo, ma, se possibile, perlomeno immette, attraverso il teatro, anticorpi nella nostra (dis)umana società; e se, come si augurava Hannah Arendt, l’essere umano è ancora capace di un gesto di pensiero, di un gesto di pietà, allora anche solo parlare, rappresentare, rendere testimonianza, in questi tempi incerti che ci è dato in sorte di vivere, può interrompere la catena di trasmissione impersonale e indifferente con cui la violenza ci trascina nel buio e nell’orrore.

Pasquale Attolico

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